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Barrafranca turismo, guida turistica del Comune

Guida turistica Barrafranca

Barrafranca sorge sul versante sud-ovest dei monti Erei, fra i fiumi Tardara e Braemi ed è posta a 448 metri sopra il livello del mare

Chiesa Madre (Chiesa di Maria SS. della Purificazione)
Il prospetto nella sua semplicità e linearità, è il più maestoso tra tutti quelli delle altre chiese di Barrafranca e ricalca nella sua struttura esterna, l’architettura interna della chiesa.  La facciata, nonostante la data ottocentesca, ripropone il modello del tipico prospetto barocco meridionale. Il campanile,che rappresenta il simbolo di Barrafranca, è diviso in tre parti, nell’ultima delle quali trova posto la cella campanaria formata da quattro archi con campane, sormontati da altrettanti grandi orologi.
Sovrasta il tutto una cupola orientaleggiante coperta da mosaici di cocci smaltati. All’interno ci troviamo davanti ad un tipico esempio di chiesa meridionale, dove i diversi stili, in questo caso con la prevalenza di quello classico, rendono l’insieme armonico e senza pesantezze. La pianta è a croce latina e divisa in tre navate, con cupola sulla crociera. I colonnati classici continuano con pilastri
addossati anche lungo i lati delle navate minori e assumono slancio per mezzo delle arcate a tutto sesto. A destra entrando dal portone principale, dentro una nicchia, è collocata un’acquasantiera in pietra, a base ottagonale, sulla quale è scolpito uno
stemma indecifrabile che possiamo datare nel 1400, tempo in cui Barrafranca aveva ancora il nome di Convicino.
Attraverso un grande arco, accediamo al transetto della chiesa, dove sempre nella parete destra, si trova l’altare del Crocefisso. Questo tempietto racchiude un grande reliquiario con vetri ad occhio colorati, composto nel 1795. Al centro di questo reliquiario si trova un tabernacolo a forma di croce, infossato nel muro, rivestito di damasco rosso e ricoperto con un dipinto, sempre a forma di croce. Dentro il tabernacolo sopra descritto è racchiuso il Crocefisso, in stucco e cartapesta, tanto amato e venerato dalla popolazione barrese.
Non sappiamo la data del ritrovamento, ma abbiamo notizia che si trovava nella chiesa di San Sebastiano prima del 1662.

Chiesa di San Benedetto
Attualmente la chiesa è chiusa al pubblico, perché pericolante, un vero gioiello dell’arte barocca siciliana. Anche se di piccole proporzioni essa ricalca nella sua concezione, lo schema maggiormente diffuso al tempo della sua costruzione: quello dell’ambiente unico a sala rettangolare.
Notiamo particolarmente la posizione della cupola, che invece di essere collocata in fondo alla chiesa, vicino all’altare Maggiore, è spostata in avanti presso l’ingresso.
Questo crea un risultato prospettico notevole, poiché la dilatazione dello spazio nella zona anteriore dell’ambiente, provoca una convergenza maggiore della visuale verso l’altare Maggiore, eliminando in tal senso ogni dispersione. Le pareti e la volta sono
ornate da pochi stucchi, tipici dell’arte barocca, ma la quasi mancanza degli stucchi è compensata dagli affreschi che coprono
quasi tutta la chiesa, in un susseguirsi di motivi architettonici e floreali, intervallati da figure e da oggetti simbolici. A ricordarci
che questa è la chiesa di un monastero, c’è la cantoria, sistemata sopra l’ingresso della costruzione: le suore che cantavano erano
velate e seminascoste da una grata lignea di stile barocco. Altrettante grate coprono le due finestrelle che si aprono sulle pareti
laterali della chiesa. La chiesa fu fondata nel 1745, otto anni dopo l’apertura del Monastero di San Benedetto, quando il marchesato di Barrafranca toccò a Caterina Branciforti, dopo aveva dovuto superare un litigio con la sorella Rosalia. Per costruirla fu ostruita una via (la continuazione dell’attuale via Paternò Rossi) che divideva le due case signorili del Catalano e del Bufalini, fondatori del monastero.

Chiesa di San Francesco
A destra entrando, sopra un’acquasantiera in marmo di recente collocazione, è posta una pietra, incassata nella parete. Questa pietra, che fu trovata per caso nel 1923, è molto importante per conoscere notizie riguardanti la fondazione della chiesa e siamo certi che fu fondata nel 1694, nel periodo in cui i frati francescani dal vecchio convento del Musciolino si trasferirono a quello nuovo, per l’aria malsana. A quei tempi il marchesato di Barrafranca apparteneva a Carlo Maria Carafa, principe di Butera e marchese di
Barrafranca. Sulla pietra è inciso anche il nome dell’architetto, che la ideò: Micael Angelus a Calatajerone Architectus (Michele Angelo di Caltagirone Architetto).
Sempre a destra incontriamo l’altare dell’Annunciazione, rifatto in marmo di recente. Sopra l’altare domina una grande tela dell’Annunciazione. Il secondo altare è quello dell’Immacolata, con la nicchia contenente una pregevole statua dell’Immacolata, bellissima, in legno. L’opera è (senza certezza) attribuita a Giuseppe Bagnasco, un artista originario di Palermo, che visse ed operò nella prima metà del 1800. La statua, a nostro parere, è un vero capolavoro. Il volto della Vergine, l’atteggiamento ed ogni altra componente sono prospettati in funzione psicologica: ne deriva un pathos di alta drammaticità e maestosità misto a dolcezza.
Attraverso l’arco trionfale, ci accostiamo all’altare Maggiore. Qui domina una dossale a piramide, propria degli altari francescani, in legno scolpito ed in parte intarsiata, ornata da colonnine ed edicolette che contenevano statuette, sempre in legno scolpito,
rappresentanti Santi Francescani. La nicchietta centrale racchiudeva una piccola statua dell’Immacolata, mentre lo sportello del Tabernacolo reca dipinto il Cristo risorto. Opera tanto pregevole:
sappiamo solo che fu progettata e scolpita da un fratello laico francescano. Alcuni vi vogliono vedere la mano e lo stile di fra’ Gagliano. Sopra un pseudotempietto incornicia una nicchia che contiene la statua in legno di San Francesco, scolpita da Nicola
Mancuso nel 1806. Continuando la visita della chiesa, passiamo alla parete di sinistra dove, come in quella di destra, sono costruiti due altari. Il primo entrando è quello dedicato a Sant’Antonio, un altare prezioso e barocco, sormontato da una statua del
Santo dal volto emaciato ed ispirato, che contempla ed adora il Bambino Gesù che tiene in braccio. L’altro altare, dedicato al Crocefisso, è ricoperto di marmo intagliato. Lo sfondo, di legno scolpito, del grande Crocefisso in cartapesta e stucco, richiama un po’ lo stile riecheggiante il grande barocco meridionale. Ai lati del Crocifisso sono state collocate due statue in gesso di Maria e Giovanni, donate al Convento nel 1952. La chiesa è ad una sola navata. Le pareti e la volta sono ornate da stucchi, che si confondono con gli affreschi: stucchi ed affreschi coprono quasi tutta la chiesa in un susseguirsi pacato di motivi architettonici e floreali. Ma la cosa più
bella e preziosa della chiesa è la Via Crucis mirabilmente dipinta nel 1857da Francesco e da Giuseppe Vaccaro, i famosi artisti dell’ottocento originari di Caltagirone.

Chiesa Itria
La chiesa ci appare all’improvviso, appena arrivati nella piccola piazza Itria. Un portale, severo ed elegante, scolpito nel Seicento, circonda il portone centrale e rappresenta il motivo ispiratore che fu tenuto presente per il rifacimento della facciata. La parte alta con tre archi che fungono da campanile si distacca un po’ dall’insieme, ma dà alla chiesa un tocco gaio e festoso, quasi provinciale e paesano. In alto, per finire, un arco racchiude un orologio elettronico, istallato di recente. Non si conosce la data esatta della sua fondazione, ma sicuramente la chiesa doveva esistere prima del lontano 1599, pochi anni dopo che l’antico Convicino diventasse Barrafranca, quando il paese era dominata da quel Fabrizio Branciforti, che con seicento cavalieri sulla marina di Scicli assalì i Turchi e li costrinse a fuggire. La chiesa profonda quasi 35 metri e larga 8, è ad una sola navata. L’Altare Maggiore, rifatto in marmo nel 1954 da Santo Scarpulla, è sormontato da una semicupola, sorretta da otto colonne, quattro per ogni lato. In alto, due statue rappresentanti la Fede e la Speranza; al centro il simbolo della Carità. Ai lati delle colonne sono poste due statue di Angeli, opere pregevoli di Santo Scarpulla del 1954. La nicchia dell’Altare Maggiore racchiude la statua della Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù, eseguita nel 1879 senza pretese, e ritirata dai frati minori per la loro chiesa dalla casa Daniel di Parigi. In seguito per questioni
tra i confrati passò alla chiesa dell’Itria. L’opera più importante e più bello della chiesa è la grande tela dell’Annunciazione, opera attribuita dal dott. Ligotti a Mattia Preti un artista del seicento originario di Taverna, un paese in provincia di Catanzaro. L’opera
nel suo insieme esprime un linguaggio barocco, in cui la drammatica suggestione delle immagini e l’inquietante atmosfera delle azioni, condensano il messaggio della corrente realistico-barocca, che tanta fortuna ebbe a Napoli. L’opera più antica, forse nata insieme alla chiesa o immediatamente dopo è la Madonna dell’Itria. Nel quadro è raccontata la storia della Madonna dell’Itria, così come la vuole la leggenda e la narra la tradizione. Questa Madonna fu trovata dentro una cassa galleggiante in mezzo al mare e tratta in salvo da due frati, che ne iniziarono la venerazione. Itria infatti si fa derivare dal greco e viene a corrispondere a “guida della giusta via delle
acque”. La chiesa fu elevata a parrocchia con bolla del Vescovo mons. Sturzo il 2 aprile 1936, ma funzionante dal 1947.

Chiesa della Divina Grazia
La facciata è chiara, con il tetto appuntito, fiancheggiata dal campanile. Il chiaro della facciata nasconde i quasi tre secoli e mezzo della chiesa, ma non copre il portale semplice e bellissimo, di pietra intagliata, che circonda il portone centrale. Gli intagli delle pietre,
eseguiti forse da uno scalpellino di Pietraperzia nella seconda metà del 1600, e precisamente nel 1670, anche se ancora ben visibili. La chiesa, ad una sola navata, è profonda circa 25 metri e larga 7,ed è ornata dagli stucchi del Fantauzzo.
La chiesa fu fondata prima del lontano 1650 per popolare la zona circostante, quando il marchesato di Barrafranca apparteneva a Giuseppe Branciforte II, principe di Pietraperzia, vicerè d’Aragona, conte di Raccuglia, vicario generale del Vicerè di Lignè, ecc. ecc. Ora l’interno della chiesa è quasi tutto rinnovato, e l’antico e il moderno si fondono. L’altare maggiore è sovrastato da una pregevole statua dell’800, in legno scolpito, della Madonna Delle Grazie. La Madonna, maestosa e dolce nello stesso tempo, essenzialmente materna, si rivolge verso i fedeli.
Al centro della parete di sinistra è collocata la tela delle Madonna Delle Grazie, il vero gioiello della chiesa ed una delle espressioni artistiche più alte delle opere di Barrafranca. Peccato che il dipinto attualmente risulti malandato! Forse è lo stesso quadro che si trovava nell’antica chiesa di San Sebastiano, già esistente nel 1622.
Ricordiamo che la chiesa è stata elevata a Parrocchia, con il nome di Madre della Divina Grazia ( titolo tradizionale con il quale la Chiesa Cattolica venera Maria, madre di Gesù), il 24 Maggio 1960 con bolla del Vescovo mons. Catarella ed è stata riconosciuta civilmente con Decreto Presidenziale il 16 Dicembre 1960.

Santuario Santa Maria la Stella
All’interno del Santuario Santa Maria la Stella di Barrafranca si venera una tela raffigurante la Vergine con il Bambino,  Giovanni Battista e Sant’Alessandro con indosso la mitra e il pastorale.
La chiesa primitiva risale all’epoca normanna nel periodo di Convicino. All’interno si sviluppa a tre navate con pianta a croce latina e decorazioni in spiccato stile barocco.
Legata al santuario è la speciale indulgenza plenaria che  Benedetto XIV concesse tra il  14 e il 15 settembre per chi fosse arrivato alla chiesa.
Nel 1977 la tela originale oggetto di devozione venne trafugata. All’interno del santuario di particolare interesse artistico troviamo anche la  tela di Pietro d’Asaro con  Sant’Isidoro Agricola risalente al 1620 e i suggestivi stucchi che adornano la chiesa opera dei  fratelli Signorello

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