Caltabellotta turismo, guida turistica del Comune - ClickSicilia Informazioni Turistiche

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Guida turistica Caltabellotta

Caltabellotta



La diocesi di Tricala o Triokala (in latino: Dioecesis Trecalitana) è una sede soppressa e sede titolare della Chiesa cattolica.
L'antica diocesi di Tricala sorgeva nell'attuale città di Caltabellotta.
Sin dagli inizi del cristianesimo Tricala fu sede vescovile, una delle prime in tutta la Sicilia. Secondo la tradizione, primo vescovo fu san Pellegrino, che, sbarcato a Capo Bianco, sconfisse un mitologico dragone che dimorava in un antro nutrendosi giornalmente di un giovane pasto umano. Ancora oggi è possibile visitare il monastero, con la chiesa annessa, e sotto la leggendaria grotta del drago, che San Pellegrino rimandò agli inferi. Secondo la leggenda, il drago lasciò la sua impronta alle pareti della grotta, prima di essere definitivamente sconfitto dal vescovo. Un affresco che raffigura tale leggenda è presente in una cappella del duomo di Caltabellotta San Pellegrino ordinerà tra gli altri san Liberato, anch'egli vescovo di Tricala.
Primo vescovo storicamente accertato è Pietro, menzionato in una lettera di papa Gregorio I nel 598 circa: a lui il pontefice affida l'incarico di visitatore della chiesa di Girgenti.
Altri tre vescovi sono documentati dalle fonti antiche: Massimo, che partecipò al sinodo romano del 649; Gregorio, che partecipò al concilio ecumenico di Costantinopoli nel 680; e Giovanni, che partecipò al secondo concilio di Nicea nel 787.
Quando nell'837 a Tricala arrivarono gli Arabi, l'antica città era ormai andata in rovina e la sede vescovile era già stata trasferita a Sciacca ed infine con i Normanni ad Agrigento.
La diocesi è ancora menzionata fra le ventidue sedi vescovili della Sicilia nella Notitia Episcopatuum redatta dall'imperatore bizantino Leone VI (886-912) e databile all'inizio del IX secolo.

La pace di Caltabellotta
La Guerra dei Vespri Siciliani, ebbe fine sul monte Castello, altrimenti conosciuto come il "Pizzo di Caltabellotta". Il 31 agosto dell'anno 1302, probabilmente nel castello del Pizzo, si firmò il trattato di pace, per il quale Federico III venne riconosciuto Re di Trinacria, con l'impegno a convolare a nozze con Eleonora d'Angiò, sorella di Roberto Re di Napoli, ponendo termine alla guerra del vespro.

LA CHIESA E IL CONVENTO DI SAN PELLEGRINO

Aggirando l'alta rupe, si raggiunge un belvedere, una scalinata porta all'eremo di San Pellegrino, massiccio edificio conventuale oggi in stato di agonia. La chiesetta presenta uno splendido portale in stile barocco impreziosito da un medaglione decorato. Percorrendo un atrio che si trova a sinistra della chiesa, si accede a due profonde grotte che nel tempo furono adibite a veri e propri santuari. Le grotte, legate al culto del mitico San Pellegrino, vescovo di Triocala, custodiscono diversi e splendidi affreschi, nicchie e suppellettili appartenuti, secondo la leggenda, allo stesso. Vi sono conservati pure due pannelli di maiolica risalenti al 1579 e al 1608. Splendida è la vista panoramica di cui si può godere appena fuori dall'Eremo, che spazia su tutta la fertile vallata sottostante.

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LA CHIESA DEL CARMINE

Nella piazza Umberto I, la Matrice o Chiesa del Carmine: emerge sull'invaso con la sobria facciata cuspidata, appena ravvivata dai conci a facciavista sui quali si articola il portale a piattabanda di disegno rinascimentale; appartenuta in passato al convento dei Carmelitani, esisteva già prima che nel 1575 vi si stabilissero i religiosi. Della metà del nostro secolo sono i restauri, che hanno conservato il prospetto e interessato all'interno la profonda navata, aperta a destra e a sinistra su sei cappellette; geometrici decori ornano la volta a botte, esaltando nel loro frigido rigore una bella serie di tempere con scene della Sacra Famiglia, del contemporaneo L. Messina. Nel presbiterio, sull'altare, sovrasta una Madonna delle Grazie (1534) di Antonello Gagini, all'interno di una nicchia indorata, eseguita dal figlio Fazio.


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LA CHIESA DEL SAN SALVATORE

La Chiesa del Salvatore è collocata ad Ovest del Piano della Matrice, in uno spazio urbano fortemente qualificato e di eccezionale valore paesaggistico, a pochi passi dall'ingresso del Castello della Regina Sibilla (normanno), appartenuto alla famiglia Luna, e detto comunemente Castello Nuovo per distinguerlo dall'altro posto sul costone roccioso opposto, edificato in epoca bizantina.  La Chiesa è quasi sempre chiusa, tranne che nei brevi periodi delle grandi solennità religiose come la Pasqua e la tradizionale festa della Madonna dei Miracoli e del SS. Crocifisso; in essa sono custodite le tre statue processionali della Pasqua: il Cristo Risorto, la Madonna e S. Michele Arcangelo, che viene portato in spalla dai giovani del paese per quasi tutta la notte di Pasqua ad annunciare la Resurrezione oltre che per l' "Incontro".  

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LA CHIESA DI SANT'AGOSTINO  
All'estremità orientale del paese, si affaccia sulla villa comunale la trecentesca chiesa di Sant'Agostino, con aggraziato portale del 1742 e severa torre campanaria dalle austere bifore; a destra, l'adiacente chiesetta di San Lorenzo (oggi adibita ad uso civile) espone un portale tardo-gotico. All'interno di Sant’Agostino, affreschi di soggetto vetero-testamentario; nella terza cappella a destra, una Madonna del Soccorso (secolo XVI) di Antonello Gagini; è il gioiello statuario della chiesa: un grandioso gruppo policromo in cotto maiolicato della Deposizione, costituito da otto figure al naturale, capolavoro (1552) di Antonino Ferraro.

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LA CHIESA DEI CAPPUCCINI  
La chiesa di San Francesco d'Assisi, appartenuta allo scomparso convento dei Cappuccini , che esibisce una facciata cuspidata con portale architravato. Nell'unica navata si ammira una grande pala di fra' Felice da Sambuca (seconda metà del secolo XVIII), raffigurante la Madonna col Bambino e ai piedi Santi e frati Cappuccini in ado­razione; nella cappella di fronte, un monumentale altare in noce, fitto di intagli e di sculture, insigne prodotto di ebanisteria cappuccina del primo '700, custodisce in una grande urna le reliquie di Sant’Onorato; sull'altare maggiore, c'è uno splendido crocifisso ligneo della stessa epoca.

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LA CHIESA DEL CARMINE  
Con la facciata cuspidata, con il portale di disegno rinascimentale, appartenuta in passato al convento dei Carmelitani. Della metà del nostro secolo sono i restauri, che hanno conservato il prospetto  Nel presbiterio, sull'altare, sovrasta una Madonna delle Grazie (1534) di Antonello Gagini, all'interno di una nicchia indorata, eseguita dal figlio Fazio.

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LA CHIESA DELL'ITRIA  
Nel centro storico di Caltabellotta. Originariamente doveva essere dedicata alle Anime Purganti, per come si evince dalle figure scolpite sul medaglione lapideo posto sul frontale.
Dall’esterno si presenta piuttosto imponente con il suo prospetto cuspidato che svetta nel piccolo spiazzo antistante. Pregevole il portale con quattro colonne tortili, che sostengono altrettanti capitelli corinzi su cui poggia un architrave sovrastato da due spirali e un medaglione con al centro le immagini di un’anima purgante e un serafino. Il portone ligneo, scolpito, è opera degli intagliatori locali Girolamo Campo e Giuseppe Nicolosi. La vista di tutto l’insieme, racchiuso fra due imponenti paraste, è particolarmente suggestiva.
All’interno delle cappelle vi sono posti S. Antonio da Padova, l’Angelo Custode, l’Ecce Homo, S. Rita, il Crocifisso, la Sacra Famiglia, il fonte battesimale; mentre il gruppo scultoreo dei due vecchioni è sistemato sul lato destro dell’abside di fonte all’organo.
Notevoli sono i dipinti su tela di forma circolare collocati sull’abside e sulla volta raffiguranti gli apostoli. Al centro della volta vi sono rappresentate invece l’Annunciazione, il Matrimonio della Vergine e l’Incoronazione di Maria mentre sull’altare maggiore è posta l’Immacolata Concezione. Degni di attenzione sono gli stucchi realizzati dall’abile artigiano Bernardo Sesta che proprio durante la loro realizzazione perse la vita (1885), a seguito di una caduta dall’impalcatura, e fu sepolto dentro la cripta.
Nella Chiesa dell’Itria vengono svolte diverse manifestazioni religiose, la più importante delle quali è la festa dell’Immacolata, alla fine della quale viene bruciato un pupazzo di paglia, ogni anno di foggia diversa, raffigurante “lu diavulazzu”, tradizione plurisecolare che probabilmente voleva essere un rito propiziatorio per una buona annata agraria. Nella stessa chiesa vengono festeggiati S. Antonio da Padova, l’Angelo Custode e recentemente si è aggiunto il culto di S. Rita.

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I SEGNI DI SANTA MARTA   

All' interno della Cattedrale di Caltabellotta, è collocata, nella Cappella della Madonna della Catena del Ferraro, la statua della Santa con ai piedi un cane (Mars Grabovius era un Dio romano che soleva trasformarsi in cane o in quercia per dare dei responsi). L' usanza di chiedere responsi il giorno di Santa Marta, in pratica tutti i martedì, è arrivata fino a noi grazie alla grande tradizionalità del popolo di Caltabellotta. La lettura dei segni è effettuata ogni martedì e se si vuole conoscere la fertilità di una donna, oppure come andrà la giornata, o che fine abbia fatto un parente, o se avremo dei guadagni o no, basta affacciarsi la mattina e vedere se passa qualche chioccia con la propria covata, oppure una donna con prole. Nel periodo delle due grandi guerre, bastava affacciarsi sul costone Gogala e porre una domanda diretta al proprio congiunto e se si sentiva la risposta allora il parente lontano era vivo, o dava l' annuncio del suo imminente ritorno. Oggi tante persone guardano ai segni premonitori, riconoscendo in questi una veridicità.

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  Caltabellotta LA MADONNA DEI MIRACOLI
 
Nella venerabile chiesa di S. Agostino oggi Parrocchia, si venera con fervorosa devozione una miracolosa immagine della Vergine SS. del Soccorso, sotto il nome di Madonna dei Miracoli. Scrivendo di essa, Rocco Pirro riferisce che fu dichiarata protettrice e patrona di Caltabellotta con pubblico voto degli abitanti il 22 Aprile 1601 per averli preservati dal colera. La storia della Madonna comincia con il passaggio della contea di Caltabellotta dalla famiglia Peralta ai Conti Luna (inizi del secolo XV).
Questi commissionarono al maestro Francesco Laurana una bellissima statua di marmo della Madonna del Soccorso per farne dono alla comunità dei Padri Agostiniani che intendevano stabilirsi in città. I padri agostiniani si sganciarono dalla chiesa di San Lorenzo, che la cedettero al clero locale, ed edificarono accanto ad essa una chiesa più grande dedicata al Padre S. Agostino; qui, con il convento attiguo, svolgevano un grande ministero di grazia a favore del popolo di Dio a loro affidato. Successivamente la prima immagine in marmo del Laurana fu riportata in legno. A tal proposito vengono tramandate di generazione in generazione varie storie e leggende legate al culto della Madonna dei Miracoli.
Si narra che un artigiano locale, che aveva la figlia ammalata, si rivolse alla Vergine del Soccorso e ricevuto il miracolo della guarigione della figlia scolpì una piccola statua della Madonna su un ceppo di fico e successivamente ne fece dono ai Padri Agostiniani.
Data la piccola dimensione, la statua veniva portata in processione nelle case degli ammalati che la richiedevano e poi, avvenuta la guarigione, ritornava in chiesa adorna di doni; per questo era detta anche la Madonna degli Ammalati.
Un altro racconto sull’origine di questo miracoloso simulacro recita: ...sotto la rupe Gogala, esisteva un bell’albero di fico; il proprietario, per particolare aspirazione e per certi misteriosi movimenti del tronco, decise di farne una statua.
Dopo qualche giorno, la dipinse, la pose al sole ad asciugare e poi si recò in campagna. A mezzogiorno scoppiò un temporale ed il contadino, ricordandosi della sua opera, si precipitò nel suo giardino per riparare dalla pioggia la statua che con tanta cura aveva realizzato. Con grande meraviglia vide che la statua della Madonna era al riparo e perfettamente asciutta ed integra nei colori. Nessuno l’aveva toccata.
Un’altra versione sull’origine del miracoloso simulacro, è la seguente: ...un giorno un certo Padre Paolo monaco Agostiniano (morto in fama di santità il 30 Dicembre 1847), trovò nel giardino sotto la rupe Gogala un ceppo di legno di fico e lo ritenne utile per sbarrare la porta della chiesa di S. Agostino. Così fece.
La mattina seguente andò ad aprire la chiesa e vide che il Ceppo di legno di fico non c’era più.
Chiese agli altri monaci se per caso lo avessero visto o se qualcuno lo avesse preso, ma questi gli risposero negativamente.
Un giorno si recò per il suo ministero alla Chiesa Madre, e con grande meraviglia, vide che il ceppo di legno era situato vicino al Crocifisso (proprio quello che c’è attualmente nella chiesa di S. Agostino).
Sbigottito, chiese chi avesse portato quel ceppo fino alla chiesa Madre. Domandò in giro, ma non ebbe risposte esaudienti.
Alla fine della Messa, dato che quel ceppo andava bene per chiudere la chiesa di S. Agostino, lo prese, lo riportò con sè e la sera lo sistemò allo scopo.
Il giorno dopo, come tutte le mattine, andò ad aprire la porta della chiesa e si accorse che il ceppo di fico era sparito. Subito pensò ad uno scherzo dei suoi confratelli anzi li accusò violentemente della stupida azione che, a parere suo, avevano commesso.
Ma vedendo che questi erano piuttosto frastornati, gli venne un dubbio. Andò di nuovo alla Madrice e vide, con grande meraviglia, che il ceppo di fico era ancora vicino al Crocifisso.
Riportò il pezzo di legno a S. Agostino, lo sistemò come le altre volte, e restò a vigilarlo.
Arrivata la notte, ad un tratto, vide che il pezzo di legno sì tolse dalla posizione in cui era stato sistemato e, balzellando, si diresse per la strada che porta alla madrice. Arrivato là si accostò, come le altre sere, vicino al Crocifisso. (La Madre che va a trovare il Figlio; lu Ncontru).
Da lì, poi, la scultura della statua su quel pezzo di legno di fico.
Un’altra storia legata alla devozione di Padre Pallu recita che: …un giorno arrivò al convento di Caltabellotta un certo Padre Paolo, uomo di Santa Vita e con una particolare devozione alla Vergine. Passava le sue notti in preghiera, e in contemplazione, quando, si dice, vede uscire la Madonna dalla porta della chiesa; la segue e si accorge che sale su per le balze che portano al colle Gogala. Di ritorno notò che la Madonna ha il manto sporco e si permise di chiedere: “Dove siete stata e perché avete la veste sporca?”. La Madonna, racconta Padre Paolo, che spesso si reca alla vecchia chiesa Madre per stare vicino al Figlio Crocifisso che li risiede (ritorna anche qua la storia della Madre che va a trovare il Figlio: lu ncontru). Da questo racconto scaturisce il nucleo centrale della festa così come l’abbiamo oggi.
Molti sono i miracoli ricordati dalla tradizione popolare. Tra i tanti ricordiamo quello compiuto da Maria SS. quando, volendo alcuni forestieri impadronirsi della sacra immagine e arrivati sotto la rupe Gogala sempre all’altezza dell’ex caserma dei CC. la statua si fece così pesante che furono costretti a lasciarla sul posto. Ecco perché, quando la statua della Madonna arriva sotto la rupe Gogala all’altezza dell’ex Caserma dei CC , luogo del ritrovamento del ceppo, essa, a detta dei portatori, si fa più pesante. Una volta un bambino ha acquistato la forza delle gambe percorrendo il tratto che va dall’inizio delle stanghe del fercolo al trono della Beata Vergine.
Si percorreva in processione la via D. Barbera: in un punto dove la strada diventa molto stretta e scoscesa, cadde a terra un angioletto della “Vara”. Lì vicino c’era una mamma col proprio figlioletto che era nato muto. Al cadere dell’angioletto il bimbo gridò: mamma, l’angelo; il bambino guarì.

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Santuario Santa Maria di Montevergine

Dell’Eremo di Santa Maria di Montevergine, situato ad oriente appena fuori l’abitato di S. Anna, che si adagia su di uno sperone di roccia ai piedi del Kratas a circa 340 mt. sul livello del mare, poco distante dal fiume Verdura.
Fu edificata da Francesco Alliata, principe di Villafranca, che nel 1624 fece costruire un villaggio, cui diede il nome di Sant’Anna.
La chiesa è ad una sola navata con tre altari per lato poco profondi; notevoli e tutti da scoprire gli affreschi che sono venuti alla luce durante l’ultimo restauro. Al suo interno sono conservati alcuni capitelli ritrovati nella zona, pare appartenenti alla non più esistente chiesa di S. Giorgio, da cui sembra sia stato tratto anche il portale ogivale . È qui che si trova un crocifisso ligneo quattrocentesco veneratissimo da tutta la comunità e la cui solennità religiosa, che si svolge con riti particolari e suggestivi, costituisce la festa più importante della comunità.
Tale crocifisso, situato sull’altare maggiore, secondo la tradizione pare sia stato dipinto sulle tavole del letto di S. Brigida e sia stato portato dall’Africa dai seguaci di Sant’Agostino.



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