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Castello di Caccamo   
Piazza Castello - Caccamo
Edificato nel periodo normanno (probabilmente su precedente impianto),il castello subì le prime trasformazioni nel 1300 con Manfredi Chiaramonte e successivamente arricchito nel 1398 da G.Deprades e da Henriquez Cabrera. Nel 1963 è stato acquistato dalla Regione Siciliana che ne cura il restauro. La visita è interessante per i diversi livelli in cui il complesso organismo del Castello-Palazzo articolava le sue funzioni.

Eretto su un alto basamento roccioso a dominare il paesaggio, luogo di guardia e di controllo, fortezza ma ugualmente maniero signorile che nell'ampio giro delle corti e nei saloni organizza la sua funzione di residenza e di rappresentanza, il castello appare al visitatore che si accinge a entrare in città come una presenza incombente e altera, disposto sulla piattaforma come un naturale prolungamento delle irte pareti di pietra, come a seguirne il perimetro nello snodarsi di porte, torri e mura, l'edificio palesa nella sua articolazione complessa le vicende e le trasformazioni che hanno condotto alla costruzione attuale in un lungo processo di accrescimenti, aggiunte e modifiche protrattosi per secoli.

L'imponente struttura difensiva era strutturata su quattro torri esterne - la torre di Byrsarone o Pizzarrone a valle, quella della Piazza, diroccata nel 1627 durante i lavori di ampliamento del Duomo, e quella detta Brancica poi inserita ugualmente con funzione campanaria, nella facciata della Chiesa della SS. Annunziata - e su tre torri interne a difesa di un più ristretto giro di mura, la torre Mastra (crollata, in parte, in seguito al terremoto del 1823), la torre Gibellina e quella della Fossa o del Dammuso.

La salita al castello avviene per un lungo passaggio a gradoni, protetto a destra da una successione di merli e chiuso a sinistra dai corpi edificati nel XV secolo da Giaimo de Prades, il bassorilevo in pietra con la mano che regge una bilancia sanziona il diritto baronale di amministrare la giustizia. L'atrio successivo apre, a sinistra, sulle scuderie e sulla soprastante sala delle udienze con la piccola loggia, e a destra sul corpo di guardia. Attraverso un arco a tutto sesto (che a sua volta sorregge un arco a sesto acuto di età chiaramontana) si giunge quindi al terrazzo panoramico sulla vallata, su cui sorge la piccola cappella di corte.

Poco più avanti da un ingresso ad arco a sesto acuto si accede ai locali delle carceri, le cui pareti di alcune celle presentano numerosi graffiti e dipinti realizzati dai detenuti. Il grande atrio con il portale seicentesco immette quindi nella grande sala della congiura (chiamata così perché secondo la leggenda ospita, nel 1160, la congiura dei baroni capeggiata da Matteo Bonello contro Guglielmo il Malo), i locali sottostanti erano riservati a magazzini e alla servitù.

Il piano nobile si sviluppa in senso longitudinale e termina alle sue estremità con due terrazze che avevano funzioni diametralmente opposte, una, attigua alla Prades, serviva al controllo dell'antico ingresso e l'altra, insieme alle torri, a quello delle vie esterne. I tetti lignei dei vari ambienti sono decorati con motivi floreali in stile barocco e risalgono, probabilmente, alla prima metà del '600, durante la signoria del principe D. Antonio Amato Folch di Cardona. In una stanza attigua alla sala della congiura, si trova una finestra pentalobata che da alcuni è fatta risalire al periodo chiaramontano, ma da altri a quello arabo. Il castello, con le sue possenti strutture, rimane a testimoniare la potenza delle varie famiglie che nei secoli ne ebbero il possesso e proietta l'eco del loro dispotismo e della loro liberalità.

Nel 1094 la città di Caccamo viene concessa in feudo a Goffredo de Sagejo, signore normanno venuto in Sicilia al seguito di Ruggero. Alla sua famiglia il feudo rimane per circa mezzo secolo, prima di passare alla famiglia Bonello.

E’ di certo in questo periodo che il castello, a cui è legata molta della storia e dello splendore della città, fu se non più ingrandito reso più forte ed inespugnabile, tanto da essere scelto da Matteo Bonello e dai suoi compagni come rifugio, dopo il fallimento della così detta “congiura dei baroni”, il 10 novembre 1160 Bonello tese un agguato a Majone davanti al palazzo arcivescovile e lo uccise mentre gli altri baroni imprigionavano il Re. Il popolo spaventato andò in soccorso del Re e lo liberò riportandolo al potere e quindi costringendo Bonello e i suoi baroni a rifugiarsi al castello.

Guglielmo I giurò vendetta e organizzò un esercito attaccando il castello, ma  quest’ultimo risultò inespugnabile. Allora cambiò tattica fece credere a Bonello di averlo perdonato, abrogò le riforme contro i baroni e gli permise di nuovo di frequentare la corte. Bonello cascò nel tranello e durante una giornata a corte fu assalito e rinchiuso al palazzo dove fu torturato sino alla morte.

Il castello tornò a essere possedimento reale finchè alla morte di Guglielmo I la vedova Margherita di Navarra cedette la baronia a un signore francese, Giovanni Lavardino. A seguito di controversie con gli abitanti però, egli fu costretto dai cittadini ad abbandonare la città. Dal 1169 al 1203 la città ritornò al demanio con delibera del Parlamento riunito a Messina.
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