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Carini, castelli, torri e fortificazioni nel comune

Castello di Carini
Carini
Antica fortezza in età normanna,il Castello fu oggetto di varie trasformazioni nel corso dei secoli,l'edificio presenta nell'impianto e nella struttura architettonica diverse sovrapposizioni di stile portate alla luce durante il recente restauro. Circondato dall'antico borgo medievale, in cui si notano tracce della prima cinta muraria,conserva ancora significativi resti della fortezza normanna. Alla fase trecentesca risale invece l'ala nord che si affaccia sulla corte e sulla vallata con elementi superstiti di bifore e trifore di stampo gotico. Più profonde le trasformazioni quattro-cinquecentesche, chiara testimonianza del gusto gotico catalano dei nuovi proprietari,testimonianza di quello stile plateresco di derivazione spagnola che caratterizza l'architettura siciliana dei primi decenni del XVI sec. Il Castello subì ancora nel tardo settecento ulteriori trasformazioni per essere adeguato alla nuova funzione di residenza di villeggiatura che assunse con l'inurbamento della vecchia aristocrazia
CASTELLO DI CARINI

L'edificio viene eretto tra la fine dell'XI e l'inizio del XII secolo, su una costruzione precedente sicuramente araba, ad opera del primo feudatario normanno Rodolfo Bonello, guerriero al seguito del conte Ruggiero. Dagli scavi condotti nel corso del recente restauro, sia nel lato est che in quello nord, sono affiorate strutture murarie di epoche precedenti a quella normanna. Il castello, presenta una grande corte, dove si affaccia la struttura residenziale fatta principalmente in due elevazioni. Il piano terra è composto: da una stanza con volta a crociera che contiene un muro a faccia vista che originariamente fungeva da muro esterno. In questo sono visibili delle finestre e una porta d'ingresso a sesto acuto con sguanci della vecchia struttura medievale; Un grande salone diviso da due arcate a sesto acuto con colonna centrale; La cappella privata dove si ammira un bellissimo tabernacolo ligneo del primo decennio del'600, con colonnine corinzie che scandiscono prospettivamente lo spazio. Esternamente alla cappella, un portale dà accesso al bastione, dove sono visibili i resti di un muro perimetrale. Il secondo piano, raggiungibile esternamente da una scala in pietra di Billiemi , opera dell'architetto Matteo Carnalivari, è composto: dal salone delle feste, classico esempio di sala quattrocentesca con soffitto ligneo cassettonato, camino impreziosito con lo stemma dei La Grua ed ampie finestre con sedili addossati e dalla zona notte, composta da ambienti affrescati, in cui si può ammirare un bellissimo portone settecentesco decorato che caratterizza l'alcova. Una piccola scaletta circolare porta alle cucine, mentre un'altra attigua sale ai piani superiori. Dal lato ovest si accede ad una zona chiamata "Foresteria". Per una scala si accede alla torre o maschio del castello . La torre continua con un soppalco ligneo dal quale una bifora con lo stemma degli Abbate permette di osservare il lato sud del paese. Qui la volta è a crociera con pennacchi terminanti anch'essi con pietra di Billiemi. Una scala, oggi non più esistente, permetteva l'uscita verso i merli del torrione. Da una porta, caratterizzata da un'arcata a sesto acuto, si esce in un piccolo terrazzino, creato recentemente, che permette di osservare il panorama della città.

Divenne famoso quale teatro di una storica fosca vicenda divenuta leggendaria.
Il 4 dicembre 1563 la bella castellana Laura Lanza baronessa di Carini, moglie di Vincenzo La Grua, vi morì tragicamente e la fantasia popolare ne fece la romantica figura della sua leggenda.
Si narra che la bellissima dama palermitana, per la sua dissolutezza, venisse confinata in questa feudale dimora.
Qui essa continuò una relazione amorosa col cugino, Don Ludovico Vernagallo, che ogni notte «sopra un poderoso destriere» la raggiungeva al castello.
Tradita da un frate del vicino convento essa, nella fatale notte del quattro dicembre, venne sorpresa ed uccisa dal padre Cesare Lanza, uomo quanto mai geloso e spietato. Dell'orrendo episodio rimase nei secoli una strana «manata di sangue», impressa dall'uccisa sopra una lastra di marmo posta alla parete di una stanza (specie di cisterna) e che viene ricordata in questi versi popolari del tempo, raccolti dal Pitrè. Il 28 aprile 1564, solo quattro mesi dopo la tragedia, il La Grua passò a nuove nozze con Donna Ninfa Ruiz ed il castello venne riaperto ed abbellito.
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