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ICCD
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Castello di Lombardia

Castello di Lombardia

Denominazione: Castello “di Lombardia”; castrum Castri Johannis; castrum vetus
Comune: Enna
Provincia: Enna
Ubicazione: Centro urbano. Largo Castello di Lombardia
Proprietà attuale: Pubblica (Demanio, in uso al Comune)
Uso attuale: Monumento aperto al pubblico

Denominazione: Torre “di Federico”; turri grandi; regium solacium; turris sive castrum novum; regia domus
Comune: Enna - Provincia: Enna - Ubicazione: Centro urbano. Via Torre di Federico
Impianto planimetrico: Torre ottagonale circondata (a m 21 di distanza) da una cinta muraria della stessa pianta
Proprietà attuale: pubblica (Demanio, in uso al Comune).
Uso attuale: l’area è aperta al pubblico ma la torre non è normalmente visitabile all’interno.

Le origini del castello detto “di Lombardia”non sono note attraverso documentazione scritta. Già in età bizantina la roccaforte di Enna  appare divisa fra un “castello” ed un “borgo”. Non è però possibile identificare con certezza questo fortilizio bizantino (o la parte più difesa dell’intera città) con l’area del castello, anche se ciò appare certamente probabile. In età normanna il castello di Enna è documentato già nel 1145, quando si parla delle decime de balio et de Lombardia que sunt de cappella castelli :
il toponimo “Lombardia” risale quindi ad età normanna ed è dovuto senza dubbio allo stanziamento di una colonia nord-italiana ad Enna ed in particolare nell’area prossima al castello.
Nessun documento prova la costruzione o piuttosto la ricostruzione del castello nell’età di Federico II, mentre il cronista noto come Nicolò Jamsilla parla della distruzione e ricostruzione del castrum di Enna (senza ulteriori specificazioni) negli anni di Manfredi (Jamsilla, col. 587). Inutile sottolineare quanto pericoloso sia dare totalmente credito, per fatti analoghi, ai cronisti medievali anche quando parlano di distruzioni radicali.
Alcuni scrittori ed eruditi siciliani fra Settecento e Ottocento ne attribuirono la costruzione a Federico II. Lo storico dell’arte francese Enlart ritenne invece il castello “di Lombardia” una realizzazione d’età angioina: un’ipotesi - decisamente inficiata da nazionalismo - che non ha trovato alcun seguito. Giuseppe Agnello, nel suo celebre studio del 1935, ritenne il castello, nella sua attuale facies, un monumento dell’attività costruttiva di Federico II.
La successiva critica non si è però trovata unanimemente d’accordo su tale datazione. Bruschi e Miarelli Mariani mantennero un salutare dubbio circa la portata dell’eventuale intervento costruttivo o ricostruttivo d’età sveva. Bellafiore ipotizza origini islamiche per l’intero complesso ma data all’età normanna la “torre pisana”.
Per Cadei, invece, il castello “di Lombardia” è “il più potente ed il più munito dei castelli federiciani”. Anche Alberti, seguendo Agnello, ha ritenuto che nessun elemento e nessuna parte del castello possa “ragionevolmente attribuirsi ad un periodo che precede l’età bizantina”.
La complessità del monumento, la varietà delle sue parti, la grande differenza nelle apparecchiature murarie e la presenza ben visibile di numerosi inserti e interventi restaurativi di varie epoche consiglia, in attesa di uno studio esaustivo del complesso, grande prudenza. L’ipotesi che qui si prospetta con ogni cautela è quella di una lunga storia costruttiva con molteplici fasi e continui restauri ed adeguamenti: si ritiene comunque che l’attuale aspetto del complesso sia da ascriversi ad interventi susseguitisi fra l’epoca normanna e l’età di Federico III d’Aragona. In questa lunga durata non è agevole isolare con certezza parti attribuibili all’attività edificatoria di Federico II di Svevia. Piuttosto, sulla scorta di Jamsilla, si può ipotizzare che il castello abbia conosciuto un importante episodio costruttivo sotto Manfredi.
È molto verisimile, come già ipotizzato da Agnello, che la decadenza del castello inizi nel XV secolo, quando, pacificata la Sicilia sotto la dinastia dei Trastamara, furono soprattutto i castelli e le fortificazioni costiere a mantenere grande importanza militare. Nel Settecento il castello “di Lombardia” è già parzialmente in rovina ; nel 1818 prese fuoco un deposito di polveri ma senza gravi conseguenze. Nel 1837 Ferdinando II di Borbone lo giudicò militarmente inservibile.
Dopo un temporaneo utilizzo come prigione, il castello è descritto in pieno sfacelo nel 1887 (ibidem). Negli anni ‘30 del XX secolo il primo cortile fu trasformato in teatro all’aperto inaugurato nel 1938 con l’Aida, mentre vaste cisterne idriche furono ricavate sotto il “cortile delle vettovaglie”. Durante la guerra vi furono acquartierati contingenti militari. Nel dopoguerra, a partire dal 1951, subì pesanti interventi conservativi e di ripristino. Altri interventi furono realizzati dopo il 1959 (Fidelio 1998, p. 770). Attualmente sono in corso indagini e lavori preliminari al restauro.

Il vasto complesso fortificato consta essenzialmente di una cinta esterna a pianta irregolamente poligonale con sei torri superstiti.
Con le sue dimensioni, il castello di Lombardia è, insieme al castello di Lucera, il più grande castello medievale d’Italia (si escludono, ovviamente, i perimetri murari urbani) e certamente uno dei più grandi d’Europa. La cinta racchiude infatti una superficie di ca. 26.600 mq suddivisa in tre cortili divisi da cortine murarie e comunicanti solo tramite porte interne. Una sorta di quarto cortile, di perimetro rettangolare assai stretto e allungato, è creato dall’esistenza di un lungo antemurale a difesa dell’ingresso principale aprentesi sul lato ovest. Alle torri di cortina si aggiungono altre quattro torri interne, poste in corrispondenza di punti chiave delle mura che delimitano i tre cortili. il mastio del castello, la “torre pisana” si trova all’interno del terzo cortile, a cavaliere fra questo ed il primo, già trasformato in teatro all’aperto. Non è superfluo ripetere che la presenza dei tre cortili “assicurava una difesa a sezioni separate, utile in caso di espugnazione di uno dei settori” .
Dall’atrio stretto ed allungato si accede al primo cortile (detto di San Nicolò o “degli armati”) attraverso un portone ogivale aprentesi sul fronte occidentale (a). Questa prima corte ha pianta assimilabile ad un trapezio isoscele. Il secondo cortile, il più vasto dei tre (detto di Santa Maddalena o “delle vettovaglie”), accessibile dal primo mediante la “porta della catena” (b), ha pianta di poligono irregolare allungato in senso sud est-nord ovest. All’estremità settentrionale del secondo cortile si apre una postierla (in siciliano porta fausa). Quasi all’altezza di quest’ultima si innesta alle mura perimetrali esterne il muro interno, protetto da due torri, che isola il terzo cortile. Anche quest’ultimo (detto di San Martino), il più piccolo dei tre, ha pianta di poligono fortemente irregolare. Qui Paolo Orsi rinvenne silos scampanati scavati nella roccia, una chiesetta medievale, tombe probabilmente d’età islamica, mentre alcune altre sepolture sono state messe alla luce da interventi archeologici più recenti. Sull’angolo ovest del cortile si innalza la “torre pisana”, il mastio della cittadella. A pianta leggermente trapezoidale, si erge sul punto più elevato del rilievo con linee purissime e taglienti, tanto da dare l’impressione di un edificio parallelepipedo su base regolare. All’interno la torre presenta attualmente un piano terra altissimo coperto da un solaio ligneo ripristinato su mensole litiche originarie. Una scala snodatesi lungo le pareti interne e con due rampe finali ricavate negli spessori murari conduce al secondo livello coperto da volta a crociera. Un’ultima rampa di scale, per metà alloggiata negli spessori del muro, porta alla terrazza la cui merlatura è di ripristino.
Appena sotto la “torre pisana” esistono le rovine di un’aula a pianta rettangolare molto allungata, scandita originariamente da almeno quattro arcate mediane di cui rimangono solo le imposte incassate direttamente negli spessori murari. La sala era illuminata da una serie di strette feritoie aprentesi sul muro occidentale: al di sopra di queste corre una fila di mensole in pietra destinate in origine a sorreggere il solaio ligneo che divideva il piano terra da un primo piano.
Il castello, quindi, alla zona dei due cortili maggiori, utili all’occorrenza per l’accasermamento di grossi contingenti di armati con tutto il materiale necessario ed il ricovero della popolazione, univa una parte interna, più difesa ed isolata, ove l’edificio a pianta rettangolare appena descritto poteva offrire anche a ospiti reali una comoda residenza (il palazzo a pianta rettangolare), resa ulteriormente sicura dalla prossimità della “torre pisana”.

Torre di Federico

Descrizione
La torre è un perfetto prisma ottagonale con larghezza massima m 17, lati di m 7,05 ed altezza attuale (la torre è capitozzata) di m 27 ,30; l’esterno è realizzato in apparecchiatura di blocchetti calcarei regolari alti ca. 25 cm. Alla distanza di 21 m la torre è circondata
da una cinta muraria anch’essa a pianta ottagonale della quale si sono conservati solo alcuni tratti. Delle otto facce del solido geometrico solo due appaiono totalmente cieche. Le altre sono animate da monofore e feritoie (sette sono allineate verticalmente lungo tutta la parete in corrispondenza dell’originaria scala a chiocciola interna) e da due ampie e bellissime finestre con cornici a bastoni spezzati che si aprono al piano nobile rispettivamente sul lato nordnord ovest e sul lato sudsud est.
L’accesso all’interno è possibile mediante una porticina archiacuta al piano terreno (lato sud-sud est) ma doveva avvenire normalmente mediante una porta aprentensi in corrispondenza della scaletta interna, fra la seconda e la terza feritoia, alcuni metri in elevato rispetto al piano di calpestio. All’interno la torre è suddivisa in tre piani, l’ultimo dei quali tronco e privo di più di metà dell’elevato e quindi della copertura. il piano terreno è costituito da un’unica stanza ottagona illuminata da tre monofore strombate e coperta da volta ad ombrello con costoloni ad angolo abbattuto poggianti su mensole a piramide rovesciata con cornice, scozia fra due tori, listello abaco e peduccio. Sotto il pavimento si apriva una cisterna. Si ripete all’interno il paramento in blocchetti tendente all’isodomia.
La scala a chiocciola di collegamento con il primo piano è inserita negli spessori delle pareti ovest-sud ovest; scomparsa nel XVIII secolo la scala originaria, essa è stata ricostruita in calcestruzzo.
L’ambiente del piano nobile è realizzato in analogia con il piano terra: è un vano ottagonale con volta ad ombrello costolonata poggiante però, questa volta, su semicolonne con basi ioniche e capitelli – molto rovinati – a foglie. L’ambiente è illuminato dalle due grandi finestre con cornici a bastoni; questo tipo di decorazione, che nel passato aveva fatto datare queste aperture al XV secolo, si ritrova in realtà come segnalato di recente da Bellafiore – anche a Castel del Monte e può quindi rientrare nel repertorio decorativo dell’architettura sveva. Nel lato nord-nord est è ricavata, in un ambiente a gomito, una latrina.
Il vano della terza elevazione, anch’esso ottagonale e accessibile sempre mediante la scaletta a chiocciola, si presenta cimato ad un’altezza di circa 3 m. La presenza dell’imposta nascente di quattro costoloni disposti secondo i punti cardinali permise ad Agnello di ipotizzare una copertura a volta emisferica con oculo vuoto al centro: il recente ritrovamento della serraglia fra le macerie del piano semidistrutto fa però escludere l’ipotesi affascinante di un ultimo piano aperto a mo’di specola. È indubbio il fascino di questo edificio costruito in quello che era considerato il centro della Sicilia e con pianta ottagonale, com’è ben noto, dalla forte valenza simbolica.
Evitando in questa sede qualsiasi possibile speculazione su questo aspetto del monumento, si sottolinea soltanto come donjons ottagonali o comunque poligonali siano relativamente frequenti in Francia, Inghilterra, Germania ed in particolare nel Kernland degli Staufen, l’Alsazia fra XII e XIII secolo. Si ritiene che gli influssi orientali siano, nel torrione di Enna, inesistenti. Esso è piuttosto uno splendido donjon di tipo nordico piantato quasi nel centro geografico dell’isola.
L’ambiente naturale, lo stesso clima di Enna esaltano ancora di più, per molti giorni l’anno, il fascino settentrionale della torre.
Immersa spesso nella nebbia, a volte visibile solo a distanza di pochi metri, essa è realmente un frammento di Europa gotica caparbiamente ancorato all’acrocoro roccioso di Enna.


Torre di Federico

Torre di Federico

Denominazione: Torre “di Federico”; turri grandi; regium solacium; turris sive castrum novum; regia domus
Comune: Enna - Provincia: Enna - Ubicazione: Centro urbano. Via Torre di Federico
Impianto planimetrico: Torre ottagonale circondata (a m 21 di distanza) da una cinta muraria della stessa pianta
Proprietà attuale: pubblica (Demanio, in uso al Comune).
Uso attuale: l’area è aperta al pubblico ma la torre non è normalmente visitabile all’interno.

Descrizione
La torre è un perfetto prisma ottagonale con larghezza massima m 17, lati di m 7,05 ed altezza attuale (la torre è capitozzata) di m 27 ,30; l’esterno è realizzato in apparecchiatura di blocchetti calcarei regolari alti ca. 25 cm. Alla distanza di 21 m la torre è circondata
da una cinta muraria anch’essa a pianta ottagonale della quale si sono conservati solo alcuni tratti. Delle otto facce del solido geometrico solo due appaiono totalmente cieche. Le altre sono animate da monofore e feritoie (sette sono allineate verticalmente lungo tutta la parete in corrispondenza dell’originaria scala a chiocciola interna) e da due ampie e bellissime finestre con cornici a bastoni spezzati che si aprono al piano nobile rispettivamente sul lato nordnord ovest e sul lato sudsud est.
L’accesso all’interno è possibile mediante una porticina archiacuta al piano terreno (lato sud-sud est) ma doveva avvenire normalmente mediante una porta aprentensi in corrispondenza della scaletta interna, fra la seconda e la terza feritoia, alcuni metri in elevato rispetto al piano di calpestio. All’interno la torre è suddivisa in tre piani, l’ultimo dei quali tronco e privo di più di metà dell’elevato e quindi della copertura. il piano terreno è costituito da un’unica stanza ottagona illuminata da tre monofore strombate e coperta da volta ad ombrello con costoloni ad angolo abbattuto poggianti su mensole a piramide rovesciata con cornice, scozia fra due tori, listello abaco e peduccio. Sotto il pavimento si apriva una cisterna. Si ripete all’interno il paramento in blocchetti tendente all’isodomia.
La scala a chiocciola di collegamento con il primo piano è inserita negli spessori delle pareti ovest-sud ovest; scomparsa nel XVIII secolo la scala originaria, essa è stata ricostruita in calcestruzzo.
L’ambiente del piano nobile è realizzato in analogia con il piano terra: è un vano ottagonale con volta ad ombrello costolonata poggiante però, questa volta, su semicolonne con basi ioniche e capitelli – molto rovinati – a foglie. L’ambiente è illuminato dalle due grandi finestre con cornici a bastoni; questo tipo di decorazione, che nel passato aveva fatto datare queste aperture al XV secolo, si ritrova in realtà come segnalato di recente da Bellafiore – anche a Castel del Monte e può quindi rientrare nel repertorio decorativo dell’architettura sveva. Nel lato nord-nord est è ricavata, in un ambiente a gomito, una latrina.
Il vano della terza elevazione, anch’esso ottagonale e accessibile sempre mediante la scaletta a chiocciola, si presenta cimato ad un’altezza di circa 3 m. La presenza dell’imposta nascente di quattro costoloni disposti secondo i punti cardinali permise ad Agnello di ipotizzare una copertura a volta emisferica con oculo vuoto al centro: il recente ritrovamento della serraglia fra le macerie del piano semidistrutto fa però escludere l’ipotesi affascinante di un ultimo piano aperto a mo’di specola. È indubbio il fascino di questo edificio costruito in quello che era considerato il centro della Sicilia e con pianta ottagonale, com’è ben noto, dalla forte valenza simbolica.
Evitando in questa sede qualsiasi possibile speculazione su questo aspetto del monumento, si sottolinea soltanto come donjons ottagonali o comunque poligonali siano relativamente frequenti in Francia, Inghilterra, Germania ed in particolare nel Kernland degli Staufen, l’Alsazia fra XII e XIII secolo. Si ritiene che gli influssi orientali siano, nel torrione di Enna, inesistenti. Esso è piuttosto uno splendido donjon di tipo nordico piantato quasi nel centro geografico dell’isola.
L’ambiente naturale, lo stesso clima di Enna esaltano ancora di più, per molti giorni l’anno, il fascino settentrionale della torre.
Immersa spesso nella nebbia, a volte visibile solo a distanza di pochi metri, essa è realmente un frammento di Europa gotica caparbiamente ancorato all’acrocoro roccioso di Enna.


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