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Limina Il santo che cammina sull'acqua l'11 ed il 12 maggio

Limina Il santo che cammina sull'acqua l'11 ed il 12 maggio

si celebra la festa di San Filippo, nelle prime ore del mattino il fercolo viene portato dai fedeli dal centro abitato al santuario di Passo Murazzo sul torrente Agrò , nel pomeriggio rientra nella CHIESA nella piazza si compie u giru che consiste in alcuni andirivieni che rappresentano la vittoria del santo conto i demoni.

giorno 12 si rievoca la morte del santo
si celebra l'ottava, otto giorni dopo la festa con una processione, di prima mattina, nel pomeriggio viene trasportato in contrada Calvario e in serata il simulacro del santo rientra in CHIESA, si replica il 16 agosto.


Festa di San Filippo d'Agira - Festa in onore di San Filippo d'Agira 11 maggio
La Festa di San Filippo d’Agira
Il giorno 11 maggio la statua viene portata a spalla su di una vara, dal peso circa 900 Kg, dal centro abitato fino al Santuario di Passo “Murazzo”, lungo la S.P. n° 12, da dove la stessa sera fa rientro nella propria Chiesa urbana.
Il 12 maggio, nel pomeriggio, ha luogo una solenne processione per le vie del paese.

I festeggiamenti
All’ ottava, dopo una ulteriore processione nella prima mattinata, nel pomeriggio il Santo viene portato – da valide forze che procedono con andatura sostenuta – nelle contrade “Calvario”, lungo una ripida salita che porta ad un’altura sita ad ovest dell’abitato, e “Durbi”, zona questa situata ad est del paese. Il Simulacro quindi – nella tarda serata – in seguito ad ulteriori giri per strade principali del centro, rientra in Chiesa.
Il 17 agosto del 1958 venne sperimentata una ulteriore processione di S. Filippo allo scopo di accontentare i numerosi emigranti liminesi che tutti gli anni rientravano (e rientrano tuttora) al paese per trascorrervi le proprie ferie; l’esperimento riuscì così bene che nel 1964 la funzione religiosa venne definitivamente istituita e tutt’oggi la stessa viene celebrata ogni anno il 16 di agosto.

Oltre la festa di S. Filippo un ulteriore diversivo per i liminesi era costituito dal Carnevale. Non vi era quartiere del paese ove non si danzasse; a parte le sale delle Società “Agricola” ed “Operaia”, “u Sonu” (sala da ballo) veniva organizzato anche in case di privati.
Le danze nel periodo pre-Quaresima si protraevano per oltre un mese dal tramonto all’alba ed avevano diritto a danzare in codeste sale private o società solo i soci e gli organizzatori e lo strumento musicale adoperato era l’ “urganettu” (la fisarmonica).
Raramente veniva ammesso in sala un estraneo solo se presentato da un frequentatore e con i dovuti requisiti morali.
In questo clima i giovani avevano forse l’unica possibilità nell’anno di frequentarsi e conoscersi meglio. Oltre i lisci, il ballo più caratteristico era la “contradanza” (si pensa di origine francese), eseguita da più coppie e costituita da varie figure che si alternavano al comando di un “maestro” che partecipava alla stessa danza.
Tutt’oggi la “contradanza” viene richiesta ed eseguita anche se non ha lo stesso fervore di un tempo, come gli anziani riferiscono.
Infine, non poteva mancare anche qui un pizzico di “liminesità”: le danze si concludevano, come del resto ancora oggi, la domenica successiva alle “Ceneri” con un banchetto finale.
Questo antico costume di prolungare il carnevale in piena Quaresima (nostro Signore non ce ne voglia) ha il nome di “carnaluvarùni” che in tutto il comprensorio viene festeggiato solo a Limina.

L’ ultima nota é stata riservata ai “Cantaturi” (cantautori di poesie dialettali liminesi).
In passato l’arma prediletta dal popolo era “a canzuna” (la canzone); per una serenata (con tutti i rischi derivanti), per lavare l’onta di una qualsiasi offesa, per avanzare un attacco verbale ad un rivale in amore, ecc., si ricorreva quasi sempre all’ “urganettu”.
Il paese in questo senso era ben fornito di squadre di “sunaturi” (suonatori) e “cantaturi” presso le quali il malcapitato, bisognoso di regolarizzare i propri conti, ricorreva per chiedere riparo.
In poco tempo il “team” veniva adunato e nel giro di un paio d’ore era già pronto per vendicare l’amico.

Il prof. Giuseppe Cavarra, cultore di poesia dialettale siciliana, nel suo testo “La lingua tra i denti”, edito nel 1983, narra di una sfida che intorno al 1935 coinvolse tutti i poeti di Limina; la “proposta” era la seguente:

Sa sì pueta, rispunni a l’istanti:
fammi vidìri li ta sintimenti.
Pàrrunu tutti, nni dìciunu tanti,
ma nò si potti mai sapiri nenti;
rispunni a tonu senza mi ti scanti,
picchì vonnu sapìri ‘sti genti:

Chi ìa lu munnu? Chi sunnu li santi?
Chi su’ li celi ‘nta li firmamenti?

Ma torniamo a quella “proposta” e leggiamo come rispose il Saglimbeni:

Pueta sugnu e sempri mi nni vantu:
risposti ti nni dugnu cincucentu;
e ti rispunnu senza mi mi scantu
e ti lu dugnu qualchi ‘nzignamentu.
Lu munnu non é risu, non é chiantu,
e no’ si fici mancu ‘nta ‘n-mumentu.

Lu fici lu Signuri e quarchi Santu
e ‘ccani chiudu lu ma tistamentu.


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