Itinerari bizantini in Sicilia - Itinerari in Sicilia

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Itinerari bizantini in Sicilia

Gli Itinerari Culturali del Medioevo Siciliano
Gli Itinerari Culturali del Medioevo Siciliano rappresentano gli esiti di un Progetto finanziato a seguito della Delibera CIPE del 9 maggio 2003 destinato allo sviluppo nel campo della ricerca.
Relativamente all’utilizzo di tale fondo, il Segretariato Generale del MiBAC ha predisposto quindi proposte finalizzate alla realizzazione di un “Portale Nazionale Multilingue dell’offerta culturale, turistica e produttiva” (Delibera CIPE del 19 dicembre 2003) al quale afferiscono sia il progetto ”Itinerari Culturali del Medioevo Siciliano”, sia il progetto ”Itinerari Culturali del Medioevo Pugliese”.
Il progetto siciliano proposto dall’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD) si è sviluppato in due fasi:
Attività di studio, ricognizione e catalogazione sul patrimonio culturale;
Diffusione dei risultati catalografici e di ricognizione ed è stato realizzato nell’ambito del Servizio per i Beni Storico Artistici, sotto la direzione della dott. Sandra Vasco Rocca.

www.iccd.beniculturali.it/medioevosiciliano/index.php?it/1/home
Arte Bizantina L'imperatore Costantino emana nel 313, l'editto di Milano, con il quale venne liberalizzato il culto del cristianesimo e nel 330, sposta la capitale dell'impero da Roma a Bisanzio, che, prese il nome di Costantinopoli. Alla morte di Costantino, l'impero iniziò quel processo di divisione, che avrebbe portato alla costituzione dell'impero romano d'Oriente, con capitale Costantinopoli, e dell'impero romano d'Occidente, con capitale Roma. L'impero romano d'occidente, a seguito delle invasioni barbariche scomparve nel 476 d. C. L'impero romano d'oriente, impero “bizantino”, sopravvisse, estinguendosi solo nel XVI secolo con la conquista da parte degli ottomani. L'arte bizantina, sorta a Costantinopoli a partire dal IV sec. d. C., si può dire durò fino al 1453. Dopo la scissione della chiesa d'oriente da quella d'occidente, rimase come il linguaggio figurativo della cristianità ortodossa, sopravvivendo pertanto presso le culture, soprattutto dell'Europa orientale, presso le quali la religione ortodossa è ancora presente.
Anche in Oriente lo scopo delle immagini sacre consisteva nell'educare i fedeli al senso religioso. Alcune differenze emersero tuttavia da subito: mentre in Occidente Cristo era rappresentato con immagini più simili alla realtà quotidiana (vedi l'immagine del Buon Pastore), in Oriente era rappresentato con regalità (vedi il Cristo Pantocratore).
Alla naturalezza dei gesti delle rappresentazioni figurative occidentali, in oriente si delinea una figurazione espressa con spiccata rigidezza dell'atteggiamento e fissità dello sguardo. Questo perché la cultura artistica bizantina fu permeata della religione cristiana vista come rivelazione, per cui l'arte, non doveva narrare ma rappresentare la manifestazione del divino. Per questo punti fondamentali della tecnica pittorica bizantina divennero: sfondi dorati che servivano a dare alle immagini sacre un valore assoluto astraendole da un contesto spaziale; la ieraticità dei volti ed espressioni, quindi, sempre più immutabili e fisse, nell'assenza di qualsiasi dichiarazione di emotività; l'assenza di tridimensionalità per cui le figure, proprio perché immateriali, non potevano mantenere uno spessore proprio delle cose terrene, ma apparire quasi come immagini proiettate, come apparizioni. Forme significative della pittura bizantina sono le famose icone della Madonna, di Cristo o di santi dipinte su tavole di legno. L'icona per la cultura orientale, ha una triplice dimensione, quella della conoscenza scientifica, della visione teologica e infine del valore artistico. Proprio questa eternità ed immutabilità vengono espresse in figure che non possono che risultare eternamente immutabili e solenni.
Altra tecnica tipica dell'arte bizantina è il mosaico. Per rendere il mondo spirituale ed inavvicinabile il mosaico con il suo scintillare ed i suoi giochi di luce, poteva creare quella atmosfera irreale voluta di assolutezza trascendente dei soggetti sacri. Nel 404 d.C. Ravenna diventa la capitale dell'impero d'occidente. Dal 493 al 526 Teodorico, re degli ostrogoti è Re d'Italia, e nel 535-553, le truppe di Giustiniano, imperatore d'Oriente conquistano l'Italia. Sotto il regno di Giustiniano l'arte bizantina si definisce e realizza dei capolavori.
In questo periodo si intensificano quei contatti tra Ravenna e Costantinopoli che porteranno alle notevoli espressioni artistiche dei mosaici ravennati. Gli interni delle chiese vengono impreziositi da mosaici. L'Imperatore Giustiniano appare in un mosaico del 532 d, C. ai lati del presbiterio della chiesa di San Vitale a Ravenna. Le figure sono prive di consistenza materiale,.la volta a crociera è occupata da una decorazione vegetale dalla quale spiccano quattro angeli che reggono un medaglione con l'agnello; nelle lunette, sono rappresentati i quattro evangelisti, con i rispettivi simboli, le storie di Mosè e i due quadri simbolici dell'offerta di Abele. Questa rappresentazione di Giustiniano è giustificabile dalla situazione storica- salito al trono d'oriente egli infatti stabilì una unione con la Chiesa tale da fare apparire la sua figura con un carattere quasi divino. Alla morte di Giustiniano i Longobardi occuparono gran parte dell'Italia nel 568.
Noto il periodo iconoclasta, compreso tra il 730 e l'843 che si basa sulla negazione alla rappresentazione in immagine del Divino. Il periodo iconoclasta provocò uno stacco tra l'arte della corte e quella popolare delle icone dipinte nei monasteri. È a questo periodo che si attesta la diaspora di artisti, che da Costantinopoli furono costretti a trasferirsi in Europa occidentale. L'incontro della cultura bizantina con quella occidentale indusse a reciproche influenze e da questo momento l'arte bizantina acquista l'interesse per la narrazione. È a questo periodo che si attesta la diaspora di artisti, che da Costantinopoli furono costretti a trasferirsi in Europa occidentale. Nell' 867, con l'avvento della dinastia macedone, si concluse il periodo iconoclasta.
Dal 867 al 1057 l'arte bizantina conobbe un secondo momento di splendore. Successivamente l'arte bizantina raggiunse alte qualità decorative: nei sec. XI e XII vediamo profondi echi dell'arte bizantina in Sicilia, nel Duomo di Cefalù, (1148,-65), e nella cappella Palatina e nella Martorana -1148- di Palermo. Anche il Duomo di Monreale (Pa) e la Basilica di San Marco di Venezia risentirono ovviamente di influssi bizantini nella realizzazione degli splendidi mosaici.

Secondo quanto ormai ampiamente testimoniato, in Sicilia il rapporto fra architettura del periodo normanno e mosaici non è mai stato semplice ed è, quasi sempre, il frutto di un compromesso. Nel seno delle varie situazioni in cui sfocia il rapporto tra architettura di tipo occidentale e decorazione di tipo orientale, nella cattedrale di Cefalù si verifica la totale indipendenza della struttura muraria dall'apparato musivo, certamente non previsto in fase di ideazione della fabbrica ruggeriana e completata solo durante una fase avanzata della sua costruzione. Pare certo tuttavia che esso risalga al 1145 quando Ruggero pensò di trasformare la cattedrale nel suo mausoleo chiamando maestri bizantini e di formazione cosmopolitana che si trovarono ad operare, come già detto, su un invaso spaziale d'ispirazione nordica, evidenziando in maniera spiccata il sincretismo culturale e ideologico di Ruggero negli anni 1145-48 volto da un lato verso Saint Denis e dall'altro verso Costantinopoli.
Dal punto di vista della datazione, le figure del quarto registro trovano riscontro nei santi sui piedritti degli archi della navata centrale della Cappella Palatina, riferibili agli anni di Guglielmo I (1154-‘66) mentre quelli dei registri superiori, di certo precedenti, utilizzano schemi in linea con l'evoluzione della pittura comnena negli anni 1150-'70.
Ed a questa fase, un poco più tardi si agganceranno i mosaici di Monreale, i quali ignorano lo stile formatosi negli anni di Guglielmo I guardando agli esiti delle decorazioni ruggeriane. È solo a Monreale che il rapporto mosaici-architettura sembra svolgersi attraverso una reale presa di coscienza del problema. La decorazione musiva monrealese, ormai ancorata entro la data di morte di Guglielmo n (1189), appare di carattere essenzialmente bizantino: responsabili della grandiosa opera non furono quindi mosaicisti siciliani, istruiti da maestri bizantini, ma maestranze bizantine, imbevute di cultura figurativa tardo comnena, volute dallo stesso Guglielmo II, in una ondata successiva a quella ruggeriana. Nella cattedrale monrealese tutta la figurazione ha un suo preciso logico svolgimento sia dal punto di vista stilistico che dogmatico, dal momento che rappresenta il più ampio e articolato programma iconografico, di concezione occidentale, realizzato in funzione della divulgazione della fede.
Il carattere essenzialmente sincretico della decorazione musiva di epoca normanna in Sicilia, che si evince dalla confluenza di valenze iconografiche occidentali e bizantine, risalta in particolar modo nella decorazione della Cappella Palatina di Palermo dove sussiste, peraltro, una differenza cronologica e, quindi, conseguenzialmente, di fattura tra i mosaici della cupola e del transetto e quelli delle navate. I primi, anteriori al 1143, sono riconducibili agli ateliers ruggeriani, gli altri sono, invece, databili tra il 1154 e il 1166, all’età, cioè, di Guglielmo I, quando nessuna delle peculiarità stilisti che monrealesi è ancora presagita. Le figurazioni di questi ultimi appaiono, quindi, più rigidi e dall'angolosità più marcata rispetto alla maggiore fluidità e ricchezza di quelli ruggeriani. Dal punto di vista iconografico, la decorazione assolve ad un preciso linguaggio morale e ad un appello dell’ortodossia. Più che con i mosaici dell’epoca di Guglielmo I, le lumeggiate monrealesi trovano invece un confronto più stretto con i mosaici della chiesa di Santa Maria dell'Ammiraglio. La decorazione musiva, coeva a quella più antica della Cappella Palatina, e quindi, espressione delle imprese pittoriche ruggeriane, è presumibilmente databile fra il 1143 ed il 1151.
Per quanto concerne il supporto dei mosaici d'età normanna, esso è costituito da una struttura muraria a conci ben squadrati, legati da sottili strati di malta che compongono una cortina omogenea, regolare e ben levigata. Al di sopra dello stesso venivano posti degli strati preparatori di malta, generalmente due, ma talvolta tre o uno solo. Lo spessore totale degli strati, comprensivo di quello del tessuto musivo, non superava mai i sette centimetri. n colore della malta e dello strato d'allettamento si presentava chiaro, talvolta bianco, come nei mosaici di Cefalù. Il primo strato presentava una superficie alquanto ruvida ottenuta mediante gli intacchi della cazzuola al momento della stesura. n secondo, o quello di allettamento, si caratterizzava per l'uso abbondante di paglia e l'impiego di chiodi. La paglia serviva a conferire tenacità alla malta, mentre i chiodi, se non dovuti a interventi di restauro, dovevano forse servire a garantire l'aderenza del supporto musivo alla muratura, anche se spesso risultavano nefasti per la conservazione del supporto. A Monreale, come nella Cappella Palatina e nel Duomo di Cefalù, esiste ovunque il disegno preparatorio e risulta aderente al verso dei brani staccati, delimitato con nitidezza con i colori rosso, rosso scuro, giallo ocra, giallo chiaro, grigio, nero. Secondo un metodo consolidato, ai fondi d'oro corrispondono nel disegno preparatorio stesure in rosso, colore che dona una maggiore vibrazione agli smalti con la foglia d'oro. Le impronte della tessera misurano cm 1.2 x l. 2 circa ed hanno un andamento regolare a file orizzontali. Il nero sottendeva al nero delle iscrizioni, il grigio presenta impronte che rimandano ad un tessuto di tessere piuttosto piccole, variegate e dall’ordito più o meno fitto, il giallo chiaro serviva da guida per le parti nude delle figure, l'ocra talvolta corrisponde pure a stesure di fondi aurei. Nel corso dei distacchi compiuti a Monreale è stata rinvenuta una sinopia rappresentante un libro ed una grande ala, disegnata direttamente sul paramento murario, dato quest'ultimo che ha permesso di approfondire la conoscenza delle tecniche di esecuzione nei cantieri bizantino-normanni.
Le stesure musive erano costituite da tessere di pasta vitrea, di paste vitree dorate e da tessere lapidee per le quali venivano usati calcari locali. Non si conosce, allo stato attuale, il luogo di produzione delle tessere di pasta vitrea, anche se un indizio, a favore di una continuità di tradizione, ci viene fornito da Masi Oddo, il primo dei restauratori dei mosaici monrealesi, che "il vetro lo cuoceva in Monreale". Il ritrovamento poi di frammenti di pizze vitree non utilizzate in cavità delle murature e in vani di finestra, poi murati, sembrerebbe affermare che le pizze erano tagliate in situ, anzi proprio sui ponteggi.

Chiesa cattedrale di Santa Maria La Nuova
La cattedrale di Monreale ospita il più imponente ciclo musivo del XII secolo. Eccezion fatta per Santa Sofia a Costantinopoli, la decorazione è anche la più vasta, superando i seimila e quattrocento metri quadrati ripartiti in 130 grandi quadri ed in una infinità di figure isolate tale da coinvolgere sostanzialmente tutti gli interni. L’elemento in cui le immagini sono immerse è il fondo oro che spoglia lo spazio, la materia ed i corpi di ogni connotazione terrena accrescendo l’atmosfera di ieraticità in cui tutto è immerso. Severi canoni tradizionali regolano il programma iconografico, analogamente a quanto avviene nelle coeve rappresentazioni della Cappella palatina e della cattedrale di Cefalù. Al centro dell’arco di ingresso al presbiterio si incontra una figura femminile a mezzo busto con il capo velato e cinto da corona che rappresenta la Sapienza divina accompagnata dagli Arcangeli Michele e Gabriele adoranti la quale apre la serie dei quadri dove è rappresentata la storia della creazione e dei Patriarchi Noè, Abramo, Isacco e Giacobbe. Si tratta di quarantadue pannelli disposti su due livelli al di sotto di un fregio composto da 52 medaglioni che si inseguono per tutta la navata girando sotto la travatura. Partendo da destra, presso l’arco di ingresso al presbiterio, si individuano le seguenti rappresentazioni: creazione del caos, della luce, del firmamento con la divisione delle acque della terra da quelle del cielo, divisione della terra dal mare, creazione degli astri e dei pianeti, cui segue quella degli animali, dell’acqua e dell’aria. La fascia musiva quindi prosegue con la creazione dell’uomo, con il riposo del Creatore che viene raffigurato seduto su un globo e successivamente nell’atto di introdurre nel Paradiso terrestre Adamo che gli promette obbedienza. Segue l’immagine di Adamo che gode delle delizie paradisiache. Sulla porta maggiore si assiste alla creazione di Eva ed alla sua presentazione ad un Adamo che manifesta gioia e stupore insieme. Il ciclo prosegue poi sulla parete sinistra dove sono rappresentate in sequenza le seguenti scene: la tentazione, il peccato originale, il rimprovero divino, la cacciata, Adamo al lavoro con Eva piangente, Caino ed Abele offerenti, l’uccisione di Abele, la fuga di Caino e la sua morte per mano di Lamech che gli scaglia un dardo, l’annuncio a Noè del diluvio universale, la costruzione dell’arca con l’ingresso degli animali, il ritorno della colomba con un ramoscello di ulivo, il sacrificio di ringraziamento che avviene sotto un lucente arcobaleno, l’ebbrezza di Noè, la torre di Babilonia, Abramo che accoglie tre angeli e li serve riverente. Sulla porta maggiore gli angeli vanno contro Sodoma che viene incendiata mentre Loth fugge con le figlie e la moglie viene tramutata in statua di sale. Nel registro inferiore della parete sinistra la rappresentazione riguarda: l’ordine di Dio ad Abramo perché sacrifichi Isacco e l’intervento angelico che lo salva, il servo di Abramo che cerca la sposa per Isacco ed il suo ritorno con Rebecca. Segue poi la raffigurazione di Isacco che manda Esaù a caccia, l’inganno di Rebecca, Isacco che benedice Giacobbe, Rebecca che consiglia la fuga a Giacobbe, il suo sonno nel deserto con il sogno della scala che tocca il cielo, il ritorno di Giacobbe in Mesopotamia, la sua lotta con l’angelo che lo benedice così che viene ribattezzato Israele cioè “forte come un Dio”. Negli intradossi dei quattro archi del quadrato centrale del transetto si trovano 26 medaglioni raffiguranti personaggi dell’Antico Testamento mentre nell’arco trionfale, che fu interamente restaurato nel 1811, trovano posto Melchisedec, Enoc, Abramo, Giacobbe e Giuda. La vita di Cristo è l’oggetto della rappresentazione della vita di Cristo che avviene attraverso 18 pannelli a partire dall’annunzio a Zaccaria fino al battesimo nel Giordano. Questa la successione: l’annunzio dell’Arcangelo Gabriele a Zaccaria che, divenuto muto, esce gesticolando dal tempio; l’annunzio a Maria con la discesa dello Spirito Santo; la visita ad Elisabetta; il turbamento di Giuseppe; la nascita di Gesù che, in fasce, sta tra l’asino ed il bue alla presenza di Angeli adoranti; l’annunzio ai pastori; i Magi in cammino e la loro adorazione; Erode che ordina la strage degli innocenti; l’angelo che ordina la fuga in Egitto; la presentazione al tempio; la disputa con i dottori; le nozze di Cana; il battesimo nel Giordano con due Angeli e la discesa dello Spirito Santo in forma di colomba. Il racconto prosegue su entrambi i lati del transetto con le raffigurazioni di seguito elencate: sul lato destro trovano posto la triplice tentazione del demonio; la guarigione del paralitico e quella del cieco; l’incontro con la samaritana; la trasfigurazione sul Tabor; Lazzaro resuscitato col gesto degli astanti che si turano il naso; la preparazione del trionfo delle palme; l’ingresso a Gerusalemme; l’ultima cena; la lavanda dei piedi; il sonno degli Apostoli nel Getsemani; il bacio di Giuda e Gesù davanti a Pilato. Sul lato sinistro sono rappresentati: Gesù al Calvario; la morte; la deposizione; il trasporto del suo corpo; la resurrezione con la discesa al Limbo; l’indicazione alle donne dell’avvenuta resurrezione; l’apparizione alla Maddalena; la cena in Emmaus con i due apostoli che riferiscono della sua apparizione; Gesù che invita Tommaso a toccargli il costato; l’apparizione al lago di Tiberiade con la pesca miracolosa; l’ascensione al cielo; la discesa dello Spirito santo. Nelle due navate laterali sono rappresentati alcuni momenti della vita pubblica di Gesù. La narrazione è così disposta: nella navata laterale destra vi sono: la Cananea che implora la guarigione della figlia; Gesù che prima guarisce l’indemoniato, poi il lebbroso e quindi un uomo dalla mano arida; Gesù che cammina sulle acque; resuscita il figlio della vedova; guarisce una donna che perde sangue; ridona la vita al capo della Sinagoga; risana la suocera di Pietro ed infine moltiplica pani e pesci sfamando cinquemila persone. Nella navata laterale sinistra stanno altri miracoli: Cristo raddrizza una donna curva tra le proteste del capo della sinagoga; risana un idropico, guarisce dieci lebbrosi e ridona la vista a due ciechi. Seguono quindi la cacciata dei profanatori dal tempio; il perdono all’adultera che rischia la lapidazione; la guarigione di un paralitico calato giù dal tetto e di zoppi e ciechi; il perdono alla Maddalena; la guarigione del figlio paralitico del centurione. Nelle absidi laterali sono rappresentati fatti della vita degli apostoli, soprattutto di Pietro e Paolo, mentre nella controfacciata i temi sono quelli dell'agiografia di alcuni Santi. Il completamento, nonché l’apice di tutto il ciclo, coincide comunque con le immagini di Gesù Cristo Pantocrator benedicente e della Madonna, circondati da gerarchie angeliche e santi di ogni epoca, fino a Thomas Becket, canonizzato nel secoloXII. Cristo tiene aperto il libro dove, in lettere greche e latine, si legge: “Io sono la luce del mondo: chi mi segue non cammina nelle tenebre” mentre la mano destra è aperta in atto benedicente ed accanto a lui sta la scritta in greco: “Gesù Cristo, il Pantocratore”. Il sovrano, a sua volta, è rappresentato sopra la parete del trono regale e su quella del soglio arcivescovile: nel primo mosaico, in piedi e vestito della dalmatica, è raffigurato in atto di ricevere la corona da Cristo mentre due angeli recano lo scettro ed il globo cruciato; nel secondo egli si china ed offre il modello della chiesa alla Vergine. Le numerose squadre di mosaicisti, alcuni dei quali certamente locali, che per circa un ventennio si impegnarono nella monumentale opera decorativa, ebbero certamente presente il sistema iconografico della Palatina ma, potendo disporre di uno spazio ben più ampio, riuscirono a dare ai singoli episodi un carattere maggiormente narrativo, tale da riuscire a dar vita ad un dinamismo del tutto nuovo, come appare dai panneggi e dai gesti delle varie figure. La straordinaria cura dei dettagli, che spinse gli artisti ad utilizzare addirittura sei tessere per centimetro quadrato nella rappresentazione del volto del Pantocratore, unita alla ricerca dell’equilibrio nel rapporto figure-paesaggi, conferma il valore assoluto di questo ciclo musivo che il Bettini ebbe a definire “un immenso tappeto che si riversa sulle strutture”.

Chiesa cattedrale di Santa Maria La Nuova
La cattedrale di Monreale ospita il più imponente ciclo musivo del XII secolo. Eccezion fatta per Santa Sofia a Costantinopoli, la decorazione è anche la più vasta, superando i seimila e quattrocento metri quadrati ripartiti in 130 grandi quadri ed in una infinità di figure isolate tale da coinvolgere sostanzialmente tutti gli interni. L’elemento in cui le immagini sono immerse è il fondo oro che spoglia lo spazio, la materia ed i corpi di ogni connotazione terrena accrescendo l’atmosfera di ieraticità in cui tutto è immerso. Severi canoni tradizionali regolano il programma iconografico, analogamente a quanto avviene nelle coeve rappresentazioni della Cappella palatina e della cattedrale di Cefalù. Al centro dell’arco di ingresso al presbiterio si incontra una figura femminile a mezzo busto con il capo velato e cinto da corona che rappresenta la Sapienza divina accompagnata dagli Arcangeli Michele e Gabriele adoranti la quale apre la serie dei quadri dove è rappresentata la storia della creazione e dei Patriarchi Noè, Abramo, Isacco e Giacobbe. Si tratta di quarantadue pannelli disposti su due livelli al di sotto di un fregio composto da 52 medaglioni che si inseguono per tutta la navata girando sotto la travatura. Partendo da destra, presso l’arco di ingresso al presbiterio, si individuano le seguenti rappresentazioni: creazione del caos, della luce, del firmamento con la divisione delle acque della terra da quelle del cielo, divisione della terra dal mare, creazione degli astri e dei pianeti, cui segue quella degli animali, dell’acqua e dell’aria. La fascia musiva quindi prosegue con la creazione dell’uomo, con il riposo del Creatore che viene raffigurato seduto su un globo e successivamente nell’atto di introdurre nel Paradiso terrestre Adamo che gli promette obbedienza. Segue l’immagine di Adamo che gode delle delizie paradisiache. Sulla porta maggiore si assiste alla creazione di Eva ed alla sua presentazione ad un Adamo che manifesta gioia e stupore insieme. Il ciclo prosegue poi sulla parete sinistra dove sono rappresentate in sequenza le seguenti scene: la tentazione, il peccato originale, il rimprovero divino, la cacciata, Adamo al lavoro con Eva piangente, Caino ed Abele offerenti, l’uccisione di Abele, la fuga di Caino e la sua morte per mano di Lamech che gli scaglia un dardo, l’annuncio a Noè del diluvio universale, la costruzione dell’arca con l’ingresso degli animali, il ritorno della colomba con un ramoscello di ulivo, il sacrificio di ringraziamento che avviene sotto un lucente arcobaleno, l’ebbrezza di Noè, la torre di Babilonia, Abramo che accoglie tre angeli e li serve riverente. Sulla porta maggiore gli angeli vanno contro Sodoma che viene incendiata mentre Loth fugge con le figlie e la moglie viene tramutata in statua di sale. Nel registro inferiore della parete sinistra la rappresentazione riguarda: l’ordine di Dio ad Abramo perché sacrifichi Isacco e l’intervento angelico che lo salva, il servo di Abramo che cerca la sposa per Isacco ed il suo ritorno con Rebecca. Segue poi la raffigurazione di Isacco che manda Esaù a caccia, l’inganno di Rebecca, Isacco che benedice Giacobbe, Rebecca che consiglia la fuga a Giacobbe, il suo sonno nel deserto con il sogno della scala che tocca il cielo, il ritorno di Giacobbe in Mesopotamia, la sua lotta con l’angelo che lo benedice così che viene ribattezzato Israele cioè “forte come un Dio”. Negli intradossi dei quattro archi del quadrato centrale del transetto si trovano 26 medaglioni raffiguranti personaggi dell’Antico Testamento mentre nell’arco trionfale, che fu interamente restaurato nel 1811, trovano posto Melchisedec, Enoc, Abramo, Giacobbe e Giuda. La vita di Cristo è l’oggetto della rappresentazione della vita di Cristo che avviene attraverso 18 pannelli a partire dall’annunzio a Zaccaria fino al battesimo nel Giordano. Questa la successione: l’annunzio dell’Arcangelo Gabriele a Zaccaria che, divenuto muto, esce gesticolando dal tempio; l’annunzio a Maria con la discesa dello Spirito Santo; la visita ad Elisabetta; il turbamento di Giuseppe; la nascita di Gesù che, in fasce, sta tra l’asino ed il bue alla presenza di Angeli adoranti; l’annunzio ai pastori; i Magi in cammino e la loro adorazione; Erode che ordina la strage degli innocenti; l’angelo che ordina la fuga in Egitto; la presentazione al tempio; la disputa con i dottori; le nozze di Cana; il battesimo nel Giordano con due Angeli e la discesa dello Spirito Santo in forma di colomba. Il racconto prosegue su entrambi i lati del transetto con le raffigurazioni di seguito elencate: sul lato destro trovano posto la triplice tentazione del demonio; la guarigione del paralitico e quella del cieco; l’incontro con la samaritana; la trasfigurazione sul Tabor; Lazzaro resuscitato col gesto degli astanti che si turano il naso; la preparazione del trionfo delle palme; l’ingresso a Gerusalemme; l’ultima cena; la lavanda dei piedi; il sonno degli Apostoli nel Getsemani; il bacio di Giuda e Gesù davanti a Pilato. Sul lato sinistro sono rappresentati: Gesù al Calvario; la morte; la deposizione; il trasporto del suo corpo; la resurrezione con la discesa al Limbo; l’indicazione alle donne dell’avvenuta resurrezione; l’apparizione alla Maddalena; la cena in Emmaus con i due apostoli che riferiscono della sua apparizione; Gesù che invita Tommaso a toccargli il costato; l’apparizione al lago di Tiberiade con la pesca miracolosa; l’ascensione al cielo; la discesa dello Spirito santo. Nelle due navate laterali sono rappresentati alcuni momenti della vita pubblica di Gesù. La narrazione è così disposta: nella navata laterale destra vi sono: la Cananea che implora la guarigione della figlia; Gesù che prima guarisce l’indemoniato, poi il lebbroso e quindi un uomo dalla mano arida; Gesù che cammina sulle acque; resuscita il figlio della vedova; guarisce una donna che perde sangue; ridona la vita al capo della Sinagoga; risana la suocera di Pietro ed infine moltiplica pani e pesci sfamando cinquemila persone. Nella navata laterale sinistra stanno altri miracoli: Cristo raddrizza una donna curva tra le proteste del capo della sinagoga; risana un idropico, guarisce dieci lebbrosi e ridona la vista a due ciechi. Seguono quindi la cacciata dei profanatori dal tempio; il perdono all’adultera che rischia la lapidazione; la guarigione di un paralitico calato giù dal tetto e di zoppi e ciechi; il perdono alla Maddalena; la guarigione del figlio paralitico del centurione. Nelle absidi laterali sono rappresentati fatti della vita degli apostoli, soprattutto di Pietro e Paolo, mentre nella controfacciata i temi sono quelli dell'agiografia di alcuni Santi. Il completamento, nonché l’apice di tutto il ciclo, coincide comunque con le immagini di Gesù Cristo Pantocrator benedicente e della Madonna, circondati da gerarchie angeliche e santi di ogni epoca, fino a Thomas Becket, canonizzato nel secoloXII. Cristo tiene aperto il libro dove, in lettere greche e latine, si legge: “Io sono la luce del mondo: chi mi segue non cammina nelle tenebre” mentre la mano destra è aperta in atto benedicente ed accanto a lui sta la scritta in greco: “Gesù Cristo, il Pantocratore”. Il sovrano, a sua volta, è rappresentato sopra la parete del trono regale e su quella del soglio arcivescovile: nel primo mosaico, in piedi e vestito della dalmatica, è raffigurato in atto di ricevere la corona da Cristo mentre due angeli recano lo scettro ed il globo cruciato; nel secondo egli si china ed offre il modello della chiesa alla Vergine. Le numerose squadre di mosaicisti, alcuni dei quali certamente locali, che per circa un ventennio si impegnarono nella monumentale opera decorativa, ebbero certamente presente il sistema iconografico della Palatina ma, potendo disporre di uno spazio ben più ampio, riuscirono a dare ai singoli episodi un carattere maggiormente narrativo, tale da riuscire a dar vita ad un dinamismo del tutto nuovo, come appare dai panneggi e dai gesti delle varie figure. La straordinaria cura dei dettagli, che spinse gli artisti ad utilizzare addirittura sei tessere per centimetro quadrato nella rappresentazione del volto del Pantocratore, unita alla ricerca dell’equilibrio nel rapporto figure-paesaggi, conferma il valore assoluto di questo ciclo musivo che il Bettini ebbe a definire “un immenso tappeto che si riversa sulle strutture”.
Cappella Palatina
Incoronato re di Sicilia nel 1130, Ruggero volle che con grande celerità venisse realizzata la chiesa di palazzo, come di fatto avvenne dal momento che già due anni dopo essa era già stata ultimata e nel 1143, come attesta un’iscrizione del tamburo della cupola, anche la ricchissima decorazione musiva era stata completata. Non è difficile immaginare quanto arduo fosse il lavoro delle maestranze bizantine, costrette ad adattarsi all’architettura fatimita, caratterizzata da una concezione dello spazio ben diversa dalla loro. I risultati furono comunque straordinari, stante la riuscitissima fusione di elementi architettonici e decorativi. Il soffitto ligneo, alveolato e riccamente intagliato con stalattiti pendenti, è decorato con pitture a tempera tipicamente arabe. Al sommo della cupola si staglia il busto di Gesù Cristo Pantocrator benedicente, racchiuso in un cerchio dorato ed attorniato da quattro Arcangeli recanti il labaro ed il globo crociato e da quattro Angeli quasi inclinati, tutti raffigurati in un anello vasto quanto l’imbotte della cupola stessa. Ai margini del tamburo si incontrano otto figure di profeti mentre altri sei riempiono i tondi che decorano il campo sopra le arcate di sostegno della cupola. Nelle nicchie angolari sono i Quattro Evangelisti che si alternano con David, Salomone, Zaccaria e Battista, a rappresentazione della Chiesa nelle due fasi dell’aspettazione e della realizzazione, dunque dell’Antico e del Nuovo Testamento.
La parete meridionale del transetto è integralmente occupata dalla raffigurazione degli Episodi della vita di Gesù Cristo introdotti dalla Assunzione della Madonna e dalla Pentecoste, rappresentate sulle volte a botte di rinfianco laterale della cupola, in corrispondenza della protesis e del diaconicon, nonché dall’Annunciazione e dalla Presentazione al tempio. Sulla parete si individuano: Il Sogno di Giuseppe, la Fuga in Egitto, il Battesimo di Gesù, la Trasfigurazione di Gesù, la Resurrezione di Lazzaro, e l’Ingresso di Gesù a Gerusalemme. Sulla parete al di sopra dell’absidiola della protesis è raffigurata la Madonna Odigitria fronteggiata, sulla parete opposta, da tre sante della chiesa greca, notevolmente rimaneggiate.
Sulla parete antistante dinanzi a quella con gli Episodi della vita di Gesù Cristo si dispongono, allineati, i Dottori e i Santi della chiesa greca. Nei medaglioni degli intradossi delle arcate longitudinali si trovano Santi guerrieri e di sangue reale mentre in quelli dell’intradosso dell’arcata trionfale sono raffigurati Santi dotati della virtù della guarigione miracolosa.
Al 1840, ad opera di Rosario Riolo, risale la scena con San Giovanni nel deserto. Delle figurazioni dell’abside centrale rimangono il Gesù Cristo Pantocrator benedicente e poche tracce della sottostante fascia dato che le restanti risalgono al XIX secolo, frutto del lungo restauro operato dall’aretino Cardini. Nel catino della protesis l’originario San Pietro fu sostituito nel secolo XVI dalla figura di Sant’Andrea e anche il Gesù Cristo Pantocrator ed il San Paolo sono opera più recente, probabili sostituzioni di una Madonna orante che insolitamente manca nel complesso musivo.
Dei tre nuclei principali della decorazione della Cappella, il più avanzato è certamente quello absidale, successivo a quello di Cefalù; il più antico, aulico ed ornatissimo è quello della cupola; il gruppo intermedio, coevo alle decorazioni della Martorana, sembra preludere a diverse figurazioni di Cefalù.

Chiesa di Santa Maria dell'Ammiraglio, "La Martorana"
Fondata dall’Ammiraglio Giorgio di Antiochia per riconoscenza alla Madonna che gli aveva fornito la sua protezione, la chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio, assai più nota forse con il nome della “Martorana”, fu definitivamente completata nel 1151 con l’edificazione dell’atrio, del portico e del campanile.
Eseguiti contemporaneamente alla parte più antica di quelli presbiteriali della Cappella Palatina, questi mosaici realizzano perfettamente l’effetto di una crescente luminosità che, dal soffuso chiarore dei paramenti marmorei, dilaga verso l’alto fino al culmine della cupola.
Qui, entro un disco dorato, s’impone un Cristo benedicente in trono rappresentato, insolitamente per le chiese greche, a figura intera, al cui cospetto s’inchinano in atto di adorazione quattro figure di Angeli. Pressochè coeva di quella della Palatina, questa rappresentazione appare ispirata ad uno schema più arcaico ma, come l’altra, si stacca dal fondo oro con precisa nitidezza in virtù della colorazione chiara che risplende fredda sulla superficie del fondo.
Nel tamburo ottagono sono raffigurate otto classicheggianti figure di profeti con la destra sollevata nel gesto tipico degli oratori ed in atto di mostrare con la mano sinistra i rotuli delle profezie: David, Isaia, Zaccaria , Mosè, Geremia, Elia, Eliseo e Daniele.
Nelle volte di fianco al tamburo si trovano allineate a due a due ed affrontate otto figure di apostoli: Pietro e Andrea, Giacomo e Paolo, Tommaso e Filippo, Simone e Bartolomeo. Il loro numero, con l’esclusione di Giacomo Maggiore e Mattia, si completa con il gruppo degli Evangelisti, come nella Cappella Palatina, nelle nicchie angolari di raccordo.
Nella volta ad occidente, l’una di fronte all’altra, si trovano la Natività di Cristo e la Dormizione della Vergine mentre sopra gli archi di sostegno della cupola trovano posto la Presentazione al Tempio e l'Annunciazione.
Nei sottarchi, allineati entro medaglioni, stanno Santi guerrieri e Santi Vescovi.
Nell’abside principale, prima che si procedesse all’ampliamento, veniva raffigurata la Madonna accompagnata dagli Arcangeli Gabriele e Michele i quali tuttavia rimangono nella corrispondente fascia del bema.
Legate alla Vergine sono le figure di San Gioacchino nell’abside e quella di Sant’Anna nel diaconico.
In una parete laterale, accanto alla finestra, sono rappresentati i Santi Ciro e Gregorio sormontati da un tondo con la raffigurazione di Sant’Ermolao.
I due riquadri votivi che sulla parete ovest del nartece raffigurano Giorgio di Antiochia ai piedi della Vergine e Cristo in atto di incoronare Ruggero II ornavano in origine la parete del portico distrutto nel 1558.
Nella prima scena l’anziano committente indossa un mantello a riquadri di chiara foggia bizantina mentre nell’altra il sovrano veste l'abito del basileus.
Del fascino che da sempre questi mosaici promanano, rimane la testimonianza di Ibn Giubair che confessò di essere rimasto stordito da tanta bellezza.

L'Odighitria di Calatamauro
Sono sostanzialmente due ed alquanto divergenti le linee interpretative proposte rispettivamente da Lazarev e Demus relativamente al mosaico di Calatamauro, oggi conservato nella Galleria Regionale di Palazzo Abatellis a Palermo: il primo ne sostiene una realizzazione influenzata dalle tendenze dell’arte comnena e la data intorno alla prima metà del XIII secolo; per il secondo invece l’opera è di stretta osservanza paleologa, “an excellent example of Constantinopolitan art of about 1300”.
Questa diatriba, sulla quale potrebbe apparire ozioso insistere, in verità risponde non soltanto ad esigenze di natura filologica ma anche storica in quanto direttamente collegata alla presenza di numerose pitture bizantine nella Sicilia post-normanna nei riguardi delle quali l'Odigitria di Palermo viene ad assumere la funzione di ineludibile termine di riferimento.
Ancorché frammentaria, l’opera mostra, lungo i margini superiore e inferiore, la presenza dei resti della cornice, caratterizzata dal motivo della scacchiera bicolore formata da tessere lapidee bianche e di pasta vitrea rosse, rassicurando sul fatto che l'altezza del brano superstite è integra e corrisponde a quella originaria così che, una volta integrata mentalmente la superficie musiva in base ai tagli che le figure hanno subito particolarmente lungo i lati, non sarà difficile riconoscerne una misura sostanzialmente non diversa da quella primitiva.
Sussistono, pertanto, bastevoli motivazioni per ritenere che, malgrado l’assenza di fonti che lo descrivano prima dello stacco, il mosaico doveva avere un assetto di pannello isolato, coerentemente con la natura iconica del soggetto.
Dal punto di vista compositivo il gruppo è molto bilanciato, con i contorni ben delineati e con una gamma cromatica non ampia ma che sfrutta sapientemente tutte le gradazioni tonali, dando vita a sfumature di chiaro impatto visivo, come accade negli incarnati: il volto della Madonna, per esempio, è stato realizzato utilizzando cinque diverse tonalità, dalla più chiara, usata in corrispondenza delle zone illuminate, a quella più calda e pastosa che marca la gota, fino al rosa chiaro adoperato per le labbra e per il setto nasale.
Le tessere utilizzate per il fondo oro e per le vesti hanno generalmente forma quadrangolare o rettangolare, ma cambiano forma nel disegno delle parti nude e dei volti assumendo dimensioni quanto mai varie, addirittura filiformi in certi particolari.
La loro disposizione segue un andamento orizzontale nel fondo oro e concentrico nelle aureole mentre nei panneggi coincide col disegno stesso.
In conclusione, per quanto sin qui detto, pare lecito affermare che il brano di Calatamauro, assai più di opere coeve, presenta caratteri pittorici di indiscutibile livello.

Chiesa cattedrale del Santissimo Salvatore
L’interno della cattedrale è dominato da un ciclo musivo in stile bizantino di eccezionale qualità che riveste una superficie di oltre seimila metri quadrati.
Cronologicamente parlando, esso fu realizzato in tempi relativamente brevi: nel 1148 era già stata conclusa la zona del catino, compreso il grande Gesù Cristo Pantocrator, e quella del cilindro absidale; subito dopo vennero eseguite la volta e le sottostanti pareti a registri sovrapposti.
E’ opinione condivisa pressoché da tutti gli studiosi che i lavori iniziarono dall'alto per procedere poi verso il basso. Ne furono artefici probabilmente maestranze costantinopoliane per quanto talune evidenti analogie con i cicli musivi della Cappella Palatina e più tardi della cattedrale di Monreale abbiano lasciato aperta l’ipotesi che si sia trattato di un unico gruppo di artisti attivi nei tre diversi siti in un arco di tempo abbastanza circoscritto.
Dal punto di vista conservativo, i mosaici della cattedrale di Cefalù sono da ritenersi tra i meglio conservati della Sicilia, malgrado i non pochi interventi operati già dai primi del ‘500 e fino al ‘900.
Tra questi, una citazione particolare va riservata a Rosario Riolo che fu attivo anche nella Cappella Palatina e che qui si impegnò per oltre un decennio a partire dal 1857 rifacendo del tutto diverse figure ed interi brani e lasciando, sotto la finestra della fiancata sinistra, un’iscrizione a perenne memoria del suo intervento.
Secondo la tradizionale iconografia bizantina, le figure sono disposte come in una processione liturgica secondo un principio rigidamente gerarchico: nel catino dell’abside centrale domina l’immagine ieratica di Gesù Cristo Pantocrator, solenne e severo in atto benedicente.
Angeli ed Arcangeli riempiono la volta ed il registro più alto mentre i Profeti, che annunziarono l’avvento del Cristo, sono collocati nei registri più alti della della decorazione parietale.
Nelle tre fasce sottostanti si trovano: la Madonna orante, elegantemente drappeggiata, attorniata dagli Arcangeli Raffaele e Michele, Gabriele ed Uriele; nella seconda, ai lati della finestra centrale sono gli Apostoli Pietro e Paolo accompagnati dagli evangelisti Marco e Matteo, Giovanni e Luca; nella terza fascia trovano posto Filippo, Giacomo, Andrea, Simone, Bartolomeo e Tommaso simmetricamente disposti in gruppi di tre ai due lati della finestra della fascia più bassa.
I loro volti, rispetto ad altri mosaici più o meno coevi, presentano tratti più decisi dando luogo ad un effetto di maggiore appiattimento.
Sulle pareti del bema sono rappresentati Santi e Profeti che, all’altezza della partitura delle figure absidali, si dispongono su quattro registri.
Sulla parete sinistra, nella fascia più alta, racchiusa in un tondo si trova la figura a mezzo busto di Mechisedec fiancheggiata da quelle intere di Osea e Mosè; nella fascia immediatamente inferiore stanno Gioele, Amos ed Abdia; più sotto troviamo gli Arcidiaconi Pietro, Vincenzo, Lorenzo e Stefano; infine, in quella più bassa sono rappresentati i Santi Gregorio, Agostino, Silvestro e Dionigi.
Sulla parete destra si incontrano figurazioni simmetricamente distribuite nel modo seguente: nella fascia più alta la figura a mezzo busto di Abramo cui si accostano David e Salamone rappresentati a figura intera; nella fascia inferiore stanno i Santi Teodoro, Giorgio, Demetrio e Nestore e le figure dei Santi Nicola, Basilio, Giovanni Crisostomo e Gregorio.
Le decorazioni della volta a crociera del bema, nelle cui suddivisioni si trovano raffigurati Angeli e Serafini, presentano non pochi punti di contatto con i mosaici prebiteriali della Cappella Palatina dei quali sono da considerarsi sostanzialmente coevi e, pertanto, anch’esse risalenti all’età di Ruggero.
Le figure dell’abside e della volta sono accompagnate da iscrizioni in greco mentre quelle delle pareti sono in latino, eccezion fatta per quelle del registro più basso della parete destra che sono pure in greco.
La probabile partecipazione di maestranze locali sarebbe testimoniata dalle numerose scritte in latino del presbiterio.
Una certa tradizione vuole che nella realizzazione del volto di Gesù Cristo, l’ignoto artista si sia ispirato alle reali fattezze del sovrano.

Madonna della Ciambretta
Originariamente collocato in Santa Maria fuori le mura dove veniva conservato dalle monache benedettine, il mosaico, raffigurante una Madonna con Gesù Bambino in trono e un monaco offerente, deriva la sua denominazione dal francese chambrette, cameretta, con tutta probabilità per la sua collocazione entro una nicchia che l’accoglieva. Il devastante terremoto che colpì Messina nel 1908 ne provocò il distacco danneggiandola. Seriamente, non tanto tuttavia da non consentirne il recupero tra le macerie e la sua ricostruzione nelle sale del museo.
Seduta frontalmente su un trono circolare con i piedi appoggiati su una pedana, la Madonna regge in grembo il Bambino benedicente entro una nicchia decorata con motivi stilizzati.
Ai suoi piedi un monaco, che viene generalmente identificato come San Gregorio, riceve da lei una pergamena con una scritta di non evidente interpretazione.
Le vicende storiche della chiesa e del monastero inducono a datare l’opera al XIII secolo. Alla stessa conclusione conduce anche l’analisi stilistica a cominciare dalla costruzione del trono che con il suo andamento curvilineo sembrerebbe suggerire una qualche intenzione di profondità spaziale. Anche un certo realismo nella figura del monaco nonché la libertà della definizione del panneggio confermano che le maestranze bizantine e locali che diedero vita all’opera, pur mantenendosi fedeli alla tradizione, non furono insensibili alle spinte innovative della cultura bizantina del XIII secolo.
Madonna con Bambino in trono poppante
Proveniente dall’Oratorio dell'antico Ospedale di Sant'Angelo alla Caperrina, l’opera rimase sotto la custodia delle monache benedettine di Santa Maria fuori le mura che vi si erano trasferite nel 1537 a seguito dell’abbattimento del loro convento, resosi necessario per consentire la realizzazione della nuova cinta muraria della città.
Quando anche questo fu abbattuto, l’unica parte risparmiata fu proprio l’Oratorio dove il mosaico, detto di “Nostra Donna delle Grazie”, si trovava insieme ad un perduto “San Michele Arcangelo”.
Accostata, dopo il rovinoso terremoto del 1908 alla Madonna con Gesù Bambino in trono detta della “Ciambretta”, questa Madonna in trono con Gesù Bambino poppante cominciò ad essere registrata soltanto quando fu sottoposta a restauro dai fratelli Subba ai quali si deve, tra l’altro, il completo rifacimento della figura del Bambino, delle mani della Madonna e di altre porzioni laterali.
Entrata a far parte delle collezioni del Museo, l’opera è stata al centro di numerose ipotesi relative al suo autore, mentre, in ordine alla datazione, la critica comunque sostanzialmente concorda nel collocarla intorno alla metà del secolo XIII.
L’accennato confronto con la Madonna della Ciambretta trova la sua prima ragion d’essere nell’analoga impostazione circolare del trono ma, d’altra parte, va rilevato che questo elemento è comune anche ad altre opere di identico soggetto presenti nelle collezioni Mellon e Kahn nella National Gallery di Washington che rivelano tendenze proprie dell’arte bizantina all’epoca delle Crociate e durante il Regno Latino d'Oriente, quando gli artisti attivi in Terrasanta iniziarono ad introdurre sempre più significative varianti iconografiche nei rigidi canoni bizantini.
Non è pertanto da escludersi l’ipotesi che proprio la tavola Kahn potesse trovarsi in città, essendovi stata importata per una delle numerose chiese fondate dagli ordini Crociati di Terrasanta, divenendo modello di riferimento per l’ignoto mosaicista della Madonna in trono col Bambino in esame.
A conforto di tale tesi interviene innanzi tutto l’esame stilistico che coglie la semplificazione del tracciato musivo e la rigida schematizzazione delle pieghe delle stoffe, resa evidente dal vistoso trattamento delle lumeggiature.
Un ulteriore elemento sembrerebbe provenire dal confronto con il San Michele Arcangelo, compagno perduto dell’opera nell’oratorio a lui intestato ma noto in fotografia: gli esiti stilistici di questo mosaico ribadiscono infatti le profonde diversità delle fonti delle due opere, stante il suo chiaro classicismo di matrice costantinopolitana, laddove l’immagine mariana risente invece di più recenti modelli di tendenza comnena.
Anche la datazione, infine, conferma la considerevole distanza tra i due mosaici, collocandosi il San Michele al tempo del regno di Federico II d'Aragona, probabilmente dopo le sue nozze con la figlia di Carlo che sancirono, nel 1301, la pace tra aragonesi ed angioini.




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Isole di Sicilia, per isole di Sicilia si intende l'insieme degli arcipelaghi e delle isole minori che, insieme con l'isola di Sicilia, costituiscono il territorio della Regione Siciliana, nell'Italia insulare. Compresa l'isola di Sicilia, vi sono 19 isole abitate.
I principali gruppi di isole del grande arcipelago della Sicilia sono le Eolie, le Egadi e le Pelagie; le isole dello Stagnone.
Ustica e Pantelleria, nel mar Tirreno e nel canale di Sicilia, formano due distinti comuni delle province di Palermo e Trapani.

Unesco in Sicilia, alcuni siti hanno avuto il titolo di patrimonio dell'umanità dall'UNESCO per la loro importanza storica, artistica, archeologica e naturalistica, altri sono in fase di candidatura.

La Sicilia, tenuto conto delle sue condizioni climatiche, temperatura mite, terre collinose, leggera brezza di mare e sole acceso, manifesta quelle qualità che risultano essere ideali per la crescita della vite e la rendono l'isola del vino.

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I parchi naturali regionali siciliani sono cinque in ordine di istituzione: il Parco dell'Etna (Catania), delle Madonie (Palermo), quello dei Nebrodi (Catania, Enna e Messina), il Parco Fluviale dell'Alcantara (Messina e Catania) ed il Parco dei Sicani (Agrigento e Palermo), offrono una  protezione per l' ecosistema, per la valorizzazione turistica, sportiva e didattica delle aree montane.

La Sicilia è una tra le regioni italiane più ricche dal punto di vista storico, artistico e architettonico, in queste pagine possiamo scoprire i borghi e centri storici i piccoli comuni di spiccato interesse artistico e storico che rischiano nonostante il loro grande valore di essere dimenticati, l’Associazione “I Borghi più belli d’Italia” promossa nel 2001 dall’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani), si propone come scopo la salvaguardia di questi centri, dal degrado e abbandono.

Feste e sagre di Sicilia una guida alle sagre, feste popolari, e tradizioni popolari che si svolgono in Sicilia.
Nel corso dell'anno, si svolgono eventi feste religiose, sagre, manifestazioni, un momento di aggregazione per la gente.
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