Itinerario turistico le colonie Albanesi in Sicilia - Itinerari in Sicilia

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Itinerario turistico le colonie Albanesi in Sicilia

Itinerario delle colonie Albanesi in Sicilia

Itinerario le colonie Albanesi in Sicilia, i Comuni

L'itinerario le colonie albanesi in Sicilia, si propone di farci visitare i centri del palermitano  e quelle catanesi, caratterizzati dagli albanesi con la cultura, la lingua, gli usi e le tradizioni popolari della Sicilia, la convivenza nel corso dei secoli ha dato forma ad un patrimonio artistico che oggi si manifesta nella lingua, nei gesti, nei canti che caratterizzano i momenti delle cerimonie, delle feste e dei riti religiosi, così come nelle tradizioni popolari.
Alla fine del XV secolo la penisola balcanica fu invasa dai Turchi, numerosi gruppi di profughi albanesi cercarono rifugio nelle vicine coste dell'Italia meridionale.
Uscendo allo svincolo di Villabate in direzione Mezzojuso , centro sul declivio orientale della Rocca Busambra. Luogo di sosta, poi villaggio arabo denominato Manzil Yusuf, venne ripopolato a metà del 1400 dai profughi albanesi. Nella piazza principale sorgono così le due chiese madri: la normanna chiesa dell'Annunziata di rito latino e la cinquecentesca chiesa di San Nicolò di rito greco, entrambe rimaneggiate in periodo barocco. Ai margini settentrionali del paese si trova invece la chiesa di Santa Maria delle Grazie (XVI secolo), anch'essa di rito greco, e l'annesso monastero basiliano dove ha sede una biblioteca che custodisce codici greci e cinquecentine. Il cenobio basiliano, che fece assurgere Mezzojuso ad Atene delle colonie albanesi in Sicilia, è oggi sede di un interessante laboratorio di restauro di libri antichi.

Uscendo allo svincolo di Villabate in direzione di Palazzo Adriano. Lungo la strada si incontrano diversi abbeveratoi e masserie; tra queste le masserie Carcaci e Carcaciotto nelle cui vicinanze, sempre sulla strada statale è visibile un insolito abbeveratoio di forma circolare.
Proseguendo, dal bivio che conduce all'antico borgo Filaga e al vicino lago di Pian di Leone, si svolta per Palazzo Adriano, edificato nella seconda metà del '400 da profughi greco-albanesi.

A Palazzo Adriano, sulla piazza Umberto I prospettano la chiesa greco-ortodossa dedicata a Santa Maria Assunta, costruita alla fine del XV secolo e ampliata nel XVIII, e quella apostolico-romana dedicata a Santa Maria del Lume edificata nel XVIII secolo. Al centro della piazza è la fontana ottagonale del 1607. Interessante è la parte settentrionale del paese che si sviluppa secondo una disposizione concentrica intorno alle rovine del castello e alla chiesa di San Nicolò del XV secolo. Fuori dall'abitato si trovano il santuario della Madonna delle Grazie e la chiesetta campestre di Sant'Antonio. Da Palazzo Adriano si raggiunge la Riserva Naturale Orientata dei Monti di Palazzo Adriano e Valle del Sosio. Immerso in un querceto è invece il Santuario di Rifesi, che risale al 1170 ed è strutturato intorno a due cortili.

Rientrati a Palazzo Adriano si prosegue, per Bisacquino e dopo aver costeggiato il lago Gammauta, si può raggiungere percorrendo un sentiero il cui ingresso è definito da due obelischi detti "pilieri", il Santuario della Madonna del Balzo costruito nel 1664 su una parete rocciosa del monte Triona, alle cui pendici si trova un'area attrezzata dalla quale è possibile inoltrarsi verso i boschi. Dalla vetta un panorama che consente verso est di vedere l'Etna.

Dopo circa 2 chilometri dal Santuario si giunge a Bisacquino . L'insediamento trae origine dal casale arabo Busackuin ed è ancora riconoscibile la matrice islamica dell'impianto urbano, caratterizzato da vicoli e cortili. La chiesa Madre è stata costruita nel 1713 sul sito della Matrice cinquecentesca, di cui rimane la torre campanaria.
Attraversato uno dei più antichi quartieri, si raggiungono la chiesa di Maria Santissima del Rosario e l'ex convento dei Cappuccini che ospita il Museo Civico. Prima di proseguire l'itinerario per Contessa Entellina è possibile raggiungere il castello di Battalari (XII secolo), posto su un'altura isolata e inglobato oggi in una masseria.

Continuando il tragitto, lungo la SP35 ci si può addentrare in un percorso naturalistico all'interno della Riserva Naturale Orientata Monte Genuardo e Santa Maria del Bosco, caratterizzata dal sito archeologico di monte Adranone e dall' Abbazia di Santa Maria del Bosco fondata nel XIII secolo ma restaurata e ampliata nel '500 e nel '700. La monumentale chiesa e i due grandi chiostri sono il fulcro del complesso reso singolare dalla posizione panoramica.

Dopo la visita alla Riserva si prosegue per Contessa Entellina, fu fondata nel 1450 dai primi immigrati greco-albanesi. Nel secolo successivo vennero costruite la chiesa Madre e la chiesa di Santa Maria delle Grazie delle Favare che venne successivamente affidata dagli albanesi alle popolazioni di rito latino.
Uscendo da Contessa Entellina si prosegue in direzione della Rocca di Entella si raggiunge la Riserva Naturale Integrata Grotta di Entella, sulla sommità della rocca si trovano i resti di un insediamento elimo.

Continuando ancora per pochi chilometri si può raggiungere il lago Garcia; tornando indietro verso Contessa Entellina si prosegue in direzione di Corleone . Dominato dalle rocche del Castello Soprano e del Castello Sottano, oggi convento, fu fortezza araba come testimoniano i ruderi della torre. Dal XV secolo la città si espanse oltre le mura. Nella parte più antica della città si incontra la chiesa Madre dedicata a San Martino, edificata nel XIV secolo su una chiesa preesistente. L'interno, a tre navate, custodisce importanti opere d'arte. Tra le numerose altre, la chiesa di Santa Rosalia del XVII secolo e la trecentesca chiesa di Sant'Andrea sorta sul sito di un'antica moschea.

Da Corleone si prosegue verso Prizzi lungo la SS118 per un tratto di strada di particolare interesse panoramico; sulla destra si può osservare il lago di Prizzi, bacino artificiale realizzato intorno agli anni quaranta.

Le origini di Prizzi , sarebbero da ricollegare all'antico insediamento di Hyppana sulla vicina montagna dei Cavalli. Il paese è caratterizzato da un impianto medievale con una fitta trama viaria, strade ripide e scalinate. Di rilievo sono la chiesa di Santa Maria delle Grazie del secolo XVII e la chiesa Madre edificata nel XVI secolo sul sito della preesistente chiesa di San Giorgio, che custodisce una statua di San Michele Arcangelo dei Gagini. Da lì si raggiungono i ruderi del Castello la cui costruzione originaria risale al XII secolo, la nuova Chiesa Madre risale al XVI secolo, qui, si trovano la bella statua lignea di San Marco, realizzata tra il XVII e il XVIII secolo, e la tavola della Vergine dell’Idria, di autore ignoto settecentesco. Dulcis in fundo, il gruppo marmoreo della Madonna con Gesù Bambino all’altare maggiore, attribuito al cinquecentesco Antonello Gagini. Secentesca e maestosa, al suo interno suddiviso in tre navate sono da ammirare le cinque cappelle che si aprono lungo ciascuna delle sue navate laterali.

Lasciata Prizzi si fa rientro sulla SS121 Palermo Agrigento, avendo così completato il circuito delle colonie albanesi.

Itinerario delle colonie Albanesi in Sicilia

Le colonie albanesi, nel consorzoi Comunale di Palermo

Fu così che in Sicilia sorsero nove colonie albanesi, cinque delle quali nel consorzoi Comunale di Palermo

Itinerario delle colonie Albanesi in Sicilia

Le colonie albanesi, tre delle quali nel consorzoi Comunale di Catania

Fu così che in Sicilia sorsero nove colonie albanesi, tre delle quali nel consorzoi Comunale di Catania



  • San Michele di Ganzaria

Fu così che in Sicilia sorsero nove colonie albanesi, una nel consorzoi Comunale di Agrigento
  • Sant'Angelo Muxaro
nel XVI secolo, secondo alcuni storici, una colonia albanese si stanziò inoltre nel comune di Sant'Angelo Muxaro in provincia di Agrigento.
Itinerario delle colonie Albanesi in Sicilia

Le colonie albanesi, nel consorzoi Comunale di Agrigento

Fu così che in Sicilia sorsero nove colonie albanesi, una nel consorzoi Comunale di Agrigento

  • Sant'Angelo Muxaro nel XVI secolo, secondo alcuni storici, una colonia albanese si stanziò inoltre nel comune.
L'antico villaggio arabo di Mezzojuso o Manzil Yusuf (villaggio di Giuseppe) nella seconda metà del XV secolo fu ripopolato da profughi albanesi che hanno lasciato segni nei monumenti e nelle opere d'arte, come nelle manifestazioni religiose greco-bizantine e latine e nelle feste popolari. A Mezzojuso, come in altri centri di origine albanese, la testimonianza della fusione tra i due popoli e l'integrazione tra le due culture, sono le due chiese di rito latino e di rito greco che si affiancano sulla piazza principale: la chiesa dell'Annunziata e la chiesa di San Nicolò, al cui interno sono custodite sei tavole tardo bizantine.

Il centro di Cefalà Diana edificato nel '700 su un declivio a ridosso del castello trecentesco di cui rimangono i muraglioni e l'alta torre quadrangolare merlata.
Dal Castello si gode un magnifico panorama che spazia su tutta la valle dell’Eleuterio, fin verso Vicari e il suo castello, incluso il baglio cinquecentesco che ospita i Bagni Termali di Cefalà Diana.

Una via secondaria scende dal Castello all'impianto termale arabo noto come Bagni di Cefalà.
Le due strutture insieme al sito di monte Chiarastella oggi sono parte della Riserva Naturale Orientata Bagni di Cefalà Diana e Chiarastella.
I Bagni, raggiungibili in auto percorrendo la SS55-bis nel tratto che collega Cefalà a Bolognetta, a poco più di un chilometro dal paese, si trovano all'interno di un gruppo di edifici rurali a ridosso della strada.
L'edificio, a pianta rettangolare, è costituito da una grande sala, coperta da una volte a botte, nel cui pavimento si trovano tre vasche. Questa parte è separata dal fondo della sala, da una triplice arcata dietro cui si trova una vasca più piccola dove si raccoglievano le acque che sgorgavano dal terreno e venivano poi convogliate in vasche grandi.
unico nel suo genere in Sicilia. Il baglio che lo circonda, recentemente restaurato, è datato 1570. L’edificio delle terme ha pianta rettangolare ed è costituito da un ampio vano, sorretto da tre archi a sesto acuto, che ospita tre vasche. Il soffitto è a botta, ricco di sfiatatoi circolari usati per disperdere il calore. L’acqua sulfurea, ottima per dare sollievo dai dolori reumatici, sgorgava direttamente dal terreno e veniva raccolta in una vasca piccola e solo allora convogliata nelle vasche per le abluzioni.

Santa Cristina Gela, fu fondata nel 1691 da 82 contadini abitanti di Piana degli Albanesi che, dovendo percorrere ogni giorno oltre dieci chilometri per raggiungere le terre, ottennero la concessione di stabilirsi nel feudo di Santa Cristina.
L'attuale chiesa Madre intitolata a Santa Cristina, fu eretta nel XVIII secolo in sostituzione di quella campestre esistente, divenuta ormai insufficiente, e venne chiamata la "Maggiore" per distinguerla dalla prima.

Costeggiando il Lago di Piana si giunge dunque a Santa Cristina Gela (674 m), la più piccola e l'ultima in ordine cronologico delle colonie albanesi siciliane, fondata nel 1691 dagli abitanti di Piana degli Albanesi.
Soltanto tre chilometri separano infatti Santa Cristina da Piana degli Albanesi (720 m), la prima delle colonie albanesi dell'isola. Sulla piazza Vittorio Emanuele sorge la chiesa di Santa Maria Odigitria, eretta nel 1644 su progetto di P. Novelli, e la seicentesca fontana dei Tre Cannoli. Nei pressi si trova la chiesa di San Giorgio del 1495, la più antica del paese. Del 1590 è invece la chiesa Madre di rito greco dedicata a San Demetrio. Poco a monte dall'abitato, sul luogo dove si accamparono gli albanesi appena giunti, sorge la chiesa rurale di Santa Maria Odigitria edificata nel 1488.
Da lì, percorrendo una strada sterrata è possibile addentrarsi nella Riserva Naturale Orientata delle Serre della Pizzuta, vasta area di grande interesse paesaggistico e naturalistico, caratterizzata da due grandi cavità, la grotta dello Zubbione e la grotta del Garrone. All'interno della Riserva si trovano le Neviere, strutture in pietra con mura circolari dove fino agli inizi del secolo scorso veniva conservata la neve per "fabbricare" il ghiaccio durante la stagione estiva. Della Riserva fa parte anche Portella delle Ginestre, dove ebbe luogo la strage dell' 1 maggio 1947 perpetrata dal bandito Giuliano.
Ci si può dunque dirigere verso Palermo dalla SS624 Palermo Sciacca o tornare sulla SS121 per continuare con l'itinerario successivo verso le altre colonie albanesi della provincia di Palermo: Palazzo Adriano e Contessa Entellina.

Piana degli Albanesi, Hora o Piana degli Albanersi, l'originario nome della città, fondata il 30 agosto 1488 fu la prima delle città albanesi in Sicilia, alle falde della Pizzuta, dove sorge la chiesa della Madonna dell'Odigitria, gli albanesi edificarono il primo impianto della città articolato per ospitare circa 1500 abitanti, con un assetto urbano adatto a una popolazione strutturata secondo l'organizzazione sociale greco albanese. Sorsero così i quartieri San Vito, San Giorgio, San Demetrio, e il quartiere detto Piazza Pubblica.

CATTEDRALE DI S. DEMETRIO - RITO GRECO
Intitolata a San Demetrio Megalomartire, è stata edificata nel 1498, poi rimaneggiata, e affrescata da Pietro Novelli nella prima metà del XVII secolo, come si ammira in particolar modo all’abside mediana. La pianta è a croce greca, con tre navate e con absidi chiuse da iconostasi. Sulla volta, il Padre Eterno benedicente tra arcangeli e cherubini; sotto, gli Apostoli, il Cristo Risorto e i Quattro Padri della Chiesa Greca. Insieme con la bella icona cinquecentesca della Vergine con il Bambino, realizzata con la tecnica della tempera ad uovo tipica della scuola senese, si ammirano il bellissimo gruppo in legno policromo ottocentesco raffigurante S. Demetrio di Tessalonica e S. Nestore, di Girolamo Bagnasco e bottega; la Madonna di Trapani, in marmo alabastrino, realizzata da scuola tosco-lombarda tra il XV e il XVI secolo; a destra, alla fine della navata, la statua di Santo Spiridione, realizzata da Nicolò Bagnasco come quella di San Giuseppe all’altare di destra. Nella facciata, i due mosaici di scuola monrealese (1960).

CHIESA DI SAN GIORGIO MEGALOMARTIRE
È la più antica di Piana degli Albanesi (originaria del 1495). La volta è interamente affrescata dal Crestadoro (1759) che dipinge San Giorgio in Gloria, mentre all’inizio della parete di destra troviamo un bel mosaico del Battista realizzato nel 1984. Sempre a destra, sopra la porta laterale, ecco il San Filippo Neri dipinto da Giuseppe Patania. All’abside occidentale c’è dipinto con la tecnica del falso mosaico il Cristo Pantocratore. A sinistra, la nicchia con la statua in legno di San Giorgio che trafigge il drago di Nicolò Bagnasco, opera tra le più riprodotte nella cesellatura dei brezi, le fibbie degli abiti tradizionali femminili. In fondo, l’affresco che raffigura Sant’Antonio Abate, da molti attribuito ai Novelli, padre e figlio.

CHIESA DI SAN NICOLA
Edificata alla fine del XVI secolo, nell’ambone di sinistra vi si custodiscono icone del Seicento e del Settecento provenienti dalla palermitana Chiesa di San Nicola. Ad una navata, si mette in luce anche per le icone settecentesche realizzate da Ioannichios (ai tre registri dell’iconostasi), monaco dell’abbazia di Mezzojuso, il più famoso artista di icone dell’Italia meridionale secentesca. A lui si deve la cosiddetta “scuola siculo-cretese”, riconoscibile per la lavorazione del fondo in argento a mecca. Iniziando da destra, ecco le icone riproducenti San Giuseppe di Manusakis (opera del 1973), San Partenio, Sant’Atanasio, Sant’Eleuterio e Santa Barbara. A sinistra, Santa Caterina, San Giovanni Crisostomo e Sant’Antonio. La chiesa custodisce anche un bel tabernacolo ligneo del XVIII secolo e una statua in legno dorato raffigurante l’Immacolata (XVII secolo).

CHIESA DELLA MADONNA ODIGITRIA
Costruita nel XVIII secolo, è l’unica testimonianza dell’opera di Pietro Novelli come architetto: le tre navate sono suddivise da quattro colonne che sorreggono la grande cupola ottagonale che, contrariamente a quanto succede nelle chiese barocche, risulta più vicina all’ingesso che all’altare maggiore. Qui si ammira, incassato in una statua secentesca, il quadro della Vergine Odigitria che la tradizione dice essere stato portato fin qui dai primi coloni albanesi. Alle navate laterali si susseguono quattro altari barocchi a marmi policromi e, tra i dipinti, quello raffigurante l’Arcangelo Michele (1700) e una crocifissione in legno ritagliato e dipinto.

Contessa Entellina fu fondata nel 1450 quando i primi immigrati greco albanesi si insediarono nel casale Contessa, concesso loro dai Conti di Caltabellotta.
Il centro è ancora oggi caratterizzato da numerose chiese di rito greco, tra queste la chiesa di Maria SS. Immacolata e San Rocco e la chiesa delle Anime Sante del Purgatorio. Fra quelle di rito latino è di grande interesse la chiesa di Santa Maria delle Grazie delle Favare. Anche a Contessa permane l'uso della lingua albanese.

ABBAZIA DI SANTA MARIA DEL BOSCO
A causa del terremoto del 1968, della chiesa barocca restano solo il maestoso bel prospetto con l’elegante rosone e il campanile.
L’ex monastero è diviso da due chiostri in stile classico. Nel primo, a pianta quadrata, si contano 36 colonne con capitelli dorici che fronteggiano archi e nicchie. Al centro, una fontana a base ottagonale, del Seicento.
Il secondo chiostro ha pianta rettangolare e semplici colonne che sorreggono archi a tutto sesto. Anche qui, al centro dello spazio aperto, si trova una fontana del 1713. Da questo secondo chiostro si accede al refettorio che è impreziosito dall’affresco del Settecento che raffigura il miracolo della Moltiplicazione dei Pani e dei Pesci.
Bellissime le scalinate che conducono ai piani superiori, dove si trovavano le camere dei frati, la cappella privata dell’abate, la foresteria e l’antica libreria.

ANTIQUARIUM

Palazzo Adriano è il centro è caratterizzato dalla Piazza Umberto I sulla quale, come a Piana degli Albanesi e a Mezzojuso, si fronteggiano la chiesa di rito greco-albanese e la chiesa di rito latino. La piazza, palcoscenico dei tradizionali riti pasquali, è stata nel 1988 set del film di Giuseppe Tornatore "Nuovo cinema Paradiso", le cui foto sono esposte in una mostra permanente presso il museo civico.

CHIESA DI SANTA MARIA ASSUNTA
Costruita alla fine del XV secolo e ampliata nel XVIII, custodisce al suo interno un’icona con l’Assunta del 1766 di Carlo Marsigli. Il tempio, noto agli studiosi di storia arbëreshë per la presenza al suo interno delle prime lapidi in lingua originaria, custodisce alcune opere d’arte inserite nel Museo Diffuso di arti figurative nell’Alto Belice Corleonese che sono il Sant’Antonio Abate in legno policromo del Cinquecento, l’Immacolata, anch’essa in legno policromo, e il bel fercolo del Santissimo Crocifisso in legno intagliato e dorato, opera del 1639 di Benedetto Marabitti. L’esterno è caratterizzato da una scalinata laterale costruita al tempo del re Ferdinando IV: serviva a permettergli l’accesso in chiesa scendendo da cavallo il più vicino possibile all’ingresso.



Corleone è immerso in uno scenario naturalistico di grande interesse, ed è infatti circondato dall'altopiano della Montagna Vecchia, dalle Gole del Drago lungo il fiume Frattina, e dalla Cascata delle due Rocche, formata dalle acque del fiume Corleone ai piedi del Castello Soprano caratterizzato dalla torre Saracena.

LA CHIESA MADRE S. MARTINO VESCOVO
Dedicata a San Martino, risale -come prima edificazione- al 1382, ma è stata certamente costruita su una chiesa preesistente, ampliata nel XV secolo, con il completamento della cupola nel 1663 e decorata nel Settecento, anche se gli affreschi della navata centrale e gli stucchi del coro e del transetto sono stati eseguiti tra il 1840 e il 1913. L’interno è a tre navate e qui si ammirano, nella prima cappella a destra, la secentesca statua lignea di San Sebastiano, nella seconda il San Filippo d’Agira, cinquecentesco, in legno dorato, nella terza il bel gruppo scultoreo monumentale in legno intagliato e dorato della Madonna dell’Itria, opera attribuita al Ferraro e al Buttafuoco tra il 1599 e il 1600; nella quarta, la Madonna del Rosario e santi e i 15 Misteri, opera del XVI secolo. Agli altari del transetto si ammira la tela di Fra’ Felice da Sambuca raffigurante S. Leoluca – a sinistra - e S. Bernardo – a destra - del XVIII secolo, oltre alla statua in marmo della Madonna del Soccorso di chiara ispirazione gaginesca. Nella prima cappella a sinistra si ammira la formella in marmo del XVI secolo raffigurante il Battesimo di Gesù e una tavola attribuita a Tommaso de Vigilia (attivo dal 1480 al 1497) con la “Adorazione dei Pastori”. Nella seconda cappella a sinistra, la statua cinquecentesca in legno dorato di San Biagio, mentre sulla parete c’è il quadro di “Santa Rosalia in grotta” attribuito a Pietro Novelli o alla sua scuola. Ancora, le tele “San Giovanni Evangelista scrive l’Apocalisse” di Girolamo Rizzardi (1600), e “San Domenico in Soriano”, firmata da Girolamo Paladino nel 1624. La sacrestia ospita una piccola pinacoteca che consta di nove tele a tema religioso. Sono opere datate tra il Cinquecento e il Settecento, alcune delle quali provenienti da altre chiese, come la “Sacra Famiglia con i santi Elisabetta, Zaccaria e Giovannino” (Girolamo Paladino, XVI secolo) già nella Chiesa della Madonna delle Grazie; la “Adorazione dei Magi” e “La Presentazione di Gesù al Tempio” (ignoti, XVII secolo) dalla Chiesa di San Pietro; o come “L’Orazione nell’orto - Negazione di San Pietro”, opera settecentesca di ignoto proveniente dal SS. Salvatore.

CHIESA DI SANTA ROSALIA
Di origine settecentesca, custodisce la bellissima tela del Velasquez, “Visione di San Giovanni Evangelista nell’isola di Patmos” (olio su tela della seconda metà del XVIII secolo, cm 320x230, ubicazione originaria), la “Adorazione dei pastori” di Vito D’Anna (1758) e la “Natività con la Madonna, San Giuseppe e Santi”, olio su tela cm. 320x230 attribuita allo stesso, ubicazione originaria, la tela di ignoto “Madonna col Bambino, Sant’Anna e il beato Bernardo da Corleone intercedono per le anime del Purgatorio”, datata tra il XVII e il XVIII secolo, olio su tela cm. 300 x 100, qui nella sua ubicazione originaria; la “Maria Maddalena” attribuita a Gioacchino Martorana (olio su tela di forma ovale della seconda metà del XVIII secolo, sempre nella sua ubicazione originaria), e le due tele del 1798 di Isidoro Gallo raffiguranti “San Leoluca” e “San Gregorio”, entrambe cm. 190 x 120, entrambe nella sede originaria. Ancora un olio su tela, di ignoto ottocentesco, raffigura la “Madonna della Catena”. Notevole anche la tela “Morte di San Benedetto” di Pietro Novelli. Il tempio custodisce il Crocifisso della Catena, forse risalente al XIII secolo, oggetto di culto molto amato dai corleonesi.

PALAZZO REALE DI FICUZZA
Il palazzo domina il piccolo Borgo di Ficuzza, che si è formato con la sua costruzione.
Fu edificato nel 1803 per volere di Ferdinando IV di Borbone che, innamoratosi del bosco di Ficuzza, eletto sua personale riserva di caccia, chiamò all’opera l’architetto palermitano Venanzio Marvuglia (1724-1814). Questi progettò un palazzo sobrio ed elegante, nello stile classico del barocco di alcune residenze di campagna inglesi dello stesso periodo.
L’edificio, sovrastato dallo stemma dei Borboni, somiglia molto alla reggia di Caserta, ma al posto del bellissimo giardino campano, vanta alle sue spalle la grandiosa scenografia delle pareti calcaree della Rocca Busambra, con ai piedi il bosco di una delle riserve naturali più importanti dell’Isola. Il Palazzo, chiamato “Casina di caccia”, è stato restaurato di recente, restituendo alla sua bellezza il progetto architettonico del Marvuglia. Nell’edificio si trovano camere, saloni di rappresentanza, cappella privata, cantina, oltre a stalle e magazzini “d’ordinanza”. Nel 1820, alcuni detenuti fuggiti dalle carceri borboniche in occasione di una rivolta a Palermo, trovarono rifugio nel palazzo reale. Il bestiame della riserva reale fu ucciso e tutto quello che era trasportabile, mobili, arazzi, quadri, fu trafugato. Così, nel 1831 il palazzo reale è già poco più che una masseria.
La Casina di caccia, proprietà dell’Azienda Regionale Foreste Demaniali, oggi è adibita a centro visitatori della Riserva Naturale di Ficuzza.

MUSEO CIVICO COMPRENSORIALE “PIPPO RIZZO”
Il Museo Civico di Corleone, ubicato nel centro storico del paese. L’edificio, risalente alla meta del XIX secolo, presenta le caratteristiche architettoniche dell’edilizia alto borghese tipica di quell’epoca; gli ambienti interni presentano tutti una copertura a volta a cuscino, i decori sono realizzati con stucchi e dipinti e la pavimentazione è in maiolica.
Il museo è intitolato al pittore futurista corleonese Pippo Rizzo (1897 – 1964) che ottenne il suo primo grande successo nel 1926, alla Biennale di Venezia, con il quadro intitolato “I Lampi”. Diplomatosi all’accademia di Salerno aderì al Futurismo. In seguito si orientò verso un corposo realismo sui soggetti popolareschi siciliani. I suoi lavori sono apparsi alle Biennali Veneziane: nel 1926, Lampi e Futurismo e Fascismo; nel 1927 è presente alla Promotrice di Torino; nel 1928, Foot-ball; nel 1930, Anno VIII; Lavoro dei campi; La battitura del grano; Verso sera; Campagna; Donna con chitarra; Figura alla finestra; Autoritratto. Nel 1927 Fututrismo e Fascismo fu riesposto alla Quadriennale torinese.
Le otto sale del museo ospitano reperti di varia tipologia. Sono esposti anche alcuni cimeli garibaldini.
Via Orfanotrofio, 4 - tel/fax 091 8463918

MUSEO DEMO-ETNO-ANTROPOLOGICO
Nei pressi del prezioso Oratorio di Sant’Agostino, la parrocchia di San Leoluca, ha realizzato un museo demo-etno-antropologico, la cui parte centrale è costituita da due stanze arredate come era in uso fino alla prima metà del Novecento. Le stanze sono, ovviamente, le più importanti per una famiglia di contadini, ovvero la cucina e la camera da letto. Sono esposti anche numerosi utensili ed oggetti di lavoro utilizzati dai contadini nella vita quotidiana.
Parrocchia di San Leoluca – piazza Asilo - tel. 091 8461850


Cosa fare e vedere nel Comune e nei dintorni
Cosa fare e vedere nel Comune o nel Paese e nei dintorni, la Sicilia con la sue molteplici sfaccetature, che vanno dai parchi naturali ad una salita sull'Etna, alle città d'arte, il barocco siciliano, la tradizione enogastronomica, i siti del patrimonio culturale dell'Unesco, i tipici musei le pinacoteche, le cantine vinicole, i trenta e più porti turistici, passando per le isole minori.
La regione offre svariate ed infinite possibilità di una vacanza indimenticabile, scegliete l'alloggio che soddisfi vostre aspettative e godetei la visita.
Alcuni di questi luoghi sono situati in località meno turistiche ed affollate, ma non per questo meno affascianti, maggiori info turistiche su pro loco.
Per una migliore visita puoi rivolgerti alle tante guide turistiche o ciceroni che per professione accompagna gruppi e comitive nelle visite di opere d'arte, musei, gallerie, scavi archeologici e paesaggi rilevanti dai punti di vista storico, artistico e naturale.

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