Il matrimonio in Sicilia tra Settecento e primo Novecento
Pubblicato in Cultura e Società · Giovedì 22 Gen 2026 · 7:00
Tags: matrimonio, Sicilia, Settecentousi, costumi, rituali, tradizioni, credenze, religiose, rituali, magici, convenzioni, sociali, pratiche, matrimoniali
Tags: matrimonio, Sicilia, Settecentousi, costumi, rituali, tradizioni, credenze, religiose, rituali, magici, convenzioni, sociali, pratiche, matrimoniali
Il matrimonio in Sicilia tra Settecento e primo Novecento
Usi, costumi, rituali e tradizioni
Il matrimonio, nella Sicilia di un tempo, era considerato un evento di importanza capitale, non solo per la vita dei singoli, ma per l’intera comunità. Attorno ad esso si intrecciavano credenze religiose, rituali magici, convenzioni sociali ed esigenze economiche, dando vita a un complesso sistema di usi e costumi che affondava le radici in epoche antichissime.
Molte di queste tradizioni sono documentate nell’opera monumentale di Giuseppe Pitrè, Usi e Costumi, Credenze e Pregiudizi del Popolo Siciliano, che ci offre una preziosa finestra sulla società isolana tra il XIX e l’inizio del XX secolo, rivelando pratiche matrimoniali già consolidate nel Settecento e, in parte, ancora vive fino agli anni Sessanta del Novecento.
Età degli sposi e mentalità sociale
Un antico detto siciliano recitava:
«Fimmina di diciottu e omu di vintottu»
La donna si sposava molto giovane, mentre l’uomo, per ragioni economiche, era spesso costretto ad attendere. Lo schiettu (scapolo) doveva mettere da parte il denaro necessario per il fidanzamento e il matrimonio e, non di rado, rinviava le nozze per contribuire al mantenimento della famiglia e alla dote delle sorelle, poiché alle donne non era consentito lavorare fuori casa per non compromettere l’onore familiare.
Il matrimonio era quindi raramente una scelta sentimentale. Contavano la dote, la casa, il livello sociale. Come recitava un proverbio:
«Cu havi roba e vigna, si marita a signa»
Anche la donna accettava spesso un matrimonio “conveniente”, confidando, come dicevano le madri, che l’amore sarebbe arrivato dopo, con la convivenza e la nascita dei figli.
Il corredo femminile
Diversamente dall’uomo, la donna si sposava prestissimo. I mesi ritenuti favorevoli erano tutti tranne **maggio, agosto e novembre**, considerati di cattivo auspicio. Inoltre, secondo l’ordine tradizionale, a sposarsi per prima doveva essere la figlia maggiore, alla quale si iniziava a pensare al corredo già in giovanissima età.
Il corredo contadino “a quattro” comprendeva:
una cassapanca, spesso in legno povero dipinto di verde, usata sia come armadio sia come dispensa per farina, legumi e frutta secca;
i materassi (mentre le tavole o i trìspiti spettavano al marito);
gli utensili essenziali della cucina, come pentole di rame o stagno, pochi piatti, cucchiai e bicchieri di legno, e la maidda per la preparazione del pane;
qualche oggetto d’oro, solitamente orecchini, collana e anello.
Le madri erano molto severe con le figlie, ritenute responsabili della loro condotta. Insegnavano loro il cucito, la filatura e la tessitura del corredo. Per trovare marito non era necessario essere belle, ma “bona figghia, onurata e travagghiatrice”, “un brazzu di mari”.
Superstizioni e desiderio di matrimonio
Rimanere zitella era considerato umiliante. Per questo, le giovani si affidavano ai santi con preghiere e formule rituali:
«Sant’Antuninu mittìtilu ‘n caminu…
San Pasquali facìtilu fari…
Santu ‘Nofriu gluriusu, beddu, picciottu e graziusu…»
Diffusa era anche la pratica divinatoria delle tre fave sotto il guanciale: una intera, una mezza sgusciata e una sgusciata. La fava estratta al mattino avrebbe indicato se il futuro marito sarebbe stato ricco, benestante o povero.
La scelta del coniuge e le differenze sociali
Fino a tutto l’Ottocento, il matrimonio doveva avvenire tra persone dello stesso livello sociale. Un artigiano difficilmente avrebbe permesso al figlio di sposare la figlia di un contadino; allo stesso modo, la gente di mare non cercava spose tra le donne di terra.
Spesso erano i genitori a scegliere per i figli. Se il giovane non accettava la decisione familiare, l’unica alternativa era la “fuitina”, la fuga d’amore. Con il tempo, tuttavia, queste rigidità iniziarono lentamente a sgretolarsi.
U parramentu e la richiesta di matrimonio
La fase iniziale del percorso matrimoniale era detta “u parramentu”. Essa veniva condotta dalla madre del giovane o da una figura di mediazione chiamata “messaggera”, incaricata di recarsi dalla madre della ragazza per manifestare l’intenzione di «combinare un partito».
Il compito principale della messaggera era quello di informarsi sulla dote della futura sposa. In questa fase, la madre della giovane forniva solo indicazioni verbali e prometteva di inviare successivamente la “minuta”.
La “minuta”: il documento della dote
La minuta era il documento scritto che descriveva dettagliatamente la dote. Veniva redatta da scrivani specializzati e si apriva con un’invocazione alla Sacra Famiglia, a sottolineare la solennità dell’accordo.
Il documento era avvolto in un fazzoletto di seta o di tela:
se accettato, il fazzoletto restava allo sposo;
se rifiutato, tornava alla famiglia della ragazza.
Le minute erano estremamente dettagliate e comprendevano **abiti, gioielli, biancheria per la casa, mobili, utensili da cucina e somme di denaro**, definendo con precisione il contributo economico della sposa.
Il fidanzamento ufficiale: la canuscenza
Solo dopo l’accettazione della minuta si procedeva alla “canuscenza”, celebrata generalmente la domenica pomeriggio. Lo sposo entrava in casa della futura moglie accompagnato dai parenti.
La futura suocera scioglieva i capelli della giovane, li pettinava e li intrecciava con un nastro rosso (‘ntrizzaturi), dono del fidanzato e segno del legame. Seguiva la consegna dell’anello (siiddu). La cerimonia si concludeva con il “trattamentu”, a base di càlia, frutta secca, fave, frittelle, vino e rosolio**, tra musica e balli.
Il banchetto nuziale
Nei matrimoni siciliani del Settecento, oltre a dolci, rosolio e limoncello, il pranzo nuziale comprendeva càlia e simenza, vino e, nelle famiglie più abbienti, pasta, arancini, caponata, piatti di carne o di pesce.
I dolci tradizionali includevano cannoli, cassate, pasta di mandorle e le “còsi duci” della pasticceria secca siciliana. I confetti erano onnipresenti, spesso distribuiti anche fuori dalla chiesa.
La stima del corredo e il trasporto
Nei giorni precedenti le nozze si svolgeva la “vagghiata di li robbi”, l’esposizione e la stima pubblica del corredo. Donne esperte valutavano i capi, spesso gonfiandone il valore. Conclusa la cerimonia, il corredo veniva trasportato in corteo fino alla casa degli sposi.
Il giorno delle nozze e i festeggiamenti
Il corteo nuziale si formava davanti alla casa della sposa. Al ritorno dalla chiesa, gli sposi camminavano a braccetto in testa al gruppo. Era usanza lanciare **confetti, grano, riso, fave, ceci abbrustoliti e monetine** come augurio di abbondanza.
Gli sposi venivano accolti nella casa paterna dello sposo con un cucchiaio di miele, simbolo di prosperità. Il pranzo di rito prevedeva spesso “i maccaruna di zitu a stufatu”, accompagnati da brindisi, musica e balli.
Dopo il matrimonio
Gli sposi restavano in casa per **otto giorni**, ricevendo visite e doni in natura: uova, pollame, zucchero, olio e frutta. La domenica successiva uscivano insieme per la prima volta per recarsi a messa e pranzare dai genitori.
Un patrimonio culturale da riscoprire
Il matrimonio nella Sicilia antica non era un semplice contratto, ma un rito di passaggio che univa sacro e profano, famiglia e comunità, tradizione e speranza. Un patrimonio culturale immateriale che ancora oggi racconta l’anima profonda dell’Isola e affascina chi desidera scoprirne la storia più autentica.
Prima uscita e viaggio di nozze avvengono dopo che gli sposi rimangono a casa per otto giorni ricevendo visite di parenti e amici. Dopo essi escono solennemente la prima volta recandosi in chiesa a udir messa. Il bianco, che in alcuni paesi non è il colore dell’abito nuziale, in altri è quello che veste la sposa in questo giorno d’uscita: “la veste degli otto giorni” preparata appositamente per questo evento.
A questo punto, chi poteva permetterselo, portava la sposa in viaggio di nozze, non prima però, di avere fatto un pellegrinaggio a Santa Rosalia sul monte Pellegrino.
In conclusione, l’etnografia di Pitrè rivela che il matrimonio in Sicilia antica non era un semplice contratto, ma un complesso intreccio di credenze, rituali e aspettative sociali. Dalle divinazioni per scoprire il futuro sposo alle complesse cerimonie di fidanzamento e nozze, ogni passo era intriso di profondo significato, riflettendo una cultura in cui il sacro e il profano, il sociale e il magico, che si fondevano indissolubilmente.
Fonti di questo articolo:
- Antichi rituali magici per trovare marito: https://www.clicksicilia.com/blogclicksicilia/blog/?antichi-rituali-per-trovare-marito
- La fuitinia e la prima fuitina: https://www.clicksicilia.com/blogclicksicilia/blog/?la-fuitina-e-la-prima-fuitina-in-sicilia
- Parabola furmica pri lu matrimoniu di dui amici: https://www.clicksicilia.com/blogclicksicilia/blog/index.php?-parabula-furmicola-pri-lu-matrimoniu-di-dui-amici
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