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La Nascita del Brigantaggio o Guerra Civile in Sicilia

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La Nascita del Brigantaggio o Guerra Civile in Sicilia

Il blog di clicksicilia, curiosità per turisti

La Nascita del Brigantaggio o Guerra Civile in Sicilia dopo Garibaldi


Il mancato cambiamento sociale, unito alla pressione fiscale e alla leva, innescò una violenta reazione popolare.

Resistenza Armata: Quella che il governo italiano definì sbrigativamente "brigantaggio" fu in realtà una complessa guerra civile e una resistenza armata allo Stato unitario. Sebbene talvolta strumentalizzato dai filoborbonici, il fenomeno aveva una forte componente di disperazione sociale e di protesta contadina.

La Repressione: Lo Stato rispose con la legge marziale e una repressione durissima, culminata con la Legge Pica del 1863. Questa legislazione speciale equiparò i briganti a nemici dello Stato, consentendo esecuzioni sommarie e l'invio di decine di migliaia di soldati. La durezza della repressione cementò l'immagine dello Stato unitario come un invasore ostile nel Mezzogiorno.

In conclusione, la vittoria militare e politica dell'Unità, inaugurata da battaglie come Milazzo, fu ottenuta al prezzo di un enorme ritardo sociale e di una profonda frattura tra il nuovo Stato e il popolo del Sud, un divario che avrebbe plasmato la "Questione Meridionale" .

Brigantaggio in Sicilia (1860–1870)

Dopo lo sbarco dei Mille nel 1860 e l’annessione della Sicilia al Regno d’Italia, l’isola visse un periodo di forte instabilità politica, economica e sociale.
Molti contadini e ex soldati borbonici si sentirono traditi dalle promesse garibaldine  “terra ai contadini”, “libertà e giustizia”, che non furono mantenute.

Il nuovo Stato unitario impose tasse più pesanti, una leva militare obbligatoria e una burocrazia distante.
Il risultato: malcontento diffuso, soprattutto nelle campagne dell’interno.

Origine del brigantaggio

Il brigantaggio in Sicilia non nacque come fenomeno politico organizzato, ma come un insieme di reazioni locali:

Contadini e pastori poveri che si ribellarono alle nuove autorità;

Ex soldati borbonici rimasti senza patria né salario;

Bande criminali che approfittarono del caos per arricchirsi con rapine, sequestri e contrabbando.

In molti casi, le bande si spacciavano per “fedeli al re Francesco II” o “contro i piemontesi”, ma in realtà agivano per sopravvivenza o profitto personale.

I protagonisti

Alcuni nomi sono entrati nella leggenda:

Giuseppe “Testalonga” Marco, ex soldato borbonico, attivo tra Caltanissetta e Agrigento;

Salvatore Romano, bandito dell’entroterra palermitano;

Giuseppe Caruso, ex garibaldino diventato brigante;

e molti altri capibanda locali, spesso sostenuti (o temuti) dalle comunità rurali.

Queste bande controllavano intere zone montane, soprattutto nei Monti Nebrodi, nei Monti Sicani e nella zona dell’Etna.

Repressione e ambiguità

Il nuovo Stato rispose con durezza:

Legge Pica (1863) estesa anche alla Sicilia, permetteva arresti di massa, fucilazioni sommarie e tribunali militari;

Spedizioni dell’esercito, con oltre 20.000 soldati impiegati in Sicilia tra 1861 e 1865;

Villaggi interi sottoposti a rastrellamenti.

Ma la repressione non bastò: molti briganti trovavano protezione nei notabili locali, nei latifondisti e, in certi casi, in nuclei criminali organizzati.
Da queste connessioni e dalle reti di protezione nel territorio nascerà la mafia moderna, che si affermerà nel vuoto lasciato dal brigantaggio.

Differenze col brigantaggio continentale
Aspetto Brigantaggio continentale Brigantaggio siciliano
Motivazione Politico e reazionario (fedeltà ai Borbone, antiunitario)
Più sociale e banditesco, legato alla miseria
Organizzazione Bande coordinate con sostegno borbonico e clericale Bande locali, autonome o criminali
Durata 1860–1870 (fino alla fine degli anni ’60) Più breve: si esaurisce entro il 1865–1866
Evoluzione Repressione militare e fine del fenomeno
Trasformazione progressiva in mafia rurale
Declino

Verso il 1865, il brigantaggio siciliano cominciò a declinare.
Le bande più grandi furono annientate o cooptate da reti criminali stabili.
Nel 1866, la rivolta di Palermo (la “rivolta del sette e mezzo”) segnò l’ultimo grande sussulto di resistenza armata in Sicilia contro lo Stato italiano.

È fondamentale distinguere il brigantaggio post-unitario (1861-1870, reazione allo Stato sabaudo) dal banditismo pre-unitario, che in Sicilia fu endemico.
Il brigantaggio in Sicilia fu una miscela di protesta sociale, violenza criminale e nostalgia borbonica.
Non fu un movimento politico coerente, ma un segnale del malessere profondo che attraversava l’isola dopo l’unificazione.
Da quelle tensioni e da quei vuoti di potere nasceranno le prime forme di mafia rurale, più efficaci e durature del brigantaggio stesso.

Abbiamo dimenticato le donne, alcune da da garibaldine a brigantesse, incarnavano una doppia liberazione: la lotta per il territorio e la lotta per l'autonomia dalla condizione di sottomissione imposta dalla società patriarcale alla donna.




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