Lettere, rimesse e legami: la Sicilia dell’emigrazione
Pubblicato in Cultura e Società · Martedì 20 Gen 2026 · 5:00
Tags: Sicilia, emigrazione, lettere, rimesse, analfabetismo, storia, famiglie, intermediari, Ottocento, Novecento
Tags: Sicilia, emigrazione, lettere, rimesse, analfabetismo, storia, famiglie, intermediari, Ottocento, Novecento
Lettere, rimesse e legami: la Sicilia dell’emigrazione
Nel periodo della grande emigrazione siciliana, tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, molti emigrati e numerose famiglie rimaste in Sicilia erano analfabeti o avevano una scarsa istruzione. Comunicare con i propri cari diventava quindi una questione tutt’altro che semplice.
In questi casi, la redazione delle lettere e l’invio delle rimesse avvenivano grazie all’aiuto di intermediari: parenti alfabetizzati, maestri, notai, impiegati postali o, molto spesso, il parroco del paese. Le lettere venivano dettate a voce e trascritte da altri, mentre il denaro era inviato tramite vaglia postali o attraverso banchieri locali.
Questo sistema, pur con tutti i suoi limiti, permise di mantenere un forte legame economico e affettivo tra gli emigrati siciliani e le loro famiglie, dimostrando come, nonostante l’analfabetismo diffuso, la comunicazione e la solidarietà riuscissero a superare le difficoltà pratiche.
Lo scriba del paese: una mediazione culturale
In molti centri siciliani, il parroco o il maestro non si limitavano a scrivere sotto dettatura, ma svolgevano una vera e propria mediazione culturale. La loro figura di scriba era fondamentale: non si limitavano a riportare parole, ma traducevano sentimenti.
I pensieri espressi in dialetto venivano adattati in un italiano più scolastico o burocratico, dando vita a quella che potremmo definire una scrittura corale, capace di restituire storie individuali che, in realtà, appartenevano a un’intera comunità.
La privacy, per come la intendiamo oggi, era un concetto quasi inesistente. La lettera non era un segreto esclusivo tra mittente e destinatario, ma spesso un evento collettivo: veniva letta ad alta voce davanti alla famiglia riunita, condividendo emozioni, speranze e notizie.
Cosa sono le rimesse
Le rimesse degli emigrati siciliani svolgevano una funzione economica, sociale e culturale di enorme importanza.
Dal punto di vista economico, rappresentavano un sostegno vitale per le famiglie rimaste in patria, consentendo l’acquisto di cibo, terreni e abitazioni, oltre al pagamento dell’istruzione dei figli.
Sul piano sociale, le rimesse contribuivano alla vita dei paesi: finanziavano feste religiose, processioni e opere comunitarie, rafforzando il senso di appartenenza e di solidarietà.
Dal punto di vista culturale e affettivo, permettevano agli emigrati di mantenere un legame profondo con le proprie radici, conservando l’identità siciliana e la partecipazione alla vita familiare e comunitaria nonostante la distanza.
L’economia del riscatto
Le rimesse non servivano solo alla sopravvivenza quotidiana, ma favorivano una concreta possibilità di ascesa sociale, definita da alcuni storici una vera e propria “rivoluzione silenziosa”.
Il sogno della roba si traduceva soprattutto nell’acquisto di un pezzo di terra. Molti braccianti, grazie ai risparmi accumulati all’estero, riuscirono a diventare piccoli proprietari, incrinando il tradizionale sistema del latifondo.
Un altro segno visibile di questo riscatto era il decoro delle case: tetti rifatti, stanze aggiunte, facciate intonacate. I paesi siciliani cambiavano volto, diventando più dignitosi e vivibili.
Il significato della “roba” nella cultura siciliana
In Sicilia, la parola roba non indica soltanto il possesso materiale. È un concetto ancestrale che fonde insieme sopravvivenza, potere e identità. Per secoli, chi non possedeva nulla era alla mercé degli altri e del destino; da qui nasce l’aspirazione, spesso tragica, ad accumulare, conservare e difendere ogni palmo di terra.
Giovanni Verga: il cuore del mito
Nessuno scrittore ha saputo dare voce a questa ossessione meglio di Giovanni Verga. Nelle sue opere, il sogno della roba diventa il motore profondo di un’intera isola.
La roba
Il protagonista Mazzarò incarna l’ossessione assoluta: possiede terre a perdita d’occhio, ma vive come un miserabile, incapace di godere dei suoi beni. Il dramma esplode davanti alla morte, quando, realizzando che non potrà portare nulla con sé, urla disperato:
«Roba mia, vientene con me!»
Il sogno si rivela così un’illusione tragica.
Mastro-don Gesualdo
Gesualdo Motta è l’uomo che ce la fa, che accumula immense ricchezze, ma a un prezzo altissimo. Non otterrà mai una vera accettazione sociale e morirà solo, in un palazzo che non gli appartiene nel cuore. Per lui, la roba è stata un muro, non un ponte.
Altri sguardi letterari sulla “roba”
Luigi Capuana analizza con precisione la mentalità contadina e l’attaccamento viscerale alla terra.
Federico De Roberto, nel capolavoro I Viceré, mostra come la roba diventi strumento di potere dinastico, intrecciandosi con corruzione e trasformismo politico.
Dal dubbio di Pirandello alla denuncia del Novecento
Nel Novecento, il concetto di roba si trasforma e si frantuma:
Luigi Pirandello vede nel possesso un’illusione: la ricchezza è solo un’altra maschera che non salva dalla crisi d’identità.
Leonardo Sciascia racconta una roba che non è più terra, ma potere mafioso, controllo sociale e sopraffazione politica.
Ignazio Buttitta, con la poesia in dialetto, dà voce agli ultimi, denunciando una Sicilia dove molti hanno “catini vuoti” e pochi accumulano tutto.
Andrea Camilleri recupera lingua e ironia siciliana: la roba resta centrale, ma filtrata da una critica morale e storica, sospesa tra nostalgia e disincanto.
L’impatto simbolico delle rimesse
Spesso, insieme al denaro — le celebri “banconote verdi” — arrivavano anche fotografie. Queste immagini avevano un valore quasi sacro: l’emigrato si faceva ritrarre con il vestito migliore per dimostrare alla famiglia di aver “fatto fortuna”, anche quando la realtà era fatta di stenti e duro lavoro.
La lettera diventava così un legame vitale, come è stato efficacemente detto:
«la lettera era il filo di Arianna che permetteva a chi era partito di non perdersi nel labirinto del Nuovo Mondo».
Se vuoi, posso anche:
adattarlo a pannelli museali
ridurlo per una brochure turistica
oppure renderlo più narrativo per un blog di viaggio culturale
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