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Milazzo, luglio 1860: vittoria o mito?

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Milazzo, luglio 1860: vittoria o mito?

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Pubblicato in Cultura e Società · Lunedì 27 Ott 2025 · Tempo di lettura 6:30
Tags: Milazzoluglio1860GaribaldiSiciliaDittaturaLeggiRiformeStoriaTurismoCuriosità

Milazzo, luglio 1860: vittoria o mito? comunque sia la Sicilia è sotto la dittatura di Garibaldi


Il 20 luglio 1860, su una sottile lingua di terra tra il Tirreno e lo Stretto di Messina, si combatté una battaglia destinata a entrare nei libri di storia: la battaglia di Milazzo. Da lì, ci dissero, nacque la “liberazione” della Sicilia e la leggenda dell’“eroe dei due mondi”. Ma quanto di quella vittoria fu realtà, e quanto fu costruzione?

Tra il 17 e il 24 luglio, nei dintorni di Milazzo, si affrontarono due eserciti molto diversi. Da una parte circa cinquemila garibaldini, rinforzati da armi piemontesi e sostenuti, più o meno apertamente, da interessi stranieri che impedirono di fatto un aiuto borbonico dal mare. Dall’altra poco più di tremila soldati borbonici, meglio equipaggiati e ben addestrati ma isolati, guidati dal colonnello Giuseppe Beneventano del Bosco, ufficiale di grande coraggio.

Fu uno scontro durissimo. I borbonici resistettero oltre ogni previsione, ma mancavano di rinforzi: Messina, che avrebbe potuto soccorrerli. Alla fine, il rapporto di forze e di risorse decise la sorte dello scontro.

Garibaldi, secondo alcune testimonianze, diresse per un breve tempo le operazioni dal mare, a bordo del piroscafo Veloce, per coordinare meglio le manovre. Non fu una fuga, ma certo non corrisponde all’immagine dell’eroe solitario all'attacco che i racconti successivi avrebbero consacrato.

A rendere epica la vicenda contribuì anche Alexandre Dumas, amico di Garibaldi, che seguì la spedizione e ne scrisse pagine infuocate di patriottismo. Le sue parole, lette in tutta Europa, trasformarono una battaglia locale in un simbolo universale di libertà. Fu propaganda? In parte sì: Dumas esaltò Garibaldi oltre la misura, e la storiografia successiva avrebbe corretto molti eccessi di quella narrazione romantica.

Così, da una battaglia reale ma complessa, nacque il mito di Milazzo — la “grande vittoria” celebrata nei monumenti, nelle scuole e nella memoria nazionale. Dietro l’epica, però, restano i fatti: una guerra combattuta in condizioni diseguali, sostenuta da interessi politici e potenze esterne.

A Milazzo si disputò una battaglia vera, trasformata dalla penna e dalla propaganda in un capitolo fondante dell’Italia unita. E da quella narrazione, molto più che dal fumo dei cannoni, nacque il mito che ancora oggi chiamiamo Risorgimento.

Il Finanziamento della Spedizione e il Ruolo del Banco di Sicilia
La Spedizione dei Mille fu finanziata attraverso una combinazione complessa di fonti, cruciali per l'acquisto di armi, l'organizzazione dei volontari e il mantenimento dell'Esercito Meridionale.

Le Fonti di Finanziamento
Fondi Sabaudi e Para-Ufficiali: Nonostante la negazione ufficiale, il Regno di Sardegna (Piemonte) sostenne la spedizione in modo indiretto. Gran parte delle spese fu anticipata da prestatori genovesi che erano creditori del governo sabaudo, con la probabile promessa di rimborso. Il Piemonte fornì o agevolò anche l'acquisto di armi e munizioni.

Sottoscrizioni e Comitati: Inizialmente, vi furono collette pubbliche a Genova e la successiva istituzione della "Cassa centrale per il soccorso a Garibaldi" che raccolse donazioni in Italia e all'estero, gestita da figure come Agostino Bertani.

Contributi Internazionali e Privati: Fondi consistenti provennero da finanziamenti segreti, in particolare dalla Massoneria Inglese e da comitati britannici, interessati all'unità d'Italia per ragioni geopolitiche, come l'indebolimento del potere borbonico e papale.

Risorse Locali i Prelievi: Dopo le prime vittorie, il Governo Dittatoriale prelevò fondi dalle casse degli istituti di credito siciliani (eredi dei Banchi regi), per coprire i costi di guerra e amministrazione.

Il "Saccheggio" e il Debito Pubblico
È errata la narrazione di uno "scippo" totale: il neonato Regno d'Italia, a partire dal 1870, si riconobbe e rimborsò al Banco di Sicilia una parte significativa di questi prelievi.

Il vero nodo economico fu l'unificazione del debito pubblico. La Sicilia e il Sud, con un debito minore e riserve auree consistenti, furono costretti ad accollarsi il debito molto più elevato del Piemonte, trasferendo di fatto ricchezza al nuovo Stato centrale.

Il Compromesso Politico: Da Repubblicano a Monarchico
Il successo della Spedizione fu determinato non solo dalla forza militare e dai fondi, ma dal fondamentale compromesso politico che trasformò Garibaldi, il repubblicano, in un alleato dei Savoia.

Da Repubblica a Monarchia: Garibaldi, pur essendo un fervente mazziniano, scelse il pragmatismo, ponendo l'Unità Nazionale al di sopra del regime. Accettò la bandiera sabauda ("Italia e Vittorio Emanuele") per assicurarsi l'appoggio (anche ufficioso) del Regno di Sardegna e l'avallo internazionale, neutralizzando il rischio di un intervento straniero contro una repubblica. Il Primo Ministro Cavour manovrò per garantire l'annessione rapida (tramite plebisciti) e scongiurare l'eccesso di potere o il radicalismo garibaldino.

Gli Accordi con le Élite Siciliane: Per governare e vincere, Garibaldi dovette allearsi con la classe dirigente conservatrice dell'isola:

Nobili e Baroni: Offrirono supporto logistico e uomini (squadre armate), in cambio della garanzia di mantenere i loro privilegi fondiari e liberarsi dal centralismo borbonico.

Borghesia Terriera: Fornì il quadro amministrativo e risorse, mirando a ottenere cariche e l'abolizione delle restrizioni borboniche.

Campieri: Uomini armati al servizio dei proprietari, furono arruolati e il loro supporto fu vitale per il mantenimento dell'ordine sociale.

Il risultato di questo compromesso fu l'Immobilismo Sociale: Garibaldi scelse di reprimere le rivolte contadine (come a Bronte) per non alienarsi l'appoggio dei proprietari terrieri, essenziali per la stabilità. Il prezzo dell'Unità fu l'accantonamento della riforma agraria e l'affossamento dei contadini.

L'Eredità della Dittatura: Leggi e Riforme Mancate
Il successo di Garibaldi in Sicilia fu rapido, ma la sua amministrazione, raggiunto con la Dittatura, fu breve e contraddittoria, lasciando un'eredità di grandi promesse e forti delusioni che alimentarono il malcontento popolare, si stava meglio prima di stare peggio dopo

L'Abrogazione Borbonica e il Vuoto Fiscale
Il governo dittatoriale procedette ad abolire immediatamente la legislazione e la burocrazia del Regno delle Due Sicilie. Questo passo fu gradito dalla borghesia e dalla nobiltà che si liberarono delle vecchie restrizioni. Furono introdotte politiche di liberismo economico, favorendo il commercio e l'industria in linea con gli interessi sabaudi. Tuttavia, l'eliminazione delle tasse borboniche più odiate creò presto un vuoto fiscale che venne colmato con l'introduzione delle nuove imposte piemontesi, spesso percepite come più onerose e vessatorie.

La Questione Agraria: Promessa Infranta
Il vero "tradimento" della rivoluzione riguardò la questione agraria, la vera molla della partecipazione popolare contadina, ancora una volta traditi.
L'Aspettativa Contadina: I contadini siciliani si unirono a Garibaldi nella speranza di ottenere le terre demaniali usurpate dai baroni o i beni ecclesiastici, non avvenne e mise ancora più in crisi i contadini.

I Decreti e il Sabotaggio: Garibaldi emanò decreti per la teorica ridistribuzione delle terre demaniali. Tuttavia, l'applicazione fu affidata ai municipi, interamente controllati dai grandi proprietari terrieri. Questi, in virtù degli accordi politici presi con Garibaldi (come visto nel punto precedente), sabotarono o bloccarono l'attuazione delle riforme.

La Repressione: Quando il popolo insorse per prendere le terre con la forza, questo atto segnò la rottura definitiva tra l'esercito garibaldino e le masse rurali.

Centralismo e Tensione Sociale
Il nuovo Regno d'Italia impose un modello amministrativo centralizzato piemontese,  il cosiddetto "piemontesismo" che ignorava le specificità locali.

Senso di Estraneità: L'arrivo di funzionari e l'imposizione di leggi del Nord, unite alla nuova e odiata leva militare obbligatoria, generarono frustrazione e un senso di estraneità se non di ostilità verso il nuovo Stato.

Conferma delle Gerarchie: L'unità nazionale fu raggiunta senza intaccare le gerarchie sociali. I contadini non ottennero le terre, mentre le vecchie classi dominanti mantennero il loro potere.


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