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Vitti na crozza storia di miniere e zolfo

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Vitti na crozza storia di miniere e zolfo

Il blog di clicksicilia, curiosità per turisti
Pubblicato in Cultura e Società · Mercoledì 07 Gen 2026 · Tempo di lettura 4:30
Tags: VittinacrozzaminierezolfoSiciliafolklorestoriaculturamemoriadignitàcanto

Vitti ’na crozza: il grido di un popolo sacrificato


Basta cantarla come se fosse una festa.
Vitti ’na crozza è il grido di un popolo sacrificato. Pensate davvero che sia una canzone allegra? Che quel ritmo incalzante serva a farci ballare? Ci hanno insegnato a cantarla senza ascoltarla. Abbiamo trasformato un atto d’accusa in un souvenir per turisti.

La realtà è stata scritta nel fango e nello zolfo delle miniere siciliane, nelle zolfare. Vitti ’na crozza, ho visto un teschio, non è folklore: è la voce di padri e di figli, di carusi senza un nome, senza un funerale e senza il rintocco delle campane.
È il crudo racconto di una Sicilia usata come fornitore di combustibile per l’Unità d’Italia e poi abbandonata al silenzio.
Oggi ci piacerebbe restituire la giusta dignità alla memoria di questo canto.

Quando la Sicilia canta i suoi morti e l’Italia finge di non sentire
Non è una canzone popolare. È un atto d’accusa che abbiamo imparato a cantare senza ascoltare. Vitti ’na crozza non nasce per intrattenere: nasce per disturbare. Ed è per questo che, nel tempo, è stata addomesticata, alleggerita, stravolta. Svuotata del suo buio delle gallerie e restituita come folklore innocuo, allegro. Chi piange i suoi morti mette a disagio, chi balla, va sempre bene, chi muore giace e chi canta piace.

Questa è forse la canzone più violentata della tradizione siciliana. Le hanno tolto il sangue. Le hanno rubato il grido. L’hanno strappata alla terra che l’ha generata.

L’inferno dei Carusi e del Cannuni
Come ricordano studiosi e ricercatori della cultura orale, tra cui Sara Favarò e la voce indomita di Rosa Balistreri, questo canto nasce come voce dei morti senza nome: gli zolfatari, i carusi, i sepolti vivi nelle miniere.

Un ruolo tragico era affidato ai carusi: bambini, spesso dai 7 ai 14 anni, ceduti dalle famiglie ai capomastri in cambio di un anticipo in denaro, il soccorso morto. Piccoli schiavi che percorrevano decine di volte al giorno le gallerie carichi di pesanti ceste, crescendo deformi o morendo nel silenzio del sottosuolo.

Questa condizione è stata immortalata magistralmente da Luigi Pirandello nella novella Ciaula scopre la luna. Ciaula è il simbolo di questi dimenticati: un essere quasi animalesco, abituato al buio viscerale della terra, che non conosce paura finché resta nel ventre della miniera, ma che resta folgorato dalla bellezza della Luna una volta uscito all'esterno.
La Luna, per Ciaula, è la scoperta di una divinità e di una pace che il mondo degli uomini gli ha negato.
Come la crozza del canto, Ciaula rappresenta chi cerca un raggio di luce nel buio, e nella disperazione.

Il cannuni citato nel canto non è un’arma di guerra. È il boccaporto della miniera: l’ingresso di un inferno industriale dove la Sicilia è stata sacrificata per decenni. Moriri senza toccu di campani: uomini e bambini consumati dal lavoro, lasciati sottoterra senza sacramenti. Era uno sfruttamento sistematico, regolato dallo Stato, tollerato dalla Chiesa e giustificato nel nome del progresso. Lo zolfo era considerato “impuro”, il sottosuolo “diabolico”. E così anche i lavoratori diventavano scarti: inermi, invisibili, dimenticabili.

I Caricatori: il molo del sacrificio
Mentre sopra, alla luce del sole, si firmavano trattati, il sottosuolo siciliano alimentava l'industria chimica mondiale. Qui entravano in gioco i caricatori (come quelli di Porto Empedocle, Licata o Sciacca), i terminali logistici di questo dolore. Non erano semplici porti, ma imponenti infrastrutture di stoccaggio dove lo zolfo veniva accumulato in enormi cataste chiamate "balate".

Nei caricatori, centinaia di facchini trasbordavano il minerale dalle ferrovie a scartamento ridotto fino alle stive delle navi mercantili. Erano il punto di contatto tra una Sicilia arcaica e il capitalismo globale: mentre lo zolfo partiva per l'Inghilterra industriale, all'Isola restavano solo i polmoni corrosi, la povertà e un paesaggio devastato. Lo sfruttamento intensivo è durato fino agli anni Quaranta del Novecento: oltre ottant’anni di morti senza giustizia.

La genesi del brano: dal teschio allo schermo
La "crozza" è il teschio che parla al viandante; rappresenta l'anima di un minatore morto senza sacramenti, condannata a vagare perché rimasta prigioniera del cannuni.

Su un testo popolare di autore ignoto, Franco Li Causi compose la melodia per la colonna sonora del film Il cammino della speranza (1950) di Pietro Germi. La versione originale di Li Causi era un canto di lavoro dai toni lenti e cupi, fedele alla tragedia che raccontava. Il testo pervenne a Li Causi tramite lo stesso Germi, a cui lo aveva recitato un anziano minatore di Favara, Giuseppe Cibardo Bisaccia. La prima incisione fu realizzata nel 1951 da Michelangelo Verso.

Conclusione: un atto di coscienza
Oggi Vitti ’na crozza viene cantata ignorandone il significato. O, peggio ancora, sapendolo e facendo finta di nulla. Questa canzone dovrebbe essere fatta ascoltare nelle scuole come un atto d'accusa, non come folklore.

Fino a quando una nazione che nasce sulla pelle dei suoi morti ne cancella la memoria e ne trasforma il dolore in cartolina turistica, non potrà dirsi civile. Vitti na crozza non chiede applausi.


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