L'isola che canta da tremila anni
L'isola che canta da tremila anni
La musica siciliana dalla lyra greca a Colapesce e Dimartino
Dalla lyra greca al marranzano dei pastori, dall'opera di Bellini alle notti dell'Etna con Battiato, fino a Colapesce e Dimartino che conquistano Sanremo: la storia della musica siciliana è la storia stessa dell'isola — incandescente, meticcia, irriducibile.
Le origini, un mosaico di voci
Leggere è un modo per capire davvero cosa ha significato per i siciliani esserlo attraverso i secoli: non leggete libri di storia, ma ascoltate. Basta stare in silenzio in un paese dell'entroterra durante una festa patronale, o in un vicolo di Palermo al calar della sera, e aspettare che qualcuno cominci a cantare. In quel momento, anni e secoli di storia scorrono nell'aria senza che nessuno li abbia convocati.
Mentre le pietre parlano di chi ha costruito e di chi ha lasciato un segno, la musica parla di chi ha vissuto pastori, contadini, minatori di zolfo, e di mogli che aspettavano i mariti.
Parla il dialetto, spesso incomprensibile a chi non è del posto, eppure capace di attraversare qualsiasi frontiera linguistica grazie a qualcosa che non si spiega: un timbro, un'inflessione, una lacrima che cade lenta.
Quel timbro vocale è in realtà uno dei tratti più caratteristici e antichi della musica siciliana. I musicologi che l'hanno studiata hanno rilevato il dorico, il lidio, il frigio. È la traccia sonora di un popolo che ha ascoltato i Greci cantare nelle loro colonie millenni fa, e ne ha fatto propria la melodia senza nemmeno sapere di farlo, trasmettendola oralmente di generazione in generazione per oltre duemila anni.
I Greci poi gli Arabi, che portarono il maqam, il sistema della musica islamica, i Normanni con i loro canti cavallereschi e le tradizioni cortesi del Nord Europa. Vennero gli Spagnoli con le forme metriche della loro poesia cantata. Ognuno depositò qualcosa in quell'alveo della musica popolare siciliana, e il popolo siciliano ha assorbito molto, per straordinaria capacità di trasformazione. Nessuna alchimia.
Il risultato è un repertorio che ancora oggi si può ascoltare.
Un flauto di canna che ricorda i pastori dell'antica Grecia. Uno scacciapensieri che vibra come la lyra descritta da Omero.
Canti d'amore che tradiscono quel tutto mescolato insieme, vissuto insieme, cantato insieme da gente che non sapeva niente di musicologia, ma sapeva perfettamente come si fa a mettere la voce in una nota che faccia venire i brividi.
I generi del canto popolare
In Sicilia, fino a non molti decenni fa, si cantava sempre. Si cantava mentre si lavorava, mentre si corteggiava, mentre si pregava, mentre si piangeva un morto, mentre si addormentava un bambino. Questa non è una metafora: era una pratica quotidiana, necessaria come il pane. La musica non era intesa come intrattenimento, ma era il modo in cui la comunità si riconosceva, si consolava. Ogni genere aveva la sua funzione precisa, neanche fossero noti da liturgica.
I canti di lavoro sono probabilmente i più antichi e i più drammatici. I mietitori del grano cantavano per scandire il ritmo delle falci e per far passare il tempo sotto il sole bruciante di luglio. I venditori ambulanti cantavano i loro prodotti con lunghi vocalizzi che potevano coprire l'intera lunghezza di una via. Ma i canti più strazianti erano quelli dei carusi — i bambini che lavoravano nelle miniere di zolfo, trasportando a spalle il minerale nei cunicoli senza luce. Cantavano per non dimenticare che erano ancora vivi. Quei canti erano così carichi di dolore che Rosa Balistreri, quando li reinterpretò decenni dopo, piangeva sul palco senza riuscire a farne a meno.
Le serenate erano un'istituzione sociale seria, non banali romanticherie. Il giovane che voleva sposare una ragazza doveva dimostrare davanti all'intero quartiere, che ascoltava da dietro la finestra, chi cantava doveva avere passione avere la voce e le parole per conquistarla.
I canti religiosi danno la misura dell'intensità spirituale dell'isola. La Settimana Santa siciliana è un'esperienza sonora unica che non si puòperdere. Ad Agira, in provincia di Enna, la Passione di Cristo viene ancora narrata con lamenti sostenuti da tamburi e strumenti a fiato in una forma che non è cambiata da secoli. A Trapani, i Misteri del Venerdì Santo, una processione che dura ventiquattr'ore, sono accompagnati da una musica sacra talmente lenta e lugubre da sembrare quasi araba. A Cianciana, le rappresentazioni del presepe vivente ospitavano canti corali che ricordano il canto bizantino.
Gli stornelli come la satira erano il giornalismo orale del popolo siciliano. Il signorotto di turno, il prete lussurioso, il marito cornuto: nessuno era al sicuro dalla lingua tagliente del cantore di piazza.
Quando arrivava in un posto nuovo, la notizia era già vecchia di giorni, ma la strofa che la raccontava continuava a girare per mesi.
Le ninne nanne erano la prima musica che un siciliano ascoltava nella vita, e spesso l'ultima che ricordava con chiarezza in punto di morte. Alcune conservate dagli etnomusicologi hanno testi, con riferimenti mitologici di origine incerta come se il canto avesse continuato a trasmettere parole che erano andate perdute da secoli, ma il cui suono era talmente giusto da non poter essere cambiato.
La tarantella siciliana, chiamata anche puliciusa, non è la tarantella napoletana, non bisogna commettere l'errore di confonderle. Quella siciliana ha un ritmo e una struttura propri.
Era il ballo nuziale per eccellenza, il momento in cui la comunità si stringeva attorno agli sposi in un cerchio di musica e movimento che poteva durare ore. In alcune zone dell'entroterra, gruppi di appassionati continuano a tramandare questa forma con lo stesso rispetto con cui si tramanda un testo sacro.
li strumenti della tradizione
Gli strumenti della musica popolare siciliana non sono mai stati pensati per un auditorium. Sono nati per la strada, campo, stalla, la piazza del paese. Sono fatti di canna, di terracotta, di metallo battuto, di pelle di animale. Eppure, nelle mani giuste, producono suoni che nessuno strumento di liuteria riesce a imitare.
Il marranzano, detto anche mariòlu, scacciapensieri, ngannalarruni, è forse lo strumento più antico dell'isola.
Si tiene tra i denti, si pizzica la linguetta metallica, e il cavo orale diventa una cassa di risonanza viva. Il suono è strano: intimo, nasale, quasi ipnotico. Non si ascolta soltanto con le orecchie lo si sente vibrare nelle ossa della testa. Alfio Antico, il più grande suonatore contemporaneo, lo ha portato sui palcoscenici di tutto il mondo, dimostrando che uno strumento così semplice può contenere un universo intero.
Il friscaletto, detto anche zufolo, è un flauto di canna dalle origini pastorali. I pastori dell'interno lo costruivano da soli tagliando le canne dei torrenti, calibrando a orecchio i fori per le dita. La melodia che ne esce è leggera e malinconica, fatta per accompagnare le greggi nei lunghi pomeriggi di silenzio. Quando si ascolta un friscaletto suonato bene, ci si ritrova improvvisamente in un paesaggio di pietra calcarea color ocra e cielo azzurro.
Il tamburello — tammureddu — è lo strumento ritmico per eccellenza della musica mediterranea. In Sicilia assume una funzione quasi sacrale: accompagna balli, processioni, canti di lavoro. I percussionisti più abili lo suonano con le dita, i polsi, i palmi, i gomiti, producendo una varietà ritmica che stupisce chi crede sia uno strumento semplice. Nelle mani di un maestro, un tamburello è un'orchestra ritmica completa.
La quartara è un caso unico al mondo: un'anfora di terracotta — nata per trasportare acqua e vino — trasformata in strumento a fiato. Si soffia nel collo stretto, e se si conosce il trucco, ne escono note sorprendentemente ricche e profonde, con un timbro che ricorda il didgeridoo australiano. È lo strumento che più di ogni altro sembra emergere direttamente dalla terra siciliana: fatto di argilla locale, suonato da mani callose, canta di radici e di profondità.
La chitarra battente, la chitarra siciliana, non si pizzica delicatamente: si colpisce con un plettro duro, producendo un suono secco e percussivo che taglia l'aria. Era lo strumento preferito dei cantastorie e dei suonatori di serenate, perché si sentiva da lontano e dava al canto un sostegno ritmico immediato. La sua forma è leggermente diversa dalla chitarra standard: più bombata sul retro, con una risonanza più secca e penetrante.
La ciaramella e la zampogna erano gli strumenti delle feste e del Natale. La ciaramella, un oboe rustico a doppia ancia, si sentiva nelle feste patronali e nelle processioni. La zampogna, con le sue canne multiple alimentate da un sacco d'aria, è lo strumento delle novene natalizie: in dicembre, i suonatori itineranti passavano di casa in casa, e la loro musica annunciava l'arrivo del freddo e del Natale con lo stesso significato che per altri hanno le campane.
L'organetto arrivò nell'Ottocento, tardi rispetto agli altri, ma conquistò la Sicilia con una rapidità sorprendente. Questa piccola fisarmonica diatonica, portatile, accessibile, capace di un suono pieno e festoso, divenne il cuore di migliaia di serate di ballo nelle case e nelle piazze di tutta l'isola. Non ha l'antichità degli altri strumenti, ma ha la stessa capacità di trasformare una serata ordinaria in qualcosa che si ricorda per tutta la vita.
Il cantastorie: il giornalista del popolo
Immaginate di trovarvi in una piazza siciliana dell'Ottocento. Non c'è elettricità, non ci sono giornali che arrivano, non c'è nessun mezzo di comunicazione di massa. Le notizie viaggiano a piedi, e spesso si perdono per strada. Poi un giorno arriva in paese un carretto trainato da un mulo, sul carretto scene vivaci e colorate come un altare votivo, disegni di cavalieri armati, battaglie, principesse rapite, miracoli di santi. Scende un uomo con una chitarra battente e comincia a cantare.
Quello è il cantastorie. Ed è il personaggio più importante della cultura popolare siciliana — più del prete, in certi momenti, perché il prete parla di un altro mondo, mentre il cantastorie parla di questo.
Il suo repertorio era sconfinato. Cantava le gesta dei Paladini di Francia — Orlando, Rinaldo, Angelica — le stesse storie che animavano i teatri dell'Opera dei Pupi. Cantava i delitti più feroci della cronaca locale, trasformando ogni omicidio o sequestro in una ballata moraleggiante. Cantava le carestie, le eruzioni dell'Etna, i terremoti. Cantava la mafia, con prudenza ma senza paura — e quando la prudenza non bastava, cambiava paese.
Lo strumento principale del cantastorie non era però la chitarra: era il grande cartellone dipinto che appendeva al carretto o a un muro della piazza. Su queste tavole illustrate da pittori di strada erano raffigurate le scene salienti della storia — come un fumetto sonoro. Il cantastorie indicava ogni scena con un bastone mentre cantava, guidando il pubblico analfabeta attraverso la narrazione con la precisione di un regista di cinema.
Con l'arrivo della radio prima e della televisione poi, i cantastorie scomparvero quasi del tutto. Ma la loro eredità non è morta: è confluita nel modo in cui i migliori cantautori siciliani costruiscono le loro canzoni — come racconti, come storie che si svolgono davanti agli occhi di chi ascolta, con inizio, sviluppo e una morale che non viene mai detta esplicitamente ma si capisce benissimo lo stesso. Franco Trincale ha continuato a praticare quest'arte fino ai giorni nostri. E Rosa Balistreri, che si definiva "una cuntastorie e una cantastorie", ne è stata la versione moderna più potente e più dolorosa.
Rosa Balistreri, la voce che veniva dalla terra arsa
Di Rosa Balistreri si potrebbe cominciare dicendo che era una grande cantante. Ma sarebbe sbagliato, perché lei stessa rifiutava quel termine. "Non sono neanche una cantante", diceva. "Sono una cuntastorie e una cantastorie. Ho imparato dal popolo." Forse è più corretto dire che era una testimone. Qualcuno che aveva vissuto così in profondità il dolore del suo tempo e del suo popolo che quando apriva la bocca, quel dolore trovava finalmente una forma e un suono.
Era nata nel 1927 a Licata, in provincia di Agrigento, in una famiglia povera.
Quando scoprì che quest'uomo si era giocato la dote della figlia al gioco, Rosa lo aggredì e finì in carcere per sei mesi. Era il 1943. Uscì senza niente — senza marito, senza casa, senza rispettabilità agli occhi di una Sicilia che giudicava le donne che cantavano nelle piazze come "poco di buono".
Quella stessa Sicilia che la giudicava fu poi la materia prima di tutta la sua arte. Si trasferì a Firenze con il fratello Vincenzo, portando con sé la voce — cavernosa, graffiante, ruvida come la pietra lavica — e cominciò a cantare in osterie e circoli culturali. Fu qui che incontrò Dario Fo, e poi il poeta Ignazio Buttitta, il grande versificatore dialettale siciliano che sarebbe diventato il suo collaboratore più importante. "La voce di Rosa, il suo canto strozzato, drammatico, angosciato, pareva che venisse dalla terra arsa della Sicilia", scrisse Buttitta di lei. "Ho avuto l'impressione di averla conosciuta sempre — bambina, scalza, povera, donna, madre — perché Rosa Balistreri è un personaggio favoloso, direi un dramma, un romanzo, un film senza volto."
Con Buttitta nacquero canzoni come Mafia e parrini una delle poche canzoni italiane che ha osato mettere insieme mafia e clero in una critica senza sconti e i canti sull'emigrazione e sul lavoro dei jurnatari, i braccianti a giornata. Rosa cantava in siciliano stretto, quello che i migranti al Nord erano stati istruiti a vergognarsi. Lei lo cantava con orgoglio feroce, come una lingua nobile. Come una lingua che aveva parole per cose che l'italiano non riusciva a dire.
Renato Guttuso la dipinse. Leonardo Sciascia scrisse di lei. Franco Battiato la definì "un'interprete di radici talmente profonde da arrivare dall'altra parte del globo." Morì nel 1990, non abbastanza famosa quanto meritava. Ma la sua musica è ancora lì, intatta, capace di far fermare chiunque la ascolti per la prima volta. È la voce di qualcuno che ha vissuto davvero quello che canta — e questa è la cosa più rara che esista nella musica.
La grande musica classica siciliana
La storia della musica siciliana appare come una serie di oasi separate da lunghi silenzi: l'antichità greca, il fulgore del regno normanno, il secolo d'oro attorno al 1600, e la seconda metà del Novecento. In mezzo a queste oasi emergono poche figure enormi che hanno cambiato la musica europea per sempre.
Alessandro Scarlatti nasce a Palermo nel 1660, in una famiglia di musicisti. A dodici anni lascia la Sicilia per Roma, e da lì la sua carriera lo porta tra Napoli, Roma e le corti di tutta Italia. Ma le radici siciliane restano, nella capacità di costruire voci che sembrino parlare più che cantare, in quella profonda espressività emotiva che caratterizza tutta la sua opera.
Compose oltre cento opere, centinaia di cantate da camera, oratori, messe. La sua influenza su Handel, su Bach, su Mozart è documentata e riconosciuta. Quando si parla di opera italiana — quell'arte che ha dominato i palcoscenici europei per tre secoli — si parla di qualcosa che lui ha contribuito a inventare. Ed era di Palermo.
Vincenzo Bellini nasce a Catania nel 1801 da una famiglia di musicisti. È il contrario di Scarlatti: dove Scarlatti è prolifico, disciplinato, costruttore di un sistema, Bellini è raro, fragile, votato alla perfezione. Compose solo dieci opere in una vita breve — morì a trentaquattro anni, a Parigi — ma ognuna di esse è un capolavoro di melodia.
La Norma, la Sonnambula, il Pirata, i Puritani: sono titoli che ancora oggi riempiono i teatri di tutto il mondo. Chopin lo venerava. Wagner lo studiò attentamente. Verdi disse di lui: "Bellini è tutto melodia, tutto cuore." La sua musica ha quella caratteristica unica di sembrare inevitabile, come se fossero state già lì, nascoste nella musica siciliana da millenni, e lui le avesse soltanto trovate.
Franco Battiato: la Sicilia come universo interiore
C'è una foto di Franco Battiato seduto davanti alla finestra della sua casa di Milo, alle pendici dell'Etna, con il vulcano sullo sfondo e uno sguardo che sembra guardare qualcosa che non è in campo. È l'immagine più vera di lui: il siciliano che ha conquistato il mondo intero senza mai smettere di abitare quel piccolo paese di millecento anime dove era tornato a vivere appena la carriera glielo aveva permesso.
Era nato nel 1945 a Ionia, oggi Riposto, in provincia di Catania, da una famiglia modesta. A undici anni il padre gli regalò una chitarra.
Era il 1964. Aveva diciannove anni e nessun piano preciso. A Milano incontrò Giorgio Gaber in un cabaret, che lo notò e lo fece firmare il primo contratto discografico.
I primi anni furono di musica leggera convenzionale, poi di sperimentazione elettronica avanguardista, album come Fetus e Pollution che nessuna radio italiana trasmetteva. Nel 1978 vinse il Premio Stockhausen con un brano per pianoforte solo. Poi, nel 1979, tornò alla canzone con L'era del cinghiale bianco e tutto cambiò. Nel 1981 La voce del padrone rimase al vertice delle classifiche italiane per un anno intero, un record senza precedenti per un disco di quel tipo, colto ed eccentrico, pieno di citazioni filosofiche, orientalismi e ritmi pop.
La cosa straordinaria di Battiato è che tutta questa complessità conviveva perfettamente con una radice siciliana mai rinnegata. Stranizza d'amuri, scritta in dialetto siciliano nel 1979, è uno dei brani più belli che abbia mai composto: una dichiarazione d'amore nella lingua dei pescatori e dei pastori della sua infanzia, in piena era del rock sintetizzatore. Non era un gesto folkloristico. Era un atto di fedeltà.
Nella sua musica la Sicilia non è mai stata folklore o semplice ambientazione geografica: è stata piuttosto una dimensione interiore, un luogo dell'anima. Le atmosfere etnee, il silenzio di Milo, i paesaggi lavici, il senso di spiritualità della sua terra hanno influenzato ogni scelta artistica. La casa sta diventando un museo. Nel frattempo l'Etna continua a fumare.
Carmen Consoli e la tradizione vivente
Carmen Consoli odia essere chiamata "cantante". Preferisce "cantantessa" — un termine che lei stessa ha contribuito a diffondere, che in siciliano suona come un diminutivo affettuoso ma in realtà indica qualcosa di più: chi canta e compone e suona e produce, una musicista a tutto tondo che non ha bisogno di virgolette attorno al suo ruolo.
Nata a Catania nel 1974, crebbe in una città che negli anni Novanta aveva un fermento musicale straordinario — un incrocio tra rock anglosassone, tradizione siciliana e sperimentazione che produceva artisti di qualità eccezionale. Carmen emerge da quel contesto con una voce che nessuno aveva sentito prima in Italia: acuta, intensa, capace di passare dal sussurro al grido in una stessa strofa, con una padronanza del dialetto siciliano e dell'italiano letterario che sembrava impossibile da combinare.
Il suo rapporto con la tradizione siciliana è diretto e dichiarato. Sul palco ha cantato Rosa Balistreri — letteralmente, non metaforicamente: ha eseguito Buttana di to mà e Canto e cunto accompagnandosi con musicisti che suonavano ciaramella e tamburo a cornice. Ha scritto A' finestra, interamente in dialetto siciliano, che racconta la storia di Rosa Balistreri affacciandosi alla finestra come facevano i vecchi cantastorie. Ha composto Luna araba insieme a Colapesce e Dimartino — un brano che tira esplicitamente i fili tra le dominazioni araba e normanna e la Sicilia contemporanea.
Ha vinto il Premio Tenco nel 2023, riconoscimento massimo della canzone d'autore italiana. Ha suonato in tutto il mondo. Ma la cosa che più la definisce è forse questa: continua a cantare in siciliano quando ha qualcosa di importante da dire. Come se certi sentimenti non avessero la parola giusta in nessun'altra lingua.
La nuova generazione siciliana
Nel 2021, al Festival di Sanremo, un duo siciliano poco conosciuto al grande pubblico si presentò con una canzone che sembrava impossibile: ironica e malinconica insieme, leggerissima nella melodia e pesante nel significato, costruita su immagini poetiche di una Sicilia surreale e modernissima. Si chiamavano Colapesce e Dimartino, e la canzone era Musica leggerissima. Non vinsero, ma vinsero in un senso più importante: divennero il riferimento di una generazione che cercava un modo per essere siciliani nel 2021 senza essere folkloristici né esterofili.
Lorenzo Urciullo — Colapesce, nome preso dal mito del mezzo-uomo mezzo-pesce che secondo la leggenda sostiene la Sicilia dal fondo del mare — e Antonio Di Martino vengono dalla stessa tradizione di storytelling narrativo che percorre tutta la musica siciliana da secoli. Le loro canzoni sono racconti. Usano l'ironia come scudo e come spada. Sono profondi senza pesantezza. Siciliani senza cartoline.
Accanto a loro, artisti come Giulia Mei e Anna Castiglia lavorano sulla fusione tra elementi folk siciliani, elettronica e jazz con un artigianato musicale raro. Mario Incudine canta esclusivamente in siciliano e porta il dialetto sui palcoscenici teatrali più importanti d'Italia. I gruppi Lautari e Unavantaluna continuano il lavoro di ricerca sulla musica tradizionale con arrangiamenti contemporanei. Alfio Antico porta il marranzano e il tamburello in festival jazz internazionali dove viene accolto come un rivoluzionario.
Cosa hanno in comune tutti questi artisti, divisi per generazione e per approccio? La consapevolezza che la musica siciliana non è un archivio da conservare ma una lingua ancora viva, capace di dire cose nuove.
Il dialetto siculo non è una limitazione men che meno una imitazione ma una risorsa che libera.
L'isola che canta da tremila anni non ha ancora finito di sorprendere nessuno.
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