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Formaggi a pasta dura - Cultura, Sapori e Bevande

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I luoghi della cultura in Sicilia
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Formaggi a pasta semidura e dura siciliani: Il Fascino della Stagionatura

Visitare la Sicilia significa immergersi in un mondo dove il tempo sembra scorrere lentamente, tra masserie, caseifici artigianali e piccoli borghi. Qui, ogni forma di formaggio racconta una storia: il sole che accarezza i pascoli, il vento che porta profumi di erbe spontanee, la dedizione dei casari che tramandano tecniche antiche di generazione in generazione.

Il Viaggio del Latte verso il Gusto

Quando un formaggio perde parte della sua umidità e inizia a stagionare, la sua pasta si compatta, il profumo si intensifica e il sapore si arricchisce di sfumature complesse. I formaggi a pasta semidura e dura rappresentano il cuore più autentico della Sicilia pastorale: nascono dai latte di pecora e vacca dell’entroterra, lavorati con gesti antichi che combinano pazienza e maestria.

La stagionatura può durare pochi mesi o superare un anno intero. Durante questo tempo, il formaggio evolve: la pasta diventa compatta, il gusto più deciso, con note leggermente piccanti o aromatiche, perfette da scoprire lentamente, assaggio dopo assaggio.

Esempi di Eccellenza

Caciocavallo – Gusto deciso e avvolgente, con profumi intensi che raccontano i pascoli siciliani.

Pecorino – Simbolo della cultura pastorale dell’isola, un formaggio che porta con sé storia e tradizione.

Maiorchino – Pregiato e spesso sottoposto a lunghe stagionature, capace di sprigionare aromi complessi.

Piacentinu Ennese – Un tesoro dell’Ennese, con colore dorato e aroma speziato grazie allo zafferano.

Un’Esperienza da Assaporare

Assaporare questi formaggi non significa soltanto gustarli: è un viaggio nei profumi e nei sapori autentici della Sicilia, un incontro tra tradizione, territorio e passione dei casari. Ogni fetta racconta una storia fatta di sole, vento e mani esperte, rendendo ogni assaggio un’esperienza unica e indimenticabile.
Ainuzzi: Piccoli Tesori della Tradizione di Agrigento

L’Ainuzzi è un formaggio di latte vaccino a pasta filata che nasce nei borghi della provincia di Agrigento, in particolare a Cammarata e San Giovanni Gemini. Piccolo, dolce e delicato, è un formaggio che parla di tradizione, devozione e festa: anticamente, durante la celebrazione del Corpus Domini, le Confraternite portavano i loro Santi Protettori su Vare addobbate, sulle quali venivano sistemati gli Ainuzzi, destinati poi ad essere distribuiti tra devoti e poveri, come simbolo di condivisione e bontà.

Piccoli Capolavori di Pasta Filata

Gli Ainuzzi sono formaggi di dimensioni ridotte, spesso modellati a forma di capre o altro dipende dalla capcità manuale. La loro crosta sottile giallo paglierino racchiude una pasta morbida e compatta, dal sapore delicato e leggermente dolce. Ogni forma pesa tra i 100 e i 200 grammi, un piccolo scrigno di gusto che porta con sé secoli di storia.

La Magia della Lavorazione

La creazione degli Ainuzzi è un rito antico, fatto di gesti sapienti e strumenti tradizionali:

Latte e coagulazione – Il latte della mungitura serale viene filtrato e conservato fino al mattino, quindi miscelato con latte fresco e portato a 37°C. Con l’aggiunta di caglio di agnello si ottiene la cagliata, poi rotta con la rotula fino a ottenere piccoli granuli simili a chicchi di riso.

Riposo e acidificazione – La cagliata riposa per alcuni minuti, mentre il siero affiora. Poi viene estratta, posta su un tavolo e coperta con un telo di lino o cotone per un giorno: è il momento in cui la pasta perde il siero residuo e inizia a sviluppare la giusta acidità.

Filatura e modellatura – Le striscioline di pasta vengono immerse in acqua calda e lavorate a mano fino a ottenere le forme desiderate. Una volta pronte, gli Ainuzzi vengono raffreddati in acqua fredda e immersi in salamoia satura.

Asciugatura e stagionatura – Usciti dalla salamoia, vengono nuovamente immersi in acqua fredda e poi lasciati ad asciugare in locali ben aerati, pronti a conservare freschezza e delicatezza.

Un Piccolo Tesoro da Gustare

Ogni Ainuzzi racchiude il sapore della Sicilia autentica, tra latte fresco, mani sapienti e tradizione secolare. Freschi e delicati, sono perfetti da gustare così come sono, oppure da accompagnare a pane casereccio e un filo di olio extravergine siciliano, per assaporare in un solo morso la storia e la poesia dei borghi di Agrigento.
Belicino: Il Formaggio della Valle del Belìce

Il Belicino è un formaggio che porta con sé l’anima della Valle del Belìce, terra di pascoli, ulivi e tradizioni secolari. Realizzato con latte di pecora della valle e arricchito dalle tipiche olive Nocellara, racconta in ogni forma storie di borghi antichi e mani sapienti.

La sua pezzatura varia da uno a cinque chilogrammi, e ogni forma compatta racchiude profumi intensi di latte fresco, erbe spontanee e olive lavorate con cura. Le Nocellara del Belìce vengono prima fatte affinare in salamoia e poi snocciolate, per essere incorporate direttamente nella pasta: un incontro perfetto tra il gusto dolce e sapido della pecora e le note aromatiche e fruttate delle olive locali.

La Magia della Tradizione

La produzione del Belicino segue rituali antichi e strumenti storici: la tina di legno, il bastone rotula, il graticcio di canne (cannara), le fiscelle di giunco o plastica, i tavolieri di legno, le caldaie di rame stagnato o acciaio riscaldate a legna o gas. Ogni gesto è calibrato, ogni passaggio racconta l’esperienza dei casari che custodiscono un sapere tramandato da generazioni.

Il latte coagula, la cagliata viene lavorata, filata e modellata a mano. Una volta pronta, la forma viene lasciata asciugare, pronta per essere gustata fresca o stagionata, a seconda della tradizione e del tempo dedicato.

Un Formaggio da Scoprire

Assaporare il Belicino significa immergersi nei sapori autentici della Valle del Belìce: la dolcezza del latte di pecora, l’aroma fruttato delle olive, la memoria dei borghi e dei pascoli siciliani. È un formaggio che parla di territorio, storia e passione, e che rende ogni assaggio un piccolo viaggio nella Sicilia più vera.
Caci Figurati: Piccole Opere d’Arte dei Nebrodi

Tra i paesaggi montani dei Monti Nebrodi, nascono i Caci Figurati, formaggi che sono al tempo stesso bontà e arte. Chiamati “Inuzzi”, “Murriti”, “Cavadduzzi” o “Palummeddi”, queste piccole forme a pasta filata raccontano secoli di storia, mani sapienti e una tradizione casearia che trasforma il cibo in piccolo folklore.

Storia e Tradizione

Gli storici casari dei Nebrodi, raccolti da Antonino Uccello nel libro Bovari, pecorari e curatuli, testimoniano un’antica arte che è sopravvissuta fino ai giorni nostri. I Caci Figurati fecero il loro ingresso ufficiale nella Mostra etnografica siciliana di Palermo nel 1892, ma già prima erano oggetti di devozione, di festa e di scambio tra famiglie e confraternite locali.

A Contessa Entellina, i casari-artisti si specializzarono nella creazione di piccole opere d’arte: cavallucci, cerbiatti, gallinelle e altre figure plasmate dalla pasta filata, destinate a decorare le tavole e celebrare occasioni speciali.

La Magia della Lavorazione

La produzione dei Caci Figurati segue le stesse tecniche della provola dei Nebrodi e del Palermitano, fino alla fase finale di filatura. È qui che il casaro diventa artista: con mani esperte e strumenti tradizionali – tina di legno, rotula, cisca, tavoliere, graticci di canne, piddiaturi e caldaie di rame stagnato – plasma la pasta casearia in figure perfette.

Dopo la modellatura, i formaggi vengono immersi in salamoia satura, pronti a mantenere il loro sapore dolce e delicato. La crosta sottile giallo paglierino e la pasta morbida e compatta rendono ogni Caci Figurati unico, un piccolo scrigno di gusto e storia, perfetto per essere donato come simbolo di festa e tradizione.

Un Gusto da Ammirare

Ogni Caci Figurati pesa circa mezzo chilogrammo e racchiude in sé un valore che va oltre il semplice sapore: è un pezzo di cultura siciliana, un piccolo dono che unisce bellezza, folklore e bontà. Gustarlo significa immergersi nella tradizione dei Nebrodi e assaporare la Sicilia più autentica, dove il cibo diventa arte e memoria.
Caciocavallo Siciliano: I Giganti Filanti della Tradizione

I Caciocavalli sono i giganti filanti della tradizione casearia siciliana, forme imponenti che racchiudono in sé secoli di storia, profumi di pascoli e mani esperte di casari. Ogni varietà racconta un territorio, un’arte e una tecnica antica, tramandata di generazione in generazione.

Caciocavallo “Cascavallu” Palermitano

Nato nella provincia di Palermo, con punte di produzione a Godrano e Cinisi, il Cascavallu è un formaggio a pasta filata dalla forma parallelepipeda, crosta sottile ambrata e pasta compatta giallo paglierino. Già nel 1412 è citato nei documenti del Trasselli, distinto da altri formaggi e apprezzato nelle mense di nobili e monache, simbolo di pregio e nutrimento.

Il suo profumo fragrante e il sapore piccante raccontano la storia delle stagionature in locali freschi, umidi e ventilati, talvolta interrati, dove le forme riposano fino a maturazione completa, mantenendo intatta l’armonia tra dolcezza e sapidità. Ogni forma pesa dai 8 ai 12 kg, pronta a essere gustata da chi cerca un sapore deciso e avvolgente.

Cosacavaddu Ibleo – Il Caciocavallo Ragusano

Nell’area ragusana e nei comuni di Noto, Palazzolo Acreide e Rosolini, nasce il Cosacavaddu Ibleo, caciocavallo dalla forma parallelepipeda con angoli smussati e crosta liscia giallo dorato che diventa più intensa con l’avanzare della stagionatura. La pasta compatta giallo paglierino sprigiona sapori dolci e delicati nei primi mesi, evolvendo in note piccanti con la stagionatura, fino a pesare tra i 10 e i 16 kg.

Il suo processo di maturazione avviene in locali chiamati “maizzè”, freschi e ventilati, talvolta interrati, dove i formaggi vengono appesi a coppia su travi di legno, legati con corde di cannu, zammarra o cotone. È un rito che unisce arte, tradizione e tecnica, dove ogni forma è controllata, girata e curata fino a raggiungere la perfezione gustativa.

Cofanetto o Caciocavallo “Cofanaro”

Il Cofanaro rappresenta l’incontro tra latte di pecora della Valle del Belìce (20-30%) e latte di vacca Cinisara (70-80%), frutto dell’ingegno dei casari della provincia occidentale della Sicilia: Custonaci, S. Vito, Castellammare e Calatafimi. La sua pezzatura varia da 2 a 10 kg, e la stagionatura avviene in cantine fresche e ventilate che conservano la pasta morbida e compatta, pronta per essere gustata.

Le attrezzature tradizionali – tina, rotula, mastello, graticcio di canne, fiscelle e caldaia di rame – trasformano il latte in forme perfette, capaci di raccontare in ogni fetta la storia e i sapori della Sicilia più autentica.

Un Viaggio tra Sapore e Tradizione

Assaporare un Caciocavallo significa incontrare la Sicilia attraverso il gusto: la dolcezza iniziale del latte fresco, la compattezza della pasta filata, il sapore che evolve con la stagionatura e la memoria di secoli di tradizione pastorale. Ogni forma, dal Palermitano al Ragusano fino al Cofanaro, è un piccolo capolavoro che unisce territorio, tecnica e passione.
Caciotta degli Elimi: Il Piccolo Tesoro dei Colli Elimi

Tra le dolci colline di Calatafimi e Vita, nasce la Caciotta degli Elimi, un formaggio a pasta compatta che racconta la storia antica di un popolo e la passione dei casari siciliani. Il nome stesso ci parla di misura e affetto: “Caciotta” indica il piccolo formaggio, prodotto in pezzature da 1 a 4 kg, mentre “Elimi” ricorda gli antichi abitanti di Segesta che fondarono Calatafimi, portando con sé tradizioni e sapori.

Dal Latte alla Forma

Il formaggio nasce dal latte di pecora della Valle del Belìce, raccolto da una o più mungiture e lavorato a temperatura delicata di circa 36°C. A esso si aggiunge caglio d’agnello in pasta, e la cagliata si trasforma lentamente fino a raggiungere 42°C, pronta per essere spezzata in piccoli frammenti simili a chicchi di riso con il tradizionale bastone di legno “rotula”.

Dopo la pressatura nelle fiscelle di giunco o plastica e una sosta in salamoia satura, il formaggio viene lasciato stagionare in cantine fresche e ventilate per almeno tre mesi. Durante questo periodo, la fermentazione sviluppa aromi delicati e caratteristici che rendono la Caciotta degli Elimi unica, diversa da ogni altro pecorino.

Un Legame tra Culture

La Caciotta degli Elimi non è solo un formaggio: è l’incontro tra culture. Ritornati in Sicilia, gli Elimi misero insieme le tecniche sarde con l’arte casearia locale, creando un prodotto che unisce storia, territorio e sapore. La pasta compatta, il gusto morbido e leggermente aromatico, raccontano un viaggio nel tempo, tra pascoli antichi e mani sapienti.

Un Piccolo Grande Gusto

Ogni fetta è un assaggio di Sicilia: il latte ricco della Valle del Belìce, la fermentazione controllata e la stagionatura lenta trasformano un piccolo formaggio in un tesoro gustativo. Perfetta da gustare al naturale, con pane caldo o accompagnata da un filo di olio extravergine, la Caciotta degli Elimi è un piccolo scrigno di storia, territorio e tradizione.
Canestrato Siciliano: Il Formaggio dei Campi e dei Contratti Antichi

Tra le colline e i pascoli della Sicilia, il Canestrato si distingue come uno dei formaggi più autentici e radicati nella storia dell’isola. Conosciuto anche come “vacchino”, questo formaggio a pasta dura e semicotta nasce dal latte di vacca – talvolta miscelato a latte di pecora o capra – e racconta tradizioni che affondano nel 1400, quando compariva nei contratti di gabella come pagamento per i latifondi, e nei calmiere dei latticini di Palermo come “tumazza” o “cacio vacchino”. Anche le monache del monastero di San Castrenze lo apprezzavano per la sua qualità e versatilità.

Dalla Latte alla Forma

Il latte fresco e crudo viene portato alla giusta temperatura e coagulato con caglio di agnello o capretto, dando vita a una cagliata che viene rotta, modellata e posta in canestri di giunco “fascedde” per fargli assumere la sua classica forma cilindrica. La pasta, lasciata asciugare sui tavolieri di legno, subisce poi una salatura a secco o in salamoia, a seconda del tipo di stagionatura desiderata:

Tuma fresca – senza salatura, pronta in pochi giorni.

Primosale – formaggio fresco di 8-10 giorni con salatura esterna.

Secondosale – semi-stagionato, 2-4 mesi di maturazione.

Stagionato – oltre 4 mesi, con sapore deciso e piccante.

La trasformazione è lenta, attenta e naturale, con le mani dei casari a guidare ogni fase, mentre il fuoco diretto a legna o a gas alimenta le caldaie di rame stagnato che hanno visto generazioni di maestri lavorare il latte.

Caratteristiche e Gusto

Il Canestrato vacchino di Gratteri, esempio emblematico, ha la forma cilindrica e un colore giallo invitante. Il suo sapore evolve con il tempo: dolce e delicato da giovane, intensamente piccante e aromatico da stagionato. Ogni fetta racchiude profumi di pascoli assolati, erbe spontanee e il sapere antico di chi trasforma il latte in un patrimonio gastronomico di Sicilia.
Ericino Siciliano: Il Gusto di Erice tra Pecora e Vacca

Tra le colline e i borghi dell’entroterra siciliano – Erice, Valderice, Custonaci, S. Vito, Castellammare e Calatafimi – nasce l’Ericino, un formaggio a pasta compatta che fonde la ricchezza del latte di pecora della Valle del Belìce (80%) con la delicatezza del latte di vacca Cinisara (20%). La sua forma varia da 2 a 7 kg, e ogni pezzo racchiude profumi di pascoli assolati, vento e antiche tradizioni.

Dal Latte al Tavoliere

Il latte, raccolto da una o più mungiture e portato a circa 36°C, viene coagulato con caglio d’agnello in pasta. Dopo 30-40 minuti, la cagliata viene spezzata con il tradizionale bastone di legno “rotula”, in piccoli frammenti simili a lenticchie. Per favorire la lavorazione, la massa caseosa viene scaldata con acqua calda a circa 50°C, e poi deposta in fiscelle di giunco o plastica per una lenta maturazione.

Il giorno successivo, il formaggio viene immerso nella scotta calda per circa 4 ore e poi in salamoia satura, con tempi di permanenza variabili in funzione del peso: 12 ore per ogni chilogrammo, per garantire un gusto equilibrato e uniforme. Infine, l’Ericino matura in cantine fresche e ventilate per un periodo minimo di 20 giorni fino a 4 mesi, sviluppando aromi delicati e complessi.

Un Formaggio di Territorio e Tradizione

L’Ericino è il racconto della Sicilia rurale: un incontro tra latte pecorino robusto e latte vaccino delicato, tra mani esperte e antiche tecniche di lavorazione. Fresco, è morbido e fragrante; stagionato, acquisisce note più intense e profonde, rendendolo perfetto per essere gustato da solo, con pane casereccio, o come protagonista di piatti tipici locali.
Maiorchino di Novara di Sicilia: Tradizione e Gusto tra i Monti Peloritani

Nel cuore dei Monti Peloritani, tra pascoli ricchi di erbe spontanee e panorami incontaminati, nasce il Maiorchino, un formaggio che ha attraversato i secoli con lo stesso fascino di sempre. La sua storia risale al Seicento, e ancora oggi, durante il Carnevale, i pastori dei comuni di Basicò e Novara di Sicilia animano le strade con la tradizionale “ruzzola”: le forme stagionate di Maiorchino vengono fatte rotolare lungo il pendio della via principale, in una sfida di forza, abilità e precisione.

Latte, Mani Esperte e Attrezzi Antichi

Il Maiorchino si produce da febbraio fino alla seconda decade di giugno, lavorando latte crudo di pecora, con l’aggiunta del 20% di latte di capra e talvolta fino al 20% di latte di vacca, alimentati sui pascoli dei Peloritani. Il latte, ricco di aromi naturali, viene coagulato con caglio in pasta di capretto o agnello nelle tradizionali caldaie di rame stagnato (“quarara”).

Dopo la coagulazione, la cagliata viene lavorata con la brocca di legno, posta nella fascera di legno (“garbua”) e sul tavoliere (“mastrello”), strumenti antichi che modellano il formaggio fino a dargli la tipica forma cilindrica. L’altezza dello scalzo è di circa 12 cm, il diametro 35 cm e il peso può variare dai 10 ai 18 kg.

La crosta, giallo ambrato all’inizio, diventa marrone con l’avanzare della stagionatura, mentre la pasta bianca tende al paglierino, compatta e densa, con un sapore che si arricchisce di note decise e persistenti.

La Sagra e il Torneo del Maiorchino

Ogni anno, durante il Carnevale, Novara di Sicilia celebra il Maiorchino con una festa unica: la Sagra e Torneo del Maiorchino. Qui le forme stagionate diventano protagoniste, lanciate lungo un percorso di oltre due chilometri tra le viuzze del paese.

16 squadre, ciascuna composta da tre concorrenti, si sfidano partendo dalla “cantuea da chiazza” fino al traguardo chiamato “a sarva”. Il lancio avviene con la “lazzada”, una corda speciale avvolta attorno al formaggio, e ogni movimento deve rispettare regole precise: piedi fermi, nessuna rincorsa, e sostituzione immediata del formaggio in caso di rottura.

Al termine della gara, il vincitore viene festeggiato con una maccheronata in piazza, generosamente cosparsa di Maiorchino grattugiato, accompagnata da vino locale e altre prelibatezze della tradizione.

Il Maiorchino non è solo un formaggio: è storia, comunità e cultura, un simbolo della Sicilia che unisce sapori antichi, abilità contadina e momenti di festa che raccontano la vita nei borghi dei Peloritani.
Formaggio di Santo Stefano di Quisquina

Tra le colline e i borghi delle province di Agrigento e Palermo, nasce il formaggio di Santo Stefano di Quisquina, un piccolo gioiello caseario che racconta la storia di pascoli assolati e di mani esperte.

La sua forma cilindrica, con la faccia superiore leggermente concava, mostra la crosta bianco-paglierina, punteggiata dai segni del precentino di junco, il tipico canestro in cui la cagliata prende forma. Il latte, principalmente ovino e talvolta arricchito da una piccola percentuale di latte vaccino, viene lavorato seguendo antiche tradizioni locali, simili a quelle del Pecorino siciliano D.O.P., ma con accorgimenti che rendono questo formaggio unico e legato al territorio.

Gli strumenti tradizionali – la tina di lignu, la rotula e il precentino di junco – accompagnano la trasformazione del latte in tuma, dalla coagulazione alla formazione delle forme, fino alla produzione della ricotta nel quadaru. Ogni forma custodisce profumi delicati e note leggermente acidule, che si intensificano durante la stagionatura in locali freschi e ventilati.

Picurinu Siciliano

Il Picurinu, conosciuto anche come “Picurinu Sicano”, è la perfetta espressione della tradizione dei formaggi a pasta dura siciliani. Da Santo Stefano di Quisquina a Castronovo di Sicilia, passando per i borghi di Cammarata, Bivona e Palazzo Adriano, questo formaggio racchiude la sapienza dei pastori che da secoli lavorano il latte ovino delle loro greggi.

Prodotto a partire da latte intero e crudo di pecora, coagulato con caglio in pasta di agnello o capretto, il Picurinu viene modellato a mano nelle tradizionali fascedde di giunco, che lasciano sulla crosta la tipica rugosità. Il formaggio può essere salato a secco o immerso in salamoia, con operazioni ripetute per ottenere una stagionatura equilibrata che va da pochi mesi fino a oltre sei mesi.

Il risultato è una forma cilindrica, a facce piane o lievemente concave, con crosta biancagiallognola e pasta compatta, bianca o paglierina. Il sapore, delicato da giovane, diventa intenso e piccante con la maturazione, offrendo un viaggio gustativo unico tra note di erbe dei pascoli e aromi di latte fresco lavorato secondo antiche tecniche. Il Picurinu pesa dai 4 ai 12 kg, con uno scalzo di 10-18 cm, pronto per essere gustato da solo, grattugiato sulla pasta o accompagnato da un buon pane di paese.

Piacentinu Ennese

Tra le colline tra i Monti Erei e la valle del Dittaino, in provincia di Enna, la natura detta il ritmo della vita pastorale. Le primavere sono piovose, le estati miti e umide, e i pascoli si riempiono di sulla, veccia, rosmarino e finocchio selvatico, insieme a molte altre erbe aromatiche della macchia mediterranea. Qui si allevano da secoli razze ovine autoctone come Comisana, Pinzirita e Valle del Belice, il cui latte ricco e profumato è la base del celebre Piacentinu Ennese.

Sin dall’XI secolo, si racconta che Ruggero I, conte di Altavilla, suggerì ai casari locali di aggiungere un pizzico di zafferano al pecorino per rallegrare la moglie Adelasia. Da allora, il Piacentinu conserva quell’oro in pasta gialla che lo distingue, insieme a note delicate di pepe nero, immerso in acqua calda la sera precedente la lavorazione.

Il formaggio viene prodotto in nove comuni della provincia di Enna: Enna, Aidone, Assoro, Barrafranca, Calascibetta, Piazza Armerina, Pietraperzia, Valguarnera e Villarosa. La sua pasta compatta, aromatizzata e dorata dallo zafferano, viene lavorata con cura, con aggiunta di acqua calda alla cagliata e una salatura attenta che rende il gusto equilibrato, delicato e sorprendentemente dolce.

Dopo circa 60 giorni di stagionatura, il Piacentinu Ennese sprigiona un profumo intenso ma gentile, con un sapore aromatico, leggermente dolciastro e avvolgente: il risultato di pascoli ricchi, latte pregiato e di una tradizione secolare che unisce storia, territorio e sapienza casearia.

Provola Siciliana

La Provola Siciliana è uno dei formaggi a pasta filata più antichi dell’isola, insieme al caciocavallo, ma si distingue per dimensione, forma e durata più breve della stagionatura. La sua tipica forma a pera, con crosta sottile e liscia di colore giallo ambrato, racchiude una pasta compatta di colore paglierino, dal sapore dolce e delicato. Pesa circa 1 kg e viene prodotta su tutto il territorio siciliano con latte crudo, coagulato con caglio d’agnello o di capretto, e filato manualmente in acque calde.

Provola dei Nebrodi

Nelle montagne dei Nebrodi, la tradizione dei casari si tramanda di padre in figlio. La Provola dei Nebrodi può pesare da 1 kg fino a 5 kg a seconda dell’area di produzione (da Mistretta a Basicò e Montalbano Elicona). La forma è ovoidale con la classica “testina” per legarla e appenderla. La pasta, lavorata a lungo prima della filatura, risulta sfogliata al palato; il sapore varia dal dolce al leggermente piccante con la stagionatura. La crosta liscia e lucida, paglierino ambrata, riflette l’eccellenza casearia di questa zona.

Provola delle Madonie

Nella biodiversità montuosa dei Monti Madonie, tra scorci che arrivano fino all’Etna e ai Nebrodi, si produce una provola più schiacciata e panciuta rispetto a quella dei Nebrodi. La Provola delle Madonie ha crosta liscia, sottile e giallo paglierino; la pasta è compatta, elastica e dolce. Dopo la filatura, le forme sono modellate a piccole pere e appese a cavallo di una pertica in ambienti freschi e aerati per 10-15 giorni, con la possibilità di una versione leggermente affumicata. Perfetta da gustare fresca con pane di grano duro o stagionata accompagnata a un Nero d’Avola o un vino bianco leggero come l’Inzolia.

Provola dei Monti Sicani

Nei Monti Sicani, a cavallo tra Palermo e Agrigento, nasce la Provola dei Monti Sicani, una caciotta a pasta filata di latte vaccino crudo, di circa 900-1000 g. Dopo la coagulazione a 34-37°C, la cagliata viene spurgata e lasciata acidificare per 24 ore, quindi filata e modellata a forma di pera. La salatura avviene in salamoia satura per 4-6 ore e le forme vengono legate e poste in locali freschi e ventilati, pronte per essere consumate fresche, dopo pochi giorni dalla produzione.

Grazia Sandra Invidiata
Collesano (Pa)
contrada Santa Anastasia
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Vincenzo Barreca
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Tumazzo di vacca

Il Tumazzo di vacca, detto anche Canistratu o Formaggiu di vacca, è un formaggio dalla forte identità territoriale, tipico della Sicilia sud-orientale. La materia prima è il latte bovino, spesso della razza modicana, talvolta miscelato con latte di pecora, prodotto da animali allevati a pascolo brado. Questa alimentazione conferisce al latte aromi complessi, che si ritrovano poi nel sapore del formaggio.

La sua stagionatura è lunga e tradizionale: da 3-8 mesi fino a 12-18 mesi in ambienti freschi e bui. Le forme, di dimensioni imponenti (altezza circa 20 cm, diametro 30 cm, peso medio 5-20 kg), vengono girate ogni 4-6 giorni, passate con uno straccio umido e talvolta unte con olio o un mix di olio e aceto. Prima della salatura, ogni forma viene tradizionalmente bollita nel siero, un passaggio che caratterizza il gusto e la consistenza finale.

Il formaggio finito presenta una crosta ruvida e segmentata, mentre la pasta è meno compatta rispetto al Tumazzo di pecora e di colore giallognolo, che cambia sfumatura con l’avanzare della stagionatura. Il gusto varia dal dolce e morbido dei primi mesi al più intenso e strutturato dei periodi più lunghi, arricchito dalle note aromatiche del latte bovino e dell’alimentazione al pascolo.

Area di produzione

Oltre alla tradizionale zona del Tumazzo di pecora, il Tumazzo di vacca si realizza anche nella provincia di Ragusa, dove piccoli caseifici artigianali mantengono intatta la tradizione secolare.
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