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Street Food, Vino, Birra, Dolci

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Per un turista dal "palato fino", l'unione tra vino e spiagge nell'arcipelago siciliano raggiunge il suo apice tra la fine di agosto e settembre. Questo è il momento magico della vendemmia: l’aria si riempie del profumo dolce e inebriante del mosto, le temperature si fanno dolci e le giornate diventano perfette per alternare bagni in acque cristalline a degustazioni d'eccellenza.
Si tratta di un itinerario dedicato al Moscato e al Passito, un viaggio nel cuore della "viticoltura eroica", tra terrazzamenti di pietra lavica e tradizioni millenarie.
Cassatella di Pasqua iblea: storia, miti e identità di un dolce che racconta la Sicilia
Esiste un’espressione che ogni siciliano ha pronunciato almeno una volta nella vita: “Cu nnappi nnappi r’e cassateddi i Pasqua”.
La leggenda vuole che nacque in un monastero palermitano, quando le suore, sommerse dalle richieste delle loro celebri cassatelle, furono costrette dal vescovo a ridurre la produzione. Al portone, un messo gridava ai ritardatari: “Chi ne ha avute, se le faccia bastare!”.
Un ammonimento diventato proverbio, che testimonia quanto questo dolce sia radicato nella cultura dell’isola.
Un dolce che nasce dal mito e dalla terra
Tra i Dogmi della Chiesa e l'Inquisizione a Tavola
In Sicilia, la Pasqua non è mai stata una semplice ricorrenza del calendario; è un’esperienza viscerale dove la devozione si fonde con una resistenza culinaria senza pari. Per capire cosa mangiamo oggi nell'Isola durante la Settimana Santa, dobbiamo tornare alla Sicilia del Settecento: un’epoca di contrasti feroci, dove il lusso barocco delle cattedrali conviveva con il controllo capillare della Santa Inquisizione.
Un paradosso del Settecento era quello in cui lo Stato cercava di "scristianizzare" le leggi, la cucina dei conventi faceva l'opposto: "cristianizzava" la carne, rendendola invisibile per non offendere la sacralità della Quaresima.
Esiste un momento magico, nelle albe invernali siciliane, quelle in cui il mare sembra restituire un tesoro.
Ha riflessi d'argento e il profumo della marea: è la Neonata o la nunnata, il novellame di sarda e acciuga che da secoli scandisce parte della cultura gastronomica dell'isola. Definita il "Caviale del Mediterraneo", non è solo un piatto, ma un’esperienza sensoriale che lega indissolubilmente i pescatori alla propria terra.
La stagione della neonata è una sfida al freddo.
Il picco avviene tra gennaio e marzo, mesi in cui i piccoli pesciolini, appena nati, cercano rifugio nelle acque più basse e tiepide del sottocosta.
Oggi, questo rito è una corsa contro il tempo e contro le regole. Le normative europee sono giustamente severe per proteggere il ripopolamento del mare, e la pesca è concessa solo in rarissime finestre temporali di deroga.
Questo rende ogni assaggio un evento esclusivo, un appuntamento con la fortuna che trasforma i mercati storici in piccoli teatri del gusto.
Il Pasticcio di Noto: un viaggio tra palazzi barocchi e campagne assolate
Il Pasticcio di Noto non è soltanto una specialità da forno: è il racconto commestibile di un incontro secolare tra due anime della Sicilia. Da un lato l’eleganza dei Monsù, cuochi raffinati al servizio dell’aristocrazia; dall’altro la sapienza concreta dei contadini del Val di Noto. Due mondi diversi, ma uniti dal gusto e dalla necessità.

Un cenno su Noto, per avere un focus sulla località: si trova nel sud-est della Sicilia, in provincia di Siracusa.
Dal punto di vista geografico, la città è situata ai piedi dei Monti Iblei e domina la Valle dell’Asinaro. La città attuale non sorge nel sito originario (Noto Antica), che si trovava più in alto sul monte Alveria e fu completamente distrutto dal violento terremoto del 1693. La Noto che ammiriamo oggi, celebre capitale del Barocco, è stata ricostruita più a valle proprio per sfruttare una posizione geografica più agevole e scenografica.

L’eredità dei Monsù: eleganza francese, anima barocca
La cucina siciliana è da sempre una cucina di sensazioni: intensa, diretta, capace di coinvolgere tutti i sensi. Profumi di mare e di agrumi, sapori agrodolci, consistenze contrastanti, colori vivaci. In Sicilia il cibo non è mai stato solo nutrimento, ma esperienza, racconto e identità.
Nella tradizione popolare, soprattutto nei periodi di maggiore povertà, la sarda non si mangiava: si "leccava". Era un gesto semplice ma profondamente simbolico. Quando il pesce era troppo poco per sfamare un’intera famiglia, lo si utilizzava per insaporire il pane. Si passava la sarda sulla mollica, la si leccava per assaporarne l’intensità salmastra, poi si mangiava il pane.
In Sicilia, la bottarga di tonno non è solo un ingrediente è il sapore di una storia di civiltà millenaria.
Viene definita il caviale del Mediterraneo, la baffa di uova di tonno rosso salate ed essiccata rappresenta l'eredità gastronomica dell'isola, un prodotto che nasce dall'incontro tra il mare e il sole.
Ha origine dai Fenici e prosegue con i Rais
La storia della bottarga affonda le radici in un passato leggendario.
Furono i Fenici a introdurre per primi la tecnica della salatura, ma fu sotto la dominazione araba e poi con la nascita delle grandi Tonnare storiche siciliane che questa prelibatezza divenne un simbolo dell'economia siciliana.
Nelle tonnare da Favignana, a Trapani a Marzamemi, la produzione della bottarga era il momento culminante della Mattanza estiva.
Qui, sotto la guida del Rais, si compiva il rito della lavorazione artigianale:
L’estrazione era rituale: dalle femmine gravide di tonno rosso si estraeva manualmente la "baffa" , la sacca ovarica, un'operazione che richiede precisione e capacità per non danneggiare le uova.
Con l'abbraccio del sale e del vento, la sacca viene lavata in salamoia e ricoperta di sale grosso per un periodo variabile. Successivamente, viene pressata e lasciata essiccare all'aria per mesi in ambienti ventilati fronte mare, dove il vento salmastro le conferisce quel colore ambrato e consistenza unica.
La verità: la pasticceria siciliana non è un semplice dessert. È una trappola dei sensi. È un’ossessione che nasce dall'incontro tra il rigore dell'opulenza delle corti arabe ed il rigore dei conventi . Una volta che il vostro palato incontra l’abbraccio vellutato della ricotta di pecora o l’aroma ancestrale della mandorla, il resto del mondo vi sembrerà insipido.
Se pensate di poter resistere, non avete letto cosa vi aspetta. Ecco la "mappa del desiderio" che vi farà fare le valigie stasera stessa.
In Sicilia ogni piatto ha una storia, un motivo, quasi un voto fatto alla tavola. Nulla nasce per caso: il cibo è memoria, rito, promessa mantenuta nel tempo. Il Taganu di Aragona, sontuoso timballo pasquale della provincia di Agrigento, incarna perfettamente questo spirito.
Preparato tradizionalmente il Sabato Santo e gustato a Pasqua o Pasquetta, il Taganu segna la fine della Quaresima e l’inizio della festa. È il piatto che annuncia l’abbondanza, che riunisce la famiglia e che trasforma il pranzo in un momento solenne, quasi sacrale.
Il Saigon è un cocktail nato a Messina negli anni Sessanta, in un periodo in cui la città vive una fase di particolare vitalità economica e culturale. In quegli anni la Fiera Internazionale di Messina rappresenta uno dei principali poli fieristici del Mezzogiorno, punto di riferimento per scambi commerciali, relazioni istituzionali e flussi turistici. La presenza costante di visitatori italiani e stranieri contribuisce a rendere il tessuto urbano più dinamico e ricettivo verso nuove abitudini di consumo, incluso il bere miscelato.
Affacciata sullo Stretto di Messina, la città è da sempre luogo di passaggio, incontro e trasformazione. Le presenze straniere hanno lasciato segni profondi nella sua storia, ma è nella cucina che questa identità si manifesta con maggiore immediatezza.
A Messina il cibo non è mai solo tradizione: è un racconto quotidiano.
Un itinerario tra arte, fede e sapori millenari
Se esiste un termine che racchiude l'anima profonda della Sicilia, questo è Cuddura. Dalla parola greca kollura (corona), questo nome evoca una mappa incredibile della biodiversità gastronomica isolana. Viaggiare per la Sicilia seguendo le tracce delle cuddure significa scoprire che, sebbene il nome sia simile, la lavorazione e gli ingredienti cambiano drasticamente: passiamo da biscotti duri a pani sacri, da dolci al miele a frolle decorate.
Le origini delle sfince di prescia e delle sfince di San Giuseppe
Le sfince, in tutte le loro varianti, sono una delle meraviglie della pasticceria siciliana, e ogni tipo di sfincia racconta una storia ricca di tradizioni e simbolismi legati alla vita contadina e alla religiosità dell’isola.
Le sfince di prescia sono l’emblema della tradizione contadina siciliana.
La parola “prescia” in dialetto siciliano indica un impasto lievitato molto poco; per questo motivo queste sfince sono frittelle che si gonfiano, ma non raggiungono la consistenza soffice e compatta della sfincia di San Giuseppe.
La loro preparazione è molto semplice e prevede ingredienti basilari come farina, acqua, lievito e zucchero o miele.
Le pasticcerie si riempiono di profumi antichi, le case tornano a impastare ricette tramandate da generazioni
Farisi petrafennula, fig. fermarsi in un luogo, o per via, o per impegno, o per bisogno” (Mortillaro);
“fènnula agg. femm. […] peṭṛa f. dolce duro, fatto con cedro tritato cotto nel miele e condito con aromi vari.
Fàrisi petra fennula. a) fermarsi in un luogo, trattenersi a lungo; b) incaponirsi” (Piccitto);
Il Pitone Messinese (o Pidone, come è spesso pronunciato localmente) non è solo uno street food: è un simbolo di Messina. Ma da dove deriva il suo nome singolare e perché è così specifico?
Il nome deriva dal siciliano "pidari", che significa "chiedere" o "pregare". Tuttavia, la vera origine legata al cibo è più specifica e affascinante.
Il Mistero del Nome: Ripieno o Richiesta?
Perché chiamare un calzone fritto "pidone"? Ci sono due ipotesi, ma una è di gran lunga la più solida:
Il Consumo di Carne di Cavallo in Sicilia: Storia, Tradizione e l'Influenza Arabo-Normanna
​Il consumo di carne equina in Sicilia ha origini antiche, legate a fattori culturali, economici e ambientali. Si tratta di una tradizione profondamente radicata in alcune aree dell’isola, soprattutto nella Sicilia orientale (Catania, Siracusa), che ha conosciuto interessanti evoluzioni nel corso del tempo, anche in relazione alle diverse dominazioni, come quella araba e normanna.
Zafferana Etnea è conosciuta come la "Città del Miele" per la sua secolare tradizione apistica e per l'eccellenza dei suoi mieli, prodotti grazie alla ricca flora che prospera sul territorio vulcanico. La città sorge alle pendici dell'Etna, il cui nome locale è "Mongibello", ed è una delle principali porte d'accesso al Parco dell'Etna.
Le Bagnarote, il sale nascosto e la stroncatura: storie di contrabbando e resilienza siciliana
Nel cuore pulsante della storia siciliana e calabrese si annida un racconto affascinante e poco esplorato: quello delle bagnarote, donne di Bagnara Calabra che, con coraggio e astuzia, diedero vita a un fiorente contrabbando di sale attraverso lo Stretto di Messina.
Un'epopea di resilienza e ingegno che si snodò dagli anni del secondo dopoguerra fino all'inizio degli anni Settanta.
Se venite in Sicilia, potreste sentire l'espressione ni liccamu a sarda. A prima vista, potrebbe sembrare legata a momenti di difficoltà economica, ma in realtà, questo celebre modo di dire siciliano nasconde almeno altri due significati affascinanti. Vi portiamo a scoprire le sue origini e i suoi usi, per capire a fondo una piccola parte dell'anima siciliana.
Un Sorso di Storia: Tra Povertà e Ingenio
L'espressione "ni liccamu a sarda" affonda le sue radici in tempi in cui la povertà era una realtà diffusa in molte famiglie siciliane. La sarda, un pesce umile e abbondante, era un alimento prezioso, quasi inesauribile.
Focaccia siciliana: storia antica, ingredienti poveri e abbinamenti tra birra e vino
La focaccia è uno dei cibi più antichi del Mediterraneo. Il suo nome deriva dal latino panis focacius, il pane cotto nel focus, il focolare domestico romano. Già Greci i preparavano pani schiacciati conditi con olio ed erbe aromatiche, antenati delle focacce moderne.
La Sicilia, terra di incontri, questa tradizione si è evoluta nei secoli fino a diventare espressione autentica dell’identità locale. Tra Ottocento e Novecento la focaccia si afferma come cibo popolare da forno: nutriente, economico e facile da condividere. È in questo contesto che nascono e si consolidano le celebri varianti della focaccia di Messina e Palermo.
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