Il corallo, il commercio, gli artigiani con i capituli, la Festa Madonna del Soccorso e la sirena Lighea

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Il corallo, il commercio, gli artigiani con i capituli, la Festa Madonna del Soccorso e la sirena Lighea

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Pubblicato in Cultura e Società · 26 Novembre 2022
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Il corallo, il commercio, gli artigiani con i capituli, la Festa della Madonna del Soccorso a Sciacca e la sirena Lighea in Sicilia

Il corallo fu lavorato sin dall'antichità e l'assenza di maschere subacquee non consentiva una chiara visibilità e i pescatori, procedendo a casaccio, spesso scambiavano comuni anemoni marini per coralli; contribuendo a ingenerare la credenza che il esso fosse una pianta, molle In acqua e i solidificantesi a contatto con l'aria. Solo nel Settecento si scoprì che le ramificazioni coralline sono create da colonie di piccoli animali (polipi) secernenti una sostanza calcarea. E’ grazie ad Henry Lacaze-Duthiers, nel 1864, a stabilirne definitivamente la natura con la sua monumentale opera “L’histoire naturelle du corail”.

Il mito greco-romano descriveva la nascita del corallo

Il mito greco-romano descriveva la nascita del corallo dalle gocce del sangue, che cadendo dalla testa recisa della Medusa, adagiata da Perseo su dei ramoscelli acquatici, alcune Ninfe marine, accorse, li raccolsero per adornarsene i capelli e così facendo ne dispersero i semi in mare, dando in tal modo origine al corallo.
Il corallo è sempre stato considerato in possesso di virtù apotropaiche (scaramantiche, propiziatorie), da cui derivava l'uso di indossare monili o di scolpire statue.

La tradizione della gioielleria del corallo

La tradizione della gioielleria del corallo è strettamente correlata con la comunità degli orefici ebrei
La principale differenza tra Occidente e Oriente nella lavorazione del corallo non è costituita da tecniche diverse, ma da un differente approccio culturale. L'Occidente predilige l'aspetto formale e poco si cura di conservare il naturale andamento strutturale del materiale; al contrario l'Oriente si preoccupa di preservarlo, conservando nei manufatti le torsioni tipiche dei rami. Due sono le principali lavorazioni del corallo: quella liscia e quella incisa. L’incisa, eseguita dai Maestri, consiste nello scolpire nel corallo medaglioni, motivi floreali, statuine, ecc. L’artista oltre a tenere conto dell'andamento del corallo deve saperne percepire le potenzialità e realizzarle a colpi di bulino. Sono necessari, oltre al talento, anni di tirocinio e di studio.

Nella tradizione religiosa cristiana l’albero del corallo è stato assimilato all’albero della Croce (e le gocce di corallo al sangue di Cristo) la sua Passione e Resurrezione, e dunque la sua doppia natura umana e divina.
Fino al Cinquecento la produzione era principalmente costituita di grani per i rosari, detti paternostri, usati sia dai musulmani sia dai cristiani, e solo dopo per le collane. A Genova spetta il primato dei primi documenti scritti in cui si fa cenno: a coralli lavorati i prodotti liguri e provenzali erano maggiormente commerciati nei Paesi dell’Europa occidentale, quelli siciliani nel vicino Oriente.
Documenti d’archivio dimostrano il progressivo sviluppo dell’attività di pesca a partire dalla metà del XV secolo con le coralline, barche per la pesca del corallo.
L'introduzione del corallo nell'arte figurativa data dal XV secolo. Non era ancora scolpito ma utilizzato al naturale in funzione di albero, come sostegno di figure mitologiche o religiose. Dal 500' la lavorazione andò affermandosi in Sicilia e in particolare nel trapanese. La tecnica incisoria permetteva di sfruttare appieno il materiale grezzo di scarto, la base del cormo piena d'imperfezioni, denominata pedicino, non utilizzabile per la produzione dei grani e più adatta a lavorazioni scolpite.
Dal XVII secolo l'arte del corallo si era ormai estesa a tutta l'Europa. In piccola parte determinato dall’emanazione del bando contro gli ebrei del 1492 causò l'emigrazione di comunità ebraiche dalla Sicilia, in altri centri marittimi italiani. Non solo Trapani e Genova, che rimanevano le protagoniste dell'incisione, in Francia ed in Germania fu di particolare pregio la lavorazione a cammeo con la raffigurazione dei potenti del tempo.
Quando nel 1452 i reali Ferdinando e Isabella d’Aragona espulsero gli ebrei dalla Sicilia, l’attività legata al corallo ebbe una notevole riduzione. Numerosi esiliati ritornarono in Sicilia dopo essersi convertiti e cominciarono a recuperare i vecchi crediti. Gli altri migrarono verso centri dove erano garantite libertà religiose. Alcuni si diressero verso il Regno di Napoli e si fermarono all’estremità del porto angioino di Napoli in propri fondaci, altri si stabilirono a S.Giorgio a Cremano e a Torre del Greco.

Nel 600' la lavorazione trapanese del corallo evolve nella caratteristica realizzazione di pregiate composizioni di rame dorato e cormi rossi di corallo, in manufatti destinati all'ornamento di arredi sacri e domestici. È, infatti, di tal genere la prima opera di Trapani che rechi una data e una firma: si tratta dell'enorme lampada a sospensione (circonferenza m. 1,25) conservata al Museo Pepoli di Trapani ed eseguita da Matteo Bavera nel 1633. La più antica tecnica è detta a retro-incastro e consisteva nell’inserimento nel rame di piccoli elementi di corallo levigato, fissati con pece nera, cera e in alcuni casi con tela. L’opera sul retro era poi rifinita con un'altra lastra di rame dorato preziosamente decorata a incisione. Nel settecento proseguì intensa la lavorazione del corallo.
Re Carlo di Borbone con un editto del 1740 richiamò gli ebrei nel Regno delle Due Sicilie, per incrementare gli investimenti e i commerci nel porto di Napoli. L'Ottocento segnò il trionfo della produzione di Torre del Greco, che si avvalse anche della notevole quantità di grezzo fornito dai giacimenti di Sciacca.

Tra i ricordi del Gran Tour diventò consueto riportare dal napoletano un manufatto di corallo, determinando l'identificazione, ancora attuale, tra la sua lavorazione e il territorio di Torre del Greco.
La lavorazione più antica del corallo a Trapani era caratterizzata dalla produzione di grossi grani di corallo. Nel XV sec la lavorazione del corallo è esercitata da artigiani ebrei e dai pochi corallari cristiani. Un significativo impulso veniva tuttavia offerto all’arte del corallo nel XVI sec dal nuovo metodo di lavorazione con il bulino introdotto da Antonio Ciminello (maestro), che consentiva di realizzare sculture dalla
I corallari trapanesi prima si organizzarono in consolato, e poi in maestranza nel 1555. I più antichi capitali della maestranza del 1628-1633 comprendevano sia semplici maestri corallari, sia scultori in corallo. Nel 1570 l’arte aveva raggiunto alti livelli artistici, come dimostra la famosa Montagna di corallo. La composizione contava ben 85 figure (oggi perduta) che raffiguravano diverse scene della vita di Cristo e figure di santi.
La lavorazione trapanese del corallo si mostra nelle sue forme più caratteristiche nella realizzazione di quelle pregiate composizioni che prevedono la sapiente unione del rame dorato con il corallo. La più antica tecnica è detta a retro-incastro. Essa consiste nell’inserimento nel rame di piccoli elementi di corallo levigato. Fissati con pece nera, cera e alcuni con tela. L’opera sul retro veniva poi rifinita con un'altra lastra di rame dorato preziosamente decorata ad incisione.
Altra caratteristica sono poi gli smalti che contornano le opere e in particolare quelli bianchi che lasciano trasparire i metalli dorati. Con questa tecnica si possono creare vari tipi di oggetti, dai vassoi ai cofanetti ai piatti.
Quella dei maestri trapanesi del corallo non è un arte chiusa in se stessa, ma attenta alla cultura che da più parti raggiunge non solo Trapani, ma anche il resto dell’isola. I corallari poi, lavoravano spesso in collaborazione con bronzisti, orafi e argentieri, scambiandosi esperienze.
I rami più grossi di corallo venivano usati per simboleggiare la Croce del martirio di Cristo.
Venivano poi ornati di corallo calici, ostensori e pissidi, sacri contenitori.
Dopo l’esplosione barocca le possibilità tecniche e la consolidata esperienza degli artisti vanno mutando. Cambiano le tipologie e i soggetti delle opere, ma anche le tecniche e i materiali impiegati. Subentra la tecnica della cucitura tramite fili metallici e pernetti, dei singoli elementi di corallo che sono floreali e con motivi curvilinei.
In Sicilia comunque l’arte della lavorazione del corallo non venne mai dimenticata. Agli artigiani orafi ebrei deve essere riconosciuto il ruolo di avere conservato vive le tecniche di lavorazione più antiche e di averle trasferite nell’isola, dove diedero avvio a nuove forme artistiche.
Il corallo iniziò comunque ad essere elemento decorativo di prestigio a cui venne attribuito pieno valore artistico nei capolavori d’alta oreficeria. La componente ebraica in Sicilia è stata un elemento determinante per la promozione delle attività collegate al corallo. Trasformarono il corallo in potenziale economico che si concretizzò in attività mercantile.
Le collezioni rappresentavano la ricchezza e il potere del principe, ma questo monopolio era anche dei nobili, dei notabili, degli uomini di legge, dei letterati umanisti, medici, mercanti e dotti prelati.
La Palermo mercantile tra Quattro e Cinquecento era luogo d’incontro di popoli diversi, catalani, veneziani, fiorentini, lombardi, pisani e genovesi. C’era un fiorire di traffici
I corallari trapanesi prima si organizzarono in consolato, e poi in maestranza nel 1555. I più antichi capitali della maestranza del 1628-1633 comprendevano sia semplici maestri corallari, sia scultori in corallo.
Per tutto il Medioevo il corallo fu un componente focale nelle attività commerciali tra le antagoniste potenze dominanti nel Mediterraneo che si contesero la supremazia mercantile di questo prezioso dono marino.
Fino a tutto il tardo Medioevo il corallo era pescato nel Mediterraneo occidentale lungo le coste dell’Africa settentrionale, in Sardegna, in Corsica e in Sicilia. Nel 1418 venne scoperta una mina de curalli meraviglia, un giacimento di coralli nel mare di Trapani che il viceré aragonese permise di sfruttare e diede slancio alla pesca e lavorazione del corallo negli anni successivi.
A Trapani si pescava tutto l’anno. La scoperta e lo sfruttamento dei giacimenti corallini era visto dalle autorità reggenti come una potenziale risorsa per ottenere tributi dai pescatori e dai commercianti. Era necessaria una licenza reale per pescare, non obbligatoria per i pescatori siciliani, ma espressamente richiesta alle compagnie straniere. Era dovuta inoltre una gabella alla Dogana di Mare sul corallo lavorato all’atto dell’esportazione. Allettati dai possibili guadagni i pescatori furono spinti alla ricerca di mari più fruttuosi. Per regolare i rapporti economici e di lavoro tra i vari ruoli connessi alla pesca del corallo, nacquero le società ad corallandum.

Festa della Madonna del Soccorso a Sciacca 2 febbraio e 15 agosto

La Madonna del Soccorso è un'immagine mariana conservata nel Duomo di Sciacca; è la patrona e si festeggia il 2 febbraio e il 15 agosto. Durante i festeggiamenti in via Licata si svolge il tradizionale rito della "Fumata", una nube di incenso si propaga nell'aria rievocando il miracolo della liberazione dalla peste nel 1626.
Alla Santa Patrona viene attribuito il miracolo di aver fatto cessare la peste che incombeva sul paese. Un evento eccezionale accompagnò la processione del 2 Febbraio del 1626, infatti, la processione giunta nella zona della "Maestranza Piccola", l'attuale Via Licata, vide materializzarsi un fulmine dal limpido e sereno cielo, e all'improvviso si vide levare dalla base della Madonna una nuvola di fumo. In quel preciso istante tutti i saccensi furono guariti dalla peste.
In memoria di quel prodigio, da quella data, ogni primo di febbraio i saccensi rinnovano il voto, pronunciato quel giorno, di compiere il pellegrinaggio, e l'indomani portano in processione il simulacro marmoreo della Madonna, eletta patrona della città, su una vara seicentesca ornata da gioielli d’oro, argento e in corallo donati dai devoti. Un centinaio di marinai, scalzi, portano a spalla la vara pesante alcune tonnellate. La stessa processione è ripetuta il giorno di ferragosto.

I capituli dei corallari di Trapani

Prima stesura per atto notarile dell'11 luglio 1628. L'irrequietezza dei corallari e loro esigenze di affermazione politico-sociale. Nel 1619 affidamento del Mistero del Trasporto al sepolcro.
I corallari, come categoria artigiana, a Trapani erano presenti fin dagli inizi del XV secolo, ma alla stregua delle altre «arti» non riuscirono mai ad avere un loro peso nell'assetto politico della città, a volerli e ad elaborarli erano stati gli artigiani locali che avvertirono l'esigenza di regolamentare la lavorazione e l'etica professionale.
La religione, come regola fondamentale di vita, viene richiamata quasi in ogni Capitulo, ma gli estensori non si limitarono a questo. Si posero sotto gli scudi protettivi del Santissimo Sacramento e di San Filippo Neri che designarono come Patroni; si impegnarono a mantenere a proprie spese il «Mistero» del «Trasporto al sepolcro» che gli era stato dato in affidamento il 5 aprile 1619.295 Offrivano anche i ceri alla parrocchia di San Lorenzo e all'oratorio di San Giovanni. Si proposero, inoltre, di accompagnare in processione il sacerdote che andava a somministrare la comunione agli infermi gravi.

Lighea ed i coralli

I pescatori d’una volta si fermavano a certe profondità oggi si scende nell’abisso qualcosa e la a volte qualcosa si muove, si avvicina, prende forma. È una sirena, è bellissima, è sempre là, vicina eppure irraggiungibile. Nelle profondità, bisogna essere consapevoli che quel rametto rosso indicato dalla sirena deve valere più dell’amore, vale molto di più del ritorno.
La sirena, è un racconto lungo dello scrittore siciliano Giuseppe Tomasi di Lampedusa, celebre autore del Il  Gattopardo. Il racconto, noto anche con il titolo di Lighea, il nome della sirena, fu scritto negli ultimi mesi di vita, quando Tomasi di Lampedusa era già a conoscenza della grave malattia che lo condusse alla morte.
“Il professore Rosario La Ciura, narratore, evoca il ricordo dell’incontro con la creatura immortale:
Mi ero svegliato da poco ed ero subito salito in barca; pochi colpi di remo mi avevano allontanato dai ciottoli della spiaggia e mi ero fermato sotto un roccione la cui ombra mi avrebbe protetto dal sole che già saliva, gonfio di bella furi, e mutava in oro e azzurro il candore del mare aurorale. Declamavo, quando sentii un brusco abbassamento dell’orlo della barca, a destra, dietro di me, come se qualcheduno vi si fosse aggrappato per salire. Mi voltai e la vidi.
Il volto liscio di una sedicenne emergeva dal mare… Quell’adolescente sorrideva, una leggera piega scostava le labbra pallide e lasciava intravedere i denti aguzzi e bianchi, come quelli dei cani. Non era però uno di quei sorrisi come se ne vedono fra voialtri. Esso esprimeva soltanto se stesso, cioè una quasi bestiale gioia di vivere, una quasi divina letizia. Dai disordinati capelli color sole, l’acqua del mare colava sugli occhi verdi apertissimi, sui lineamenti di infantile purezza. Sotto l’inguine, sotto i glutei, il suo corpo era quello di un pesce, rivestito di minutissime squame madreperlacee e azzurre, e terminava in una coda biforcuta che lenta batteva il fondo della barca. Era una sirena. Riversa poggiava la testa nelle mani incrociate, mostrava con tranquilla impudicizia i delicati peluzzi sotto le ascelle, i seni divaricati, il ventre perfetto; da lei saliva quel che ho malchiamato un profumo, un odore magico di mare, di voluttà giovanissima… La sua voce era un po’ gutturale, velata, risonante di armonie innumerevoli…”



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