La cultura della vite e del vino in Sicilia e nel Mediterraneo

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La cultura della vite e del vino in Sicilia e nel Mediterraneo

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Pubblicato in Vini e Liquori · 3 Dicembre 2022

La cultura della vite e del vino in Sicilia e nel Mediterraneo

Parliamo della cultura della vite e del vino in Sicilia e nel Mediterraneo, della storia della vite, pianta di civiltà, può vantare insieme al grano storie di lunga durata, sino agli attuali interessi di sviluppo turistico-culturale del territorio. La viticoltura è dunque da intendersi un patrimonio alimentare e culturale della vita tradizionale dell'Isola, possiamo considerarla espressione popolare e tradizionali legate al rito e alla festa.
La produzione, gli scambi e il consumo di prodotti vitivinicoli hanno trovato grandissima diffusione con i Fenici. A tal proposito, le fonti mitografiche antiche affermano come la nascita e il culto di Dioniso abbiano avuto origine in Sicilia. Diodoro Siculo riporta la tradizione mitica che vuole Dioniso concepito in una grotta dall'unione di Zeus e di Persefone: questo dato risulta interessante in quanto mette in connessione Dioniso con i culti delle grandi divinità femminili della Sicilia antica quali Demetra e Kore.
Con la dominazione romana (III sec. A.C. - VI sec. D.C.) la viticultura e i vini siciliani vennero tenuti in grande considerazione: basti pensare alle produzioni di vini quali il mamertinum o il tauromenitanum. Con la caduta dell'impero romano e il susseguirsi di popoli e dominazioni, le vicende della viticoltura siciliana conobbero fasi alterne: dopo la lunga stasi della dominazione araba (827-1061), con gli Aragonesi nella prima metà del XIV sec. nascono le prime maestranze dei bottai e dei vigneri. Agli inizi del Cinquecento, lo spopolamento delle campagne non impedì la fondazione di nuovi paesi voluta dai baroni che rilanciarono così lo sfruttamento intensivo di vitigni, creando le basi per la prima storia dei vini siciliani.
La viticoltura siciliana viene maggiormente legata al vino "marsala" dei Woodhouse e di Ingham, toccherà a Vincenzo Florio raccogliere l'eredità inglese e accompagnare la viticoltura siciliana verso un periodo florido. Si può dunque affermare che la produzione vinaria siciliana, tra la fine del Settecento e la seconda metà dell'Ottocento, non solo si pose all'avanguardia nel settore enologico, ma pose le basi di profondi mutamenti storici. Ma il periodo, il fallimento delle aspettative autonomiste e l'epidemia fillosserica che distrusse gran parte dei vigneti siciliani segnarono un profondo decadimento della viticoltura dell'Isola almeno sino agli inizi del Novecento, quando un massiccio intervento del governo, protrattosi anche dopo la seconda guerra mondiale introdusse nuovi vitigni e ricostruì gran parte del paesaggio vitivinicolo siciliano.
La storia del vino in Sicilia, la cultura popolare tradizionale siciliana infatti ha espresso un atteggiamento ambivalente nei confronti della vite e della vendemmia: essa infatti viene rappresentata quale momento critico del ciclo lavorativo agrario opposto a quello del grano, ma anche momento dove si suggellavano patti si rinsaldavano alleanze.
Il vino, in quanto sottoposto a un processo di fermentazione, subiva una sorte analoga ad altri numi della vegetazione legati al complesso mitico rituale di passaggio dalla vita alla morte: il succo vivo dell'uva ucciso dalla fermentazione si rigenerava dotato di un potere che trasportava coloro che lo bevevano in una altra dimensione. L'intreccio indissolubile dunque tra rito e vendemmia va rilevato in una serie di contesti ancora osservabili in Sicilia. Singolare, in questo senso, come le pratiche di vendemmia venissero accompagnate da strumenti musicali sino ad un recente passato: tra i più diffusi segnaliamo a brogna (tromba di conchiglia), u tamurreddu (tamburello), il flauto di canna e ciaramedda (zampogna).
Il trasporto dell'uva dalla vite ai palmenti era guidato da un corteo di cufinara (vendemmiatori) con alla testa un ciaramiddraru (suonatore di zampogna) il quale scandiva il faticoso percorso con canti e balli tradizionali. Questo contesto fortemente ritualizzato confluisce ancora oggi in alcune occasioni festive: il legame tra vendemmia e culto dei Santi in Sicilia trova conferma in numerose celebrazioni. A questo proposito, oltre al consumo rituale di vino per le feste dell'Immacolata, San Giuseppe ed altre festività tradizionali, va ricordata la festa di San Vito a Condrò, la seconda domenica di luglio il fercolo, ornato da lussureggianti grappoli di nera uva, viene fatto danzare dai fedeli vorticosamente per le strade del paese. Ancora uva e vino sono osservabili nelle feste di San Calogero nell'agrigentino a Favara e Castel Termini o a Campo Franco nel nisseno, dove il Santo portato in processione viene festeggiato con robuste bevute.
Abbiamo accennato che nel 1881 si verificò uno degli eventi più disastrosi per la coltura delle viti, arrivò il flagello della Fillossera. La devastazione dei vitigni europei si protrasse sino agli anni ’50 del ‘900. Durante questo lungo lasso di tempo il mondo era cambiato e i vini molto alcolici che si producevano in Sicilia che servivano all’industria vinicola del Nord e la Francia, non erano più richiesti. Dopo un periodo di assestamento durato una ventina di anni, dagli anni ’70 si capì che bisognava rinnovare tutto il patrimonio vinicolo: furono estirpati i vecchi ceppi, si recuperarono le viti autoctone e si é assistito al fiorire di piccole e medie aziende che in pochi anni hanno conquistato i mercati del mondo, ponendosi ai vertici per qualità e varietà, ha inizio la produzione di vini di origine controllata.
Tutto questo ha portato alla diffusione, del fenomeno del turismo enologico, il turismo del vino si è posto come un movimento che ha portato curiosi ed amanti del vino ad entrare in cantina, con iniziative quali:
Cantine Aperte
Calici sotto le stelle
Feste della Vendemmia
Con le strade delvino i turisti i cultori della bevanda possono avvicinarsi al mondo della viticoltura ed imparare a conoscere sempre meglio un prodotto dalle molte sfaccettature, trasformare un’esperienza personale, in conoscenza. Prendere parte alle iniziative organizzate dalle cantine siciliane significa cogliere l’occasione di conoscere il territorio ed entrare in contatto diretto con il luogo dove il vino viene prodotto.
Con una migliore produzione un miglior prodotto, si conia il termine vini da meditazione che viene coniato agli inizi degli anni ’70 dal grande enologo Luigi Veronelli, per distinguerli dai vini da tavola. Vengono serviti a fine pasto o con il dessert.
I Vini da meditazione hanno qualcosa in più del vino da tavola, il che li rende difficili da collocare all’interno di un pasto. I Vini da meditazione sono caratterizzati da sapori e profumi intensi, e per essere apprezzati nelle loro molteplici sfumature richiedono tempo, vanno sorseggiati con calma ed assaporati lentamente, si osservano gli archetti nel bicchiere. Sono vini generalmente dolci, morbidi, vellutati, con un grado di alcolicità relativamente elevato e che quindi risultano caldi all’assaggio.
La degustazione dei vini da meditazione è basata sulla comprensione della loro natura, occorre essere rilassati, ci si ferma e con calma si riesce ad avvicinarsi alla comprensione della composizione alla sua complessità, avete stretto tra le dita, la storia in un bicchiere. Le pause di raccoglimento hanno la funzione di stimolare le papille gustative e prepararle a cogliere quei dettagli che diversamente potrebbero sfuggire.
Fermatevi prendete tempo abbiamo un vino da tempi lenti, desidera solo essere assorbito ci aiuterà a riflettere su quello che a breve ci coinvolgerà in ricordi sensazioni di sole sulla pelle, profumi che porteranno i nostri pensieri a viaggiare con la fantasia, avvolti nei fiori freschi, tra frutta, spezie al cioccolato, ci stiamo bevendo la tradizione, la storia.
Assistete alla stappatura di un vecchio vino, all’eliminazione della ceralacca, il cavatappi che con il suo verme d’acciaio a passo largo fende il sughero, il cantiniere , oggi sommelier, con maestria cava via quel tappo che ci separa dal piacere, apre la bottiglia, sa di dover ricorrere alla decantazione, si procura una caraffa e una candela. Sistema la caraffa di grande trasparenza e pone dietro la candela accesa, solleva la bottiglia e piano con adagio, senza scosse avvicina il collo sull’orlo della caraffa. Fa scorrere il vino senza interruzione mentre la fiamma dietro il cristallo mette in risalto la trasparenza. Appena arrivano residui e velature , si arresta.Nel decantatore il vino ritorna alla vita, elimina il profumo di chiuso, ravviva il bouquet e restituisce la dovuta naturale armonia al vino.
Una volta si chiamavano vini da conversazione per la loro capacità di sciogliere le lingue durante gli incontri. Luigi Veronelli li chiamò vini da meditazione per essere sorseggiati e apprezzati anche da soli.
“… Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
Che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
Questo reo tempo, e van con lui le torme
Delle cure onde meco egli si strugge;
E mentre io guardo la tua pace, dorme
Quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.

Fonti di questo articolo:



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