Tra religione e superstizione, il culto dei santi siciliani

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Tra religione e superstizione, il culto dei santi siciliani

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Pubblicato in Cultura e Società · 17 Settembre 2023
Tra religione e superstizione, il culto dei santi siciliani
Il culto delle reliquie nel Medioevo, la convinzione che la semplice vicinanza a un frammento del corpo di un santo o a un oggetto che era entrato in contatto con un santo una reliquia (il termine viene dal latino e significa letteralmente “resti”) garantisse un rapporto diretto con il sovrannaturale e assicurasse ai fedeli una speciale protezione era universalmente diffusa nel mondo cristiano; ciò garantì fin dalle sue origini, nel IV secolo, al culto delle reliquie un crescente successo.
Durante tutto il Medioevo, le chiese si erano andate riempiendo di reliquie. Il possesso di una reliquia importante dava prestigio a una chiesa, favoriva le elemosine e i lasciti, attirava masse di pellegrini. Oltre a essere una insostituibile risorsa spirituale, le reliquie rappresentavano dunque anche un ottimo investimento materiale: la fede s’intrecciava strettamente con l’economia, la dimensione spirituale con quella materiale.
Ben presto, peraltro, la richiesta di reliquie divenne superiore all’offerta, e si scatenò una vera e propria caccia alle reliquie. Anzitutto si moltiplicarono le “scoperte”: molti vescovi, in buona o in malafede, dichiaravano di essere stati illuminati da una rivelazione soprannaturale, che li aveva condotti a scoprire corpi di martiri andati dispersi. Per ottenere una reliquia non si arretrava nemmeno davanti al furto. Il fenomeno provocò anche la nascita di una fiorente attività commerciale.

La devozione alla religione e ai santi protettori della città, del paese, del quartiere o del borgo è un tratto caratteristico della storia dell’isola e ha consentito ai siciliani, anche sotto il giogo delle più ostili e tiranniche dominazioni, di esprimere il proprio senso artistico, la genialità, lo spirito più profondo e autentico del popolo, anche se le feste erano, in genere, l’occasione per ostentare ricchezza e potere di pochi.
Durante le varie dominazioni che si sono succedute nell’isola, il culto dei santi e dei martiri è stato oggetto talora di limitazioni talaltra d’innovazioni: così, durante la dominazione araba, i musulmani imposero un tributo per venerare i santi alle popolazioni dei paesi da loro conquistati, vietando le processioni solenni, la la costruzione di nuove chiese, potevano continuare la loro preghiera tramite il pagamento della gezia. Le chiese dove i cristiani pregavano non era altro che la trasformazione di templi pagani, qui di assistiamo ad una infarinatura di paganesimo e cristianesimo.
Successivamente, con la dominazione dei Normanni e poi con quella sveva, spagnola e aragonese, i siciliani tornarono ad essere liberi di praticare con manifestazioni solenni il culto dei santi e dei martiri.
Ma perché tanto culto rivolto ai santi, perché non rivolgersi direttamente a Dio, forse perché era considerata l’ultima speranza, al patrono al santo, ci si rivolge ogni giorno, si confidano pensieri, pene e gioie, il santo ne è testimone oculare delle esigenze del popolo, è con la cultura spagnola che le feste per i santi rallentarono, con bolla papale del 1643 ogni paese doveva avere un santo un proprio protettore, e così la congregazione dei riti dovette intervenire prendendo posizione imponendo la scelta di un solo patrone e relegando gli altri a compatroni, e così di conseguenza le feste con la loro fastosità dovettero soccombere da cerimonie civili a religiose processioni, tra povertà di contenuti, usanze intromissioni, degradazione delle feste si cerca di radrizzare il significato sincero della originali spiritualità.

La santità si presenta nel passato e nel presente come frutto di una costruzione strutturata su tre livelli: esperienza religiosa, consenso sociale, riconoscimento ufficiale.

Il culto dei santi vive della dialettica fra universalità, fondamento del concetto teologico di santità, determinati dal radicamento territoriale in vita, e soprattutto in morte, di ogni santo, e la chiesa evoca a sé il riconoscimento ufficiale della santità ed è dopo il Concilio di Trento che codifica il processo di beatificazione e canonizzazione, promuove l’elaborazione di un calendario universale.

Gli apostoli erano stati i primi a rendere testimonianza della resurrezione del Signore fino al sacrificio della vita: da allora il termine martys, ‘testimone’, acquisisce il significato di ‘morto per la fede’.
Ogni chiesa e ogni monastero venera il proprio santo fondatore, martire, vescovo, abate, capace di assicurare protezione alla comunità, ai beni, ai territori posti sotto la sua giurisdizione.

Così il legame che unisce un santo e il ‘suo’ territorio è il culto per il patrono cittadino, diviene intercessore nei confronti di Dio e protettore efficace degli individui e delle comunità contro i pericoli della malattia, della carestia, della morte, il santo acquisisce il titolo e le funzioni di patrono, in analogia con quelle esercitate dal patronus romano nei confronti dei suoi clientes, fossero essi singoli o intere collettività.
Esso rimane elemento costitutivo dell’identità della comunità, strumento essenziale che lega coloro che sono emigrati al luogo di origine.
L’elezione del patrono spetta al clero e ai fedeli o a coloro che si pongono sotto la protezione del santo e avviene «per consultationes seu suffragia sive per petitiones seu subscriptiones», ma deve sempre avere l’approvazione delle competenti autorità ecclesiastiche.

Il punto è che l’ecclesia siciliana aveva risposto non tanto ad esigenze religiose quanto ad esigenze politiche, anche perché la ripartizione delle diocesi non era basata sulla razionalità ma su motivi politici, vedi Patti, Cefalù, Monreale, Palermo, Messina, Agrigento.
Con, la nuova ripartizione che verrà basata su assetti più funzionali ed organizzativi, legati al territorio, ma si è dovuto attendere i primi del 1800, anche grazie alla realizzazione di nuove strade realizzate dal regno.

Non dobbiamo dimenticare l’Inquisizione spagnola in Sicilia che sottopose a giudizio ebrei, rinnegati, negromanti, streghe, protestanti ed eretici provenienti da tutta Europa; tramite uno strutturato sistema di ufficiali, familiari e collaboratori, mantenne il controllo del dissenso politico e religioso dal 1400, fino al 1782, condizionando la vita sociale e istituzionale del viceregno siciliano.
Lo scopo del tribunale era mettere a tacere uomini di "tenace concetto" ossia recidivi peccatori della morale, eretici o comunque agitatori, sobillatori e diffusori di idee e stili di vita, credenze e superstizioni, contrari alla conservazione della fede cattolica.

I siciliani erano sempre cattolici osservanti, ed in meno di tre decenni vedi il primo 1800,cambia la mappa della giurisdizione dell’isola, e delle circoscrizioni diocesane, che ricalcavano la suddivisione amministrativa dell’isola.



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