Il Trionfo della Morte, Palazzo Abatellis

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Pubblicato in Cultura e Società · 22 Gennaio 2023
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Il Trionfo della Morte, Palazzo Abatellis

Il Trionfo della Morte, Palazzo Abatellis e la storia dietro la misteriosa e imponente opera di Palermo, che ispirò Picasso per Guernica
Tra i più grandi capolavori di tutti i tempi, fa da calamita per centinaia di turisti: di autore ignoto, è una vera cronaca della Sicilia del Quattrocento, il "Trionfo della Morte" a palazzo Abatellis, un affresco imponente e unico, realizzato indicativamente tra il 1440 e il 1450, non si conosce l’identità dell’autore.

Siamo in Sicilia, a metà del XV secolo, in una Palermo Ispanica e vivace. Sotto il regno di Alfonso V d’Aragona detto il Magnanimo, sovrano colto e illuminato, avvengono fervidi scambi artistici e culturali con altre città e Paesi. Ma erano anche anni socialmente drammatici, in cui il diffondersi di epidemie, carestie e l’ombra della Peste nera, cambiò il modo di percepire la morte.

L’affresco venne realizzato nel cortile di Palazzo Sclafani, costruito nel 1330 su volere del Conte Matteo Sclafani, in prossimità del Palazzo dei Normanni. Dopo la sua morte e una lunga lotta per la successione, nel 1400 il palazzo venne confiscato e assegnato ad una nobile famiglia spagnola, che però, tornata in Spagna, lo lasciò ad un progressivo abbandono.

Trent’anni dopo, quando un’apposita commissione - riunita proprio dal “Magnanimo” - venne incaricata di accorpare i ventidue "pichuli" e "malamenti sirvuti" ospedali cittadini, per lo più di pertinenza religiosa, il luogo decretato per concentrarli in un’unica struttura fu appunto l'abbandonato palazzo degli Sclafani, dove nel 1435 si insediò definitivamente l'Ospedale Grande e Nuovo, primo ospedale pubblico della città di Palermo.

Ma cos’è esattamente il Trionfo della Morte? È una rappresentazione che ricorda che l’incombenza della morte riguarda tutti indistintamente, a prescindere dalla posizione sociale e dal ceto a cui si appartiene.

La scena si svolge in un giardino lussureggiante in cui si vede irrompere la Morte che - come in una tipica scena di caccia - ha appena scagliato l’ennesima freccia letale. La nera signora si impone al centro del quadro, in sella a un cavallo scheletrito, surreale e visionario, che come ha raccontato Guttuso, pare abbia ispirato Picasso per la sua Guernica.

La lettura dell’opera viene paradossalmente guidata dalla divisione che ai tempi l’aveva smembrata in quattro parti, quasi a sottolineare la rigorosa composizione quattrocentesca.

Da un lato la rappresentazione di un mondo reale, lieto, gradevole, colto e raffinato, e dall’altro il suo opposto, un mondo metafisico, di dramma e morte.

In basso si vedono i cadaveri delle persone già colpite, le vittime sono le autorità, i potenti e i facoltosi: re, imperatori, papi, vescovi e frati. A destra l’ambiente cambia e si popola di gioventù aristocratica, dame e cavalieri, ma anche musici, poeti, letterati, che - apparentemente disinteressati a quello che accade - perseverano nel godersi la vita e la bellezza.

Sopra di loro una fontana, da cui sgorga l’acqua simbolo di purificazione e rinascita. Fanno da contraltare, sulla sinistra, gli ultimi, i poveri, gli emarginati, che quasi invocano la morte come sollievo alle proprie sofferenze.

Tra di loro si fanno notare due personaggi particolari, due ragazzi dall’aria arguta, il cui sguardo esce fuori dalla scena e si rivolge a noi: senza ombra di dubbio sono lo sconosciuto autore e il suo assistente, con in mano gli inequivocabili strumenti del mestiere, pennello e colori.

Un’artista che ha fatto dell’eterno combattimento tra il bene e il male una splendida allegoria, o forse una tragica metafora della sconfitta umana. Pare che la sua forza espressiva abbia ispirato persino Picasso per la celeberrima Guernica.

La Morte, che irrompe in un giardino sul dorso di un enorme spettrale cavallo scheletrico, lanciando frecce che uccidono personaggi di tutte le fasce sociali, occupa la parte centrale dell’affresco. La Morte  ha al suo fianco la falce e una faretra, suoi tipici attributi iconografici, ed è raffigurata nell’attimo in cui ha appena scoccato una freccia, che ha colpito il collo di un giovane, nell’angolo destro in basso. Lì si trova il gruppo degli aristocratici che, tranne quelli più vicini ai cadaveri, continuano imperterriti le loro attività. Tra essi ci sono musici, dame riccamente abbigliate e cavalieri, come quelli che chiacchierano ai bordi della fontana, simbolo di vita e di giovinezza.

Sotto il corpo del cavallo della Morte giacciono i potenti, tra cui il Papa, l'imperatore e un gruppo di morti. A sinistra invece si trova il gruppo dei vecchi, dei malati, dei mutilati, delle vedove e dei poveri, che desiderando la cessazione delle loro sofferenze, invocano inutilmente la Morte, che li ignora.

In una sintesi, cosa scrive del dipinto la professoressa Mariasole Garacci, anche sulla base di un testo del professore Michele Cometa: Si tratta di una delle più impressionanti opere d’arte di tutta la cultura figurativa occidentale, scaturita dalla particolare congiuntura di un attardato medioevo siciliano al crocevia tra la Spagna, la Borgogna e Napoli. La visione di questo affresco è esattamente quella di una fotografia istantanea che coglie la varietà di espressioni e sentimenti di coloro che stanno per essere raggiunti dalla morte, o che ne sono stati appena colpiti.

Su questo dipinto Michele Cometa, docente di Storia comparata delle culture e Cultura visuale all’Università degli Studi di Palermo, ha pubblicato un saggio, Il Trionfo della morte di Palermo. Un’allegoria della modernità, che ne propone una lettura originale e moderna

Non si tratta invece, nel Trionfo palermitano, della promessa di una giustizia divina che risarcisca gli squilibri sociali del mondo, o di predicare la folle vanità del tutto, bensì di una umana e laica riflessione, disincantata ma, come si vedrà, non pessimista, sulla sofferenza dell’uomo, sul suo rapporto con la morte, e sul silenzio di Dio. Davanti alla morte siamo tutti uguali: questa la lezione che trionfi, danze e artes moriendi continuano a trasmetterci.

Il retribuzionismo medievale e dantesco sembra però rovesciato, perché se la morte lascia dietro di sé, risparmiandoli, proprio i poveri, che esausti invocano la fine delle loro sofferenze, e colpisce inesorabile i ricchi e i potenti, sono i poveri in realtà a restare delusi e sconfitti. Nulla, in questa raffigurazione, suggerisce un risarcimento postumo, una vita eterna dopo la morte: tutto parla della morte come di un problema esistenziale, a prescindere da Dio.
Iil tema del Giudizio universale, ‘e talvolta correlato da una rappresentazione del Paradiso e dell'Inferno legata alla descrizione dantesca, perché il trionfo vi è rappresentato solitamente con la morte, come uno scheletro ammantato da un tabarro ed armato di falce.

Oggi abbiamo smarrito gli arcaici costumi, le credenze magico-superstiziose, il fanatismo religioso, ma il trionfo è sempre presente.



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