La birra in Italia ha una storia antichissima: era già presente in Sicilia nel VII sec. a.C. presso i Fenici che la commerciavano e consumavan

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La birra in Italia ha una storia antichissima: era già presente in Sicilia nel VII sec. a.C. presso i Fenici che la commerciavano e consumavan

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Pubblicato in Birrifici - brasserie · 15 Novembre 2022
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La birra in Italia ha una storia antichissima: era già presente in Sicilia nel VII sec. a.C. presso i Fenici che la commerciavano e consumavano

Presso gli Egizi, la birra conquista il dio, Osiride ed una regina, Cleopatra, che offre coppe di "cevrin" al dio dei defunti e riserva per sé, invece, coppe di "zythum". Proprio la zythum è la prima birra assaggiata dai Greci, che la ribattezzano "zythos".
La birra, deriva dal latino bibere, cioè bere, ha conosciuto alterne vicende, infatti se per i Romani, che la chiamavano “cervisia” in onore della dea Cerere, protettrice dei raccolti, era roba da barbari e le preferivano il vino, gli Etruschi erano soliti pasteggiare con una bevanda chiamata pevakh, fatta inizialmente con segale e farro, poi con frumento e miele.
Con l’Impero romano e il continuo scambio con civiltà e culture differenti l’antica ricetta egizia, a base di frutta, cadde in disuso e furono introdotte le varianti Celtiche.
Siamo giunti nel basso medioevo grazie al commercio nautico ed alle nuove vie di comunicazione si assiste alla nascita del commercio e di conseguenza con le esportazioni, di molti prodotti tra possiamo annoverare anche la birra, anche se l’estesa cultura medievale mediterranea è del vino e lo stretto legame con il cristianesimo hanno contribuito a preservare la cultura del vino tutta a discapito della birra.
Come tutte le tecniche codificate da preservare ed evolvere, non è trascorso molto che la scienza del far birra trova rifugio in convento. I monaci cominciano a mettere ordine nella produzione a codificare la produzione. E si deve a loro il primo utilizzo del luppolo come aromatizzante al posto della miriade di altre spezie, bacche, ed in Germania nasce la figura del mastro birraio.
Il giornalista, scrittore e storico della birra inglese Martyn Cornell, riferendosi a chi per primo utilizzò il luppolo per la birra e ne scoprì i vantaggi, affermò: «questa è la grande domanda, priva di una risposta, nella storia della birra».
Di massima un contadino medievale con un terreno collinare poteva coltivare vigneti e quindi bere vino. Chi invece aveva appezzamenti di terreno in pianura coltivava cereali, poteva, volendo, produrre birra per uso domestico.
Uno dei primi santi riconosciuto patrono dei birrai è san Colombano, fondatore del monastero di Bobbio nel 612. Una leggenda narra che un giorno egli incontrò un gruppo di pagani che stava per sacrificare un tino di cervogia, bevanda antenata della birra fermentata con orzo o avena, al dio Wotan. Prima che ciò accadesse, gridò loro di fermarsi e fu proprio a quel punto che il tino esplose in mille pezzi. Ai pagani atterriti disse di non sprecare la birra per il diavolo ma di berla nel nome del Signore. Si parliamo di quel San Colombano, che la Chiesa ricorda il 23 novembre, il protettore dei bikers o motociclisti, come sir di voglia.

Per ritrovare i primi produttori di birra in Italia è necessario risalire al Medioevo quando i monaci dell’Abbazia di Montecassino cominciarono a produrla lanciando una. Nel Rinascimento la birra era in gran parte d’importazione oltre a qualche produzione artigianale nelle vallate alpine era chiamata “vino d’orzo”. Il 1789 è la data simbolica in cui si fa iniziare l’era industriale della birra in quanto fu concesso dai sabaudi a Giovanni Baldassare Ketter di Nizza Monferrato il privilegio di fabbricare birra “per la città e per il suo contado”.
E’ in Emilia Romagna il primo coltivatore di luppolo della penisola italica per la produzione della birra. Nel 1847 l’agronomo forlivese Gaetano Pasqui aveva acquistato alcuni terreni soggetti a piene e ad alluvioni per la presenza di un fiume e notò che vi crescevano spontaneamente piante di luppolo quindi ne avviò una coltivazione sperimentale che in pochi anni ebbe successo e gli permise di avviare e gestire un proprio birrificio senza ricorrere alle importazioni dell’allora costoso luppolo d’oltralpe.
Con il 1920 la birra inizia a vivere la sua età dell’oro. L’aumento dei consumi popolari indusse quindi, nel 1927, il Regime fascista a varare la Legge Marescalchi, che impose l’utilizzo del riso e soprattutto un regime fiscale svantaggioso, accompagnato da una decisa restrizione al commercio al dettaglio di questo prodotto.
Questo accadeva perché la birra era considerata una bevanda dissetante, al pari delle bibite gassate, consumata al banco. E’ solo con la fine della Seconda guerra mondiale che i consumi riprenderanno a crescere. A partire dagli anni Sessanta, con lo sviluppo della moderna distribuzione la birra diventa a tutti gli effetti un prodotto di uso comune, raggiungendo anche le famiglie. Nel 1975 però la congiuntura economica colpisce il settore birraio nazionale anche a causa di un considerevole aumento delle accise di produzione imposte dal Legislatore nazionale. Dagli anni ottanta grazie ad una straordinaria gamma di assortimento delle birre, in grado di soddisfare palati esigenti e soprattutto grazie all’impegno di molti produttori che vedono la luce i microbirrifici artigianali, sempre troppo pochi rispetto alle cantine vinicole, ma si parla di un prodotto che ha il suo maggior consumo nel periodo primaverile estivo.
Non dimentichiamoci di menzionare a San Martino delle Scale, frazione montana del Comune di Monreale, dove si è costituita l'associazione Hora Benedicta, con sede all'interno dell'Abbazia di San Martino, nella quale alcuni appassionati di birra artigianale hanno creato qualcosa di unico. Maurizio Intravaia, principale animatore del gruppo, coadiuvato da alcuni dei 12 soci, ha iniziato delle sperimentazioni che, nel giro di pochi mesi, è stata codificata la ricetta di una birra scura molto particolare, con numerosi malti e luppoli, ma soprattutto con circa 8 spezie tra cui genziana, semi di finocchio, liquirizia ed altre segretissime erbe digestive, coltivate nei giardini dell'abbazia dei monaci. Il microbirrificio Paul Bricius, il quale accettò con entusiasmo la produzione della nuova Abbey Ale siciliana con il patto di seguire la ricetta originale.
Oggi tra microbirrifici, Beer Firm e Brew pub in Sicilia vi sono quasi una settantina di aziende. Un boom maturato negli ultimi anni. Le storie raccontano di piccoli imprenditori arrivati alla produzione di birra direttamente con un proprio microbirrificio o indirettamente grazie a quelle che si chiamano beer firm con la birra prodotta da altri sulla base di una ricetta a volte proposta dallo stesso imprenditore a volte invece dal produttore. Ma soprattutto raccontano di grande passione per questo prodotto nella terra del vino e dei vigneti non certo del luppolo, ma poi il settore siciliano è cresciuto anche con grandi risultati in termini di qualità».

Possiamo dire che, in gran parte dei casi, quello siciliano è un prodotto molto identitario: sono numerosi gli esempi di birra che riportano gli aromi dell’isola.
Quasi dimenticavo di birra parla anche la Bibbia. Ed è birra che gli ebrei bevono durante la festività del Purim.
Se non bastasse come incoraggiamento citiamo : “Chi beve birra, si addormenta presto; colui che dorme a lungo, non pecca; chi non pecca, entra in Paradiso. Dunque, beviamo birra!” (Martin Lutero).

Fonti di questo articolo:



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