
Nel periodo della grande emigrazione siciliana, tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, molti emigrati e numerose famiglie rimaste in Sicilia erano analfabeti o avevano una scarsa istruzione. Comunicare con i propri cari diventava quindi una questione tutt’altro che semplice.
In questi casi, la redazione delle lettere e l’invio delle rimesse avvenivano grazie all’aiuto di intermediari: parenti alfabetizzati, maestri, notai, impiegati postali o, molto spesso, il parroco del paese. Le lettere venivano dettate a voce e trascritte da altri, mentre il denaro era inviato tramite vaglia postali o attraverso banchieri locali.
In questi casi, la redazione delle lettere e l’invio delle rimesse avvenivano grazie all’aiuto di intermediari: parenti alfabetizzati, maestri, notai, impiegati postali o, molto spesso, il parroco del paese. Le lettere venivano dettate a voce e trascritte da altri, mentre il denaro era inviato tramite vaglia postali o attraverso banchieri locali.
Che i siciliani si siano adattati ai luoghi di accoglienza, e come abbiano reagito tra rifiuti e segregazione, lo si può solo immaginare e che alcuni abbiano talvolta scelto l’illegalità per affermare il proprio diritto ad esistere come comunità, è storia.