L’inquisizione in Sicilia i luoghi dell'inquisizione e la Chiesa di Santa Maria degli Angeli, meglio nota come “La Gancia”

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L’inquisizione in Sicilia i luoghi dell'inquisizione e la Chiesa di Santa Maria degli Angeli, meglio nota come “La Gancia”

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Pubblicato in Cultura e Società · 20 Gennaio 2023

L’inquisizione in Sicilia i luoghi dell'inquisizione e la Chiesa di Santa Maria degli Angeli, meglio nota come “La Gancia”

L’inquisizione in Sicilia fu formalmente introdotta prima del 1224 dall'imperatore Federico II. L'imperatore con la costituzione "Inconsutilem tunicam" emanata a Palermo, dispose inizialmente che tutti gli eretici, i Musulmani rimasti prima dell'espulsione e della deportazione e gli Ebrei dovessero pagare una tassa a suffragio degli inquisitori di fede preposti al loro controllo.
La Sicilia dal XV fino a quasi tutto il XVII secolo faceva parte dell'Impero spagnolo sotto forma di Vice-Regno, al pari di Napoli e della Sardegna. Dopo un tentativo fallito di estendere dalla Spagna alla Sicilia il Tribunale dell'Inquisizione nel 1481, Il 6 ottobre 1487 Ferdinando II il Cattolico creò il Tribunale dell'Inquisizione e fu inviato in Sicilia il primo inquisitore delegato, Frate Agostino La Pena, la cui nomina fu approvata da Papa Innocenzo VIII. In Sicilia operavano già gli inquisitori apostolici dell'Inquisizione della Santa Sede anche se con modalità meno rigorose rispetto a quelle dell'Inquisizione Spagnola.

In Sicilia l'inquisizione approdò e fu gestita da inquisitori arrivati direttamente dalla Spagna. Il loro potere, di fatto, era superiore a quello dei viceré stessi in materia di procedimenti legali e, ovviamente, superiore all'autorità dei preesistenti giudici e funzionari locali. Assieme al sovvertimento della struttura istituzionale della loro terra, la minaccia di vedere in qualche modo controllate le attività mercantili, finanziarie e commerciali attraverso la censura delle loro vite attuabile dal Tribunale ecclesiastico, l'Inquisizione si rese subito invisa al popolo siciliano ancor prima che le attività persecutorie avessero materialmente luogo.

L'inquisizione siciliana dipendeva direttamente da quella spagnola e operava in assoluta autonomia dalla Santa Sede romana. Paolo III. A capo del tribunale siciliano era preposto un inquisitore generale spagnolo mentre gli altri componenti venivano nominati dal viceré. Ad esempio, a metà del XVII secolo era inquisitore generale di Sicilia lo spagnolo monsignor D. Diego Garsia Trasmiera.

Nel tribunale i primi a operare come giudici furono i Padri Domenicani. Nel 1513 il compito fu affidato ai religiosi Regolari. Il declino del potere dell'Inquisizione in Sicilia cominciò molto lentamente a partire dal 1592 quando il viceré Duca d'Alba ottenne da Filippo II che tutti gli arruolati nella congregazione de' famigliari del Sant'Uffizio (nobili, cavalieri, generali e altri aristocratici siciliani) perdessero i privilegi economici e prerogative fino ad allora concessi, che gravavano pesantemente sull'amministrazione dello stato. I commissari del sant'Uffizio e coloro che vi si affiliavano come famigliari erano inoltre dispensati dalle leggi restrittive sul porto d'armi e godevano di immunità dalla giustizia regia.
Con decreto regio del 6 marzo 1782, dopo oltre 500 anni dall'introduzione, Ferdinando III di Sicilia, disponeva l'abolizione dell'Inquisizione nell'isola.
Per la cui fine si dovette attendere l’arrivo in Spagna di Carlo III di Borbone (1759-88), il più significativo esponente dell’assolutismo illuminato, l’avversario dell’eccessivo potere religioso che espulse nel 1767 i gesuiti dalla Spagna
Il simbolo lugubre di questo straordinario potere dell’Inquisizione in Sicilia fu il Palazzo Steri a Palermo. Ha scritto Leonardo Sciascia (1921-1989) nel 1979 in Nero su nero, un pamphlet che raccoglie pezzi giornalistici usciti tra il 1969 e il 1979: “fatto edificare dai Chiaromonte tra il 1307 e il 1380, probabilmente sulle rovine e nelle strutture di un palazzo arabo, lo Steri diventò reggia degli aragonesi. Fu poi residenza dei viceré. Poi degli inquisitori, del tribunale e del carcere inquisitoriali dal 1605 al 1782.
Il decreto che aboliva l'Inquisizione siciliana a cui seguì la chiusura delle carceri, la distruzione di stemmi e insegne, l'eliminazione delle gabbie di ferro utilizzate per esporre le teste dei ribelli sulla facciata del palazzo Chiaramonte di Palermo. Poco dopo, l'intero archivio inquisitoriale venne dato alle fiamme.

Scopi del Tribunale
Lo scopo del tribunale era mettere a tacere uomini di "tenace concetto" ossia recidivi peccatori della morale, eretici o comunque agitatori, sobillatori e diffusori di idee e stili di vita, credenze e superstizioni, contrari alla conservazione della fede cattolica. A differenza dei tribunali romani, non vennero svolti quasi mai processi in cui venivano dibattute teorie teologiche.
L’Inquisitore emanava l’edictum fidei e chiedeva ai fedeli di denunciare chiunque fosse sospetto di eresia, di intrattenere “commercio” con il demonio o possedesse libri proibiti. Il presunto reo veniva fatto catturare senza preavviso; solo alle persone di rango veniva recapitato, invece, un ordine di comparizione.
Non potendo mandare a morte un “fratello in Cristo” i giudici del Sant’Uffizio affidavano il reo al braccio della giustizia secolare che si occupava di accendere il rogo nel Piano della Marina, di fronte allo Steri, nel Piano di Sant’Erasmo o nel Piano della Cattedrale.

Le prigioni di palazzo Steri a Palermo
Nelle prigioni del Palazzo Chiaramonte-Steri a Palermo, dove per quasi tre secoli gli inquisitori interrogarono, torturarono e uccisero uomini e donne, tra ebrei o semplici sospetti di comportamenti giudaizzanti, frati, suore, innovatori, libertari, nemici dell'ortodossia politica e semplici poveracci, rimangono preziosi graffiti dei carcerati, testimonianza unica delle sofferenze patite.

Il sistema carcerario e inquisitoriale di Monreale, il carcere più antico e grande, per importanza e struttura, riguardava l'edificio posto a chiusura dell'attuale piazza del duomo, non più esistente perché abbattuto nel 1860 dalla spedizione garibaldina, in quanto simbolo della monarchia borbonica e della secolare oppressione delle varie dominazioni che si sono avvicendate nell'isola.
All'interno del palazzo dell'Arcivescovo di Monreale, esisteva un piccolo carcere con relativi "dammuselli". Qui i detenuti, con i ferri ai piedi, giungevano per esser sottoposti all' "indagine della verità". I memoriali antichi di quei carcerati narrano che in quel luogo si effettuassero torture ai sospetti di reati per mostrarne l'innocenza o viceversa la colpevolezza.
Si era arrivati ad un vero e proprio Stato nello Stato, quello che emerse era il disegno di una strategia inquisitoriale, dalla trama ben più complessa della sua attività religiosa, ma esercitava un controllo sulle attività.

Palermo riapre al pubblico la cappella con la tomba dell'inquisitore ucciso da fra' Diego La Matina La cappella di Nostra Signora di Guadalupe
La Chiesa di Santa Maria degli Angeli, meglio nota come “La Gancia”, per la sua nota bellezza e per gli eventi storici che sono avvenuti qui nel 1860, con la sanguinosa rivolta che coinvolse le cosiddette Tredici Vittime.
Non tutti però conoscono un particolare dettaglio che si trova all’interno della chiesa, per la precisione nella Cappella della Madonna di Guadalupe. Qui infatti si trovano le sepolture di alcuni esponenti dell’Inquisizione Spagnola, con tanto di iscrizioni sulle lapidi e negli elementi decorativi in lingua iberica.
È la cappella sfarzosa, un vero trionfo barocco nel centro storico di Palermo, in cui è sepolto don Juan Lopez de Cisneros, il famoso «inquisitore» ucciso nelle segrete dello Steri «dall’eretico» fra’ Diego La Matina nel 1657: reso celebre dal romanzo di Sciascia Morte dell’Inquisitore, don Juan fu ucciso da La Matina durante l’ennesimo interrogatorio. Il frate eretico e bandito, accusato di blasfemia, colpì l’inquisitore con un «ferro». Fatto sta che l’inquisitore morì dopo pochi giorni di agonia e La Matina fu condannato al rogo durante l’Autodafé. Don Juan López de Cisneros, con altri notabili spagnoli, fu sepolto nella chiesa di Santa Maria degli Angeli La Gancia in via Alloro, alla Kalsa, nella cappella di Nostra Signora di Guadalupe che, caso unico, appartiene al clero spagnolo, così come altre due chiese in città, Santa Eulalia dei Catalani sede dell'Instituto Cervanes e la cappella di Nostra Signora della Soledad.
Tra marmi mischi, stucchi e puttini del Serpotta, statue, un bellissimo tabernacolo con la sua tela del Gesù Cristo risorto, il gruppo ligneo della Madonna con Bambino, la tela del Bongiovanni, tutto chiuso da una cancellata artistica in ferro battuto.




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