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Miti e leggende di Sicilia

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I miti, le leggende, le fiabe, siciliane

I miti le leggende le fiabe siciliane

Il mito, generalmente tenta di dare una spiegazione alle forze che regolano la natura, la nascita, la crescita, la morte. Ma la presenza nel racconto delle figure divine, che agiscono compiendo azioni eccezionali. I miti sono quindi racconti di magia, ma essi hanno in sé elementi di verità e di religiosità.

Le leggende traggono il loro contenuto dalle vicende di una comunità, da eventi che si presumono realmente accaduti, da fatti storici. Ma, a differenza dei miti; le leggende hanno una collocazione più precisa nel tempo, una maggiore determinazione di luoghi, date e personaggi.
Questo tipo di narrazione appartiene a un genere popolare che più degli altri veniva raccontato per le vie e per le piazze.

Le fiabe sono una narrazione fantastica incentrata su un racconto che, tramandato a voce di generazione in generazione, conserva però inalterata la sua struttura narrativa. Esse, a differenza dei miti e delle leggende, raccontano il quotidiano, parlano di matrimoni e di morti, di rapporti padre-figli, di povertà e di ricchezza.
E' Peloro che da il nome alla punta estrema della Sicilia da oriente,  porta dell’isola, città di Messina, dimora di Nettuno, Orione e del gigante Peloro.
Dal seme del drago nacque Peloro a Tebe, ma e’ qui in questo luogo ricco  di prodigi che cercò e vi ritrovo la sua più precisa collocazione. Il gigante buono che tiene in soggezione Tifeo, mostro mitologico malvagio che vuole cancellare e distruggere la Sicilia, ma il grande Peloro ormai da millenni lo tiene sotto il suo giogo.

La favola parte da lontano, da tre ninfe che dopo aver deciso di fare un viaggio e aver portato con sè, da ogni angolo del mondo i doni che la terra offriva, nel tornare a casa scoprono uno specchio di mare di indicibile bellezza. La magia le incanta ed esse nel disporsi sull'acqua nelle tre direzioni lasciano cadere, nel lembo di mare così circoscritto, pugnetti di terra conservati nel cavo della mano - dando vita a capo Pachino, capo Peloro, capo Lilibeo e lì  spargono fiori, frutti e bacche raccolti in ogni dove. Le tre ninfe, nel racchiudere l'isola nella geometrica espressione del triangolo, consegnano alla Sicilia l'appellativo di Triquetra, di Trinacria, con cui si suole anche identificare il più antico simbolo dell'isola: le tre gambe disposte a raggera. Simbolo mediterraneo per eccellenza, la trikeles è il rimando del divenire perenne, l'alternarsi del tempo nel mito dell'eterno ritorno delle prigenie stagioni: primavera, estate, inverno.
Tanta generosità elargita in un solo pezzo di terra, andava custodita, tutelata, difesa, protetta. Da qui l'assunzione, al centro del simbolo, della testa della medusa che, nel racconto epico, riflessa sul clipeo di Athena, consente a Perseo di combattere il mostro e di recidergli il capo. Se il feroce ghigno delle sue fattezze suggerisce di porla all'ingresso del regno degli Inferi, per dissuadere i nemici, per scoraggiare gli invasori, non diversamente la Sicilia che, nel rimando, intende esorcizzare il pericolo, ammonire con ugual terrore coloro che intendono portarle guerre, saccheggiarla, dominarla. Non è un caso se da tutte le vicissitudini che hanno interessato questa terra, l'isola si sia sempre sollevata, scrollandosi di dosso tiranni e conquistatori.
 Come le spighe di grano che si flettono al vento che passa, ma che si risollevano non appena questi si placa. In questo scenario di incomparabile bellezza, come spiegare le messi nei campi, lo scuotimento della terra, i grandi massi affioranti dalle profondità marine, i gorghi insidiosi che inghiottono gli uomini.
La principessa Sicilia

La principessa Sicilia

La leggenda che secondo la tradizione ha dato il nome alla nostra amata isola, ossia la storia della principessa Sicilia. Sicilia era la principessa del Libano e viveva felice nel suo regno con i suoi genitori; ma un giorno un oracolo disse che se la principessa non avesse lasciato il paese all’età dei 15 anni, sarebbe stata divorata da un mostro, il Greco-Levante. Così, al compimento del quindicesimo anno di età, il re e la regina mandarono via Sicilia con una barca, al largo del Mediterraneo. Qui la ragazza trascorse tre mesi, e non vedendo mai terra, cominciò ad accettare l’idea di morire. Ma proprio quando il peggio stava per compiersi, i venti la spinsero verso una terra rigogliosa, luminosa e piena di fiori e frutti.
La ragazza esultò di gioia, ma la felicità durò poco; l’isola era deserta. Ma all’improvviso apparve un giovane ragazzo che le rivelò cosa fosse accaduto: gli abitanti originari erano tutti morti di peste, ma gli dei volevano creare una nuova stirpe su questa terra così ricca e meravigliosa. E loro due erano i prescelti per compiere la volontà divina. Così i due si amarono e diedero vita alle prime generazioni siciliane, e il territorio prende il nome proprio da colei che con il suo grembo riportò vita su quest’isola. Questa leggenda è una variante di quella greca di Egesta, troiana che per salvarsi dal mostro marino inviato da Nettuno, si imbarcò e approdò in Sicilia, dove sposò il dio Crimiso. Dall’unione nacquero Eolo e Egeste, fondatore di Segesta.
La leggenda di Colapesce

La leggenda di Colapesce

Si era dunque verso l'anno 1230, nel giorno di San Nicola, e Federico II, re poeta era l’illuminato Re della Sicilia , poiché alcuni cortigiani gli avevano parlato di Cola e delle sue straordinarie capacità di  nuotatore aggiunte ad  immersioni senza tempo, volle vederlo all'opera e perciò lo convocò a bordo della sua nave, ancorata al porto. Egli, a quel tempo, viaggiava per cercare uno sposo degno della propria figlia che, come da lei  richiesto, alla bellezza della persona unisse anche la gentilezza del costume e il coraggio dei prodi, ma, sino ad allora, nonostante avesse ricevuto principi e nobili da molte parti del regno, nessuno aveva soddisfatto e accontentato le esigenti pretese della principessina. - Io mi darò - diceva  - solo a chi mai niente potrà negarmi, solo a chi per me oserà affrontare i pericoli più terribili e, se occorre, anche la morte, per farmi felice!...

Quando Cola fu davanti al Re e alla sua Corte, e s'inchinò devoto e timido, un mormorio di sorpresa si alzò dagli astanti che rimasero meravigliati della sua bellezza e della sua prestanza. Il viso di Cola, chiaro e ancora giovanile, non recava traccia alcuna della salsedine e, anzi, pareva che l'acqua del mare, lungi dal solcargli la pelle, gliel'avesse levigata e resa ancora più liscia e morbida.
Disse il re Federico nuoti come un pesce, parli con le ninfe dell'Oceano e nuoti con le sirene del mare; è vero? - - O Re! - rispose Cola - Io sto in mare come tu stai nel tuo letto... Io passeggio sul fondo del mare, come tu e la tua Corte passeggiate nei giardini dei tuoi palazzi... Io parlo con le oceanine come fa la Principessa con le sue dame... Ti hanno detto il vero!
Orbene! - disse affine il Re - Voglio metterti alla prova, io getterò in mare questa coppa d'oro massiccio tempestata di pietre preziose, in cui ho bevuto... Se tu la troverai e me la riconsegnerai... se farai questo,  allora io ti farò ricco! E la Principessina, aggiunse: - O Cola! Anch'io voglio metterti alla prova... Getterò in mare questa cintura e se me la riporterai... io ti darò la mia mano da baciare! E, detto ciò, il Re buttò in mare la coppa e la Principessina la cintura.
Cola non rispose, si tuffo per tre volte, ancora una volta non rispose. Salì sul bordo della murata e spiccò un gran salto, entrando a capofitto nel mare.
L'acqua, nel punto in cui era sparito Cola, già da qualche tempo era tornata liscia come prima.
Il tempo passò in fretta e subito si fece sera. Cola, detto Colapesce, non tornò più a galla: questa volta il mare volle tenerlo per sé, per non dividerlo mai più.
E la leggenda ci ha tramandato che Colapesce, giunto in fondo al mare, vide la colonna Peloro, quella sulla quale poggia la cuspide settentrionale della Sicilia, quasi sul punto di crollare. Allora, temendo che la sua Messina potesse sprofondare da un momento all'altro, volle sostituirsi ad essa e corse a sorreggerla, per non farla spezzare del tutto. Ed ancora è lì che sorregge quella colonna e protegge Messina dai terremoti. Quando Cola è un po’ stanco Messina ondeggia e vacilla, ma mai potrà succedere nulla di grave perché Cola ama la sua città più di se stesso e la sorreggerà in eterno.
Capo Peloro

Capo Peloro

Scilla era figlia di Tifone e di Echidna. Era una Ninfa bellissima che viveva sulla estrema sponda della Sicilia in quel sito che si chiama Peloro.
Quando Glauco la vide, se ne innamorò, ma Scilla fuggì rifiutandolo. Glauco chiese aiuto alla maga Circe affinché preparasse un filtro d'amore per conquistare la bella fanciulla. Ma la maga, invaghìtasi di lui e, vistasi rifiutata, decise di vendicarsi su Scilla. Con erbe malefiche preparò una pozione con cui infettò le acque della caletta dove la giovane era solita riparare.
Scilla si immerse nelle acque si trasformò in un orribile mostro con sei teste e cani latranti che le spuntavano dai fianchi con bocche dotate ciascuna di una triplice fila di denti. Per l'orrore che ebbe di se stessa, Scilla si precipitò in mare e si nascose in uno scoglio di fronte all'antro dove dimorava l'altro mostro marino Cariddi. Condannata a vivere in quell'antro, da quel giorno Scilla sporgeva le sue teste per  terrorizzare ed uccidere i naviganti che di lì transitavano o per rapirli quando le si avvicinavano. Glauco disperato per il destino dell'amata fuggì, ma si rifiutò di unirsi a Circe che si era così crudelmente vendicata della fanciulla, sua inconsapevole rivale.  
Cariddi e lo stretto di Messina

Cariddi e lo stretto di Messina

Cariddi figlia di Posidone e di Gea la Madre Terra era una donna vorace e  rapace, rubò a Eracle una mandria di buoi e Zeus la punì fulminandola e facendola cadere nel Mediterraneo nello Stretto tra la riva Siciliana e quella Calabra. Qui rimase sotto forma di grande scoglio, pericoloso per i naviganti. Omero immaginò che questo scoglio inghiottisse tre volte al giorno le onde dello stretto che separano la Sicilia dalla costa italica, e tre volte le vomitasse. Per evitare lo scoglio o i vortici di Cariddi, i naviganti dovevano avvicinarsi a quello di Scilla che con le sue bocche latranti li ingoiava.  Cariddi rappresentava i pericoli della navigazione nello stretto di Messina in particolare si identifica con un fenomeno di maree presente in vari punti dello stretto, in particolare presso la punta Faro, che genera spostamenti d'acqua e veloci emersioni di acque profonde che generano gorghi.
Scilla e lo stretto di Messina

Scilla e lo stretto di Messina

Dopo che  Scilla fu trasformata in mostro Glauco aveva preso l'abitudine di uscire con la barca fuori dalle acque dello Stretto e di avvicinarsi all'antro di Scilla. Quando giungeva nei pressi, la chiamava per nome e cominciava a rammentarle il tempo felice dei loro primi incontri. L'orrido mostro, più di una volta, fu sul punto d'avventarsi contro con le sue bocche latranti ed inghiottirlo.
Una volta, mentre tornava da una pesca lontana, vide in mezzo al mare un'isola bellissima piena d'alberi e di fiori. Persino sul bagnasciuga vi cresceva un'erbetta verde e argentata, soffice e molle come un bellissimo tappeto.
Glauco accostò con la barca a quell'isola sconosciuta, tirò a secco le reti e sedette sulla soffice erba, cominciando a selezionare i pesci pescati. E allora egli vide una cosa incredibile, meravigliosa. Quei pesci, appena toccavano quell'erba, tornavano a vivere, e a piccoli balzi saltellavano verso il mare, e vi si tuffavano dentro riacquistando vita e vigore.
La sua barba cominciò ad assumere un bel colore verde e su tutto il corpo gli spuntarono peli verdi e lunghi, sottili e fini come fili di seta. E mentre avveniva tutto ciò il cuore di Glauco si riempiva di gioia. Mangiò di quell'erba, una forza incontenibile, più grande della sua stessa volontà, lo fece alzare da terra e correre verso il mare, dentro al quale s'immerse con un gran balzo.
Lievi le onde lo accarezzarono, divenne un tritone del mare, immortale e profetico.
La leggenda che anche ai tempi nostri, quando infuria la tempesta, Glauco solleva il capo al di sopra delle onde e subito, il mare si fa calmo e diventa invitante, come lo era nella preistoria, quando Scilla era ancora una fanciulla bellissima pronta ad amare  e non un feroce mostro marino, con dodici gambe e sei latranti teste canine.
Le sirene

Le sirene

Il mito narra che le sirene fossero figlie del dio fluviale Acheloo e della Musa Calliope. Erano le messaggere di Persefone.
Il loro compito era quello di fare entrare le anime dei defunti nell'Ade addolcendogli il passo col loro canto.
Tra i greci erano spesso figurate come uccelli con la testa e il dorso di donna e con artigli robusti. Essendo figlie di una Musa, esse erano esperte nella musica e soprattutto nel canto che era dolcissimo. Le Sirene col corpo finale di pesce sono una raffigurazione più tarda. Le Sirene compaiono per la prima volta in Omero, dove il loro numero pare essere fissato a due. Sul loro doppio aspetto, di donna e di uccello, si tramandano leggende diverse. Secondo la più diffusa, le Sirene erano compagne di Persefone, quando la fanciulla venne rapita da Ade, esse non fecero nulla per aiutarla. Allora Demetra le trasformò in uccelli, e ordinò loro di cercare per tutta la terra la figlia rapita. Le Sirene persero poi la capacità di volare quando le Muse, dopo averle sconfitte in una gara di canto, strapparono loro le ali e se ne fecero una corona
Le sette sorelle, Isole Eolie

Le sette sorelle, Isole Eolie

Due personaggi della mitologia, il primo era figlio di Ippote o Poseidone e di Arnea. Sposò Enarete e ne ebbe sei figli e  sei figlie, tra cui, secondo alcuni, Canace e Macareo. Dimorava nelle isole vulcaniche, le sette sorelle, presso Messina  che da lui presero il nome di Eolie e dove esercitava il potere su tutti i venti rinserrati in una caverna dunque era dio dei Vènti o meglio ne era il Re, Zeus gli aveva concesso il potere di placarli o suscitarli.  Le isole dove egli dimorava si riteneva che fossero isole galleggianti Durante il suo errare, dopo la battaglia di Troia accolse benevolmente Ulisse che era sfuggito al Ciclope Polifemo. Eolo lo trattenne circa un mese come ospite, non voleva lasciarlo andare, a seguito alle insistenze dell'eroe per riprendere il viaggio nel momento dei saluti gli donò un vento favorevole e un’otre di pelle di bue pieno di tutti i venti. Se saggiamente governati questo dovevano riportarlo direttamente a Itaca. E già si potevano scorgere i fuochi accesi dai pastori nell'isola, nella sua Itaca, allorché l'eroe si addormentò. I compagni, spinti dalla curiosità, credendo che l'otre di Eolo contenesse oro, l'aprirono e i venti ne scapparono via provocando un uragano che sospinse la nave nella direzione opposta, facendola approdare di nuovo presso Eolo. Di nuovo Ulisse chiese al Dio un vento favorevole. Eolo gli rispose di non poter fare più niente per lui, ora che gli dei avevano manifestato così apertamente la loro ostilità al suo ritorno, e credendo il suo ospite perseguitato dagli dèi lo cacciò.
Il monte Etna

Il monte Etna

Efesto o Vulcano, dio del fuoco, fu il fabbro degli dei. Figlio di Zeus e di Hera. Quando nacque la madre non, lo accettò con amore, infatti, quando lo vide restò terrorizzata dalla bruttezza dell'essere che la regina degli dei aveva generato, così vergognandosi di lui decise di scaraventarlo giù dall'Olimpo.
Hera gli commissionò un trono d’oro, Efesto, però, riconobbe subito la madre e cercò di vendicarsi per il male fattogli da piccolo. Quando il trono fu pronto, la regina, lo fece ammirare a tutti gli dei, esaltando la bravura con la quale era stato lavorato, ma soprattutto che, chi l’aveva costruito era stato un dio, suo figlio Efesto, e chiese a Zeus di accettarlo sull’Olimpo. Tutto era perfetto solo un particolare non andò a       genio a Hera, in pratica lei non si poteva più alzare dal trono perché dei lacci trasparenti l’avevano legata. Alle sue grida disperate tutti gli dei andarono a consolarla e Zeus mandò Ermes a cercare Efesto, perché sciogliesse la madre dal misterioso ordigno, però lui non accettò di andarci e anzi provava gioia per la burla riuscita. Dopo il fallimento d’Ermes, fu il turno d’Ares, ma fu inutile, quindi per ultimo fu mandato Dioniso, che col dolce suo vino ubriacò Efesto e lo convinse a liberare la madre. Zeus, per sdebitarsi del torto fatto dalla moglie gli offrì in sposa Venere. Efesto sull’Olimpo fu bene accettato perché inizio a costruire palazzi ed oggetti utili agli dei come il tridente di Poseidone, il carro del sole, spade, elmi ed altro. Col tempo Efesto dimenticò il torto subito dalla madre e si affezionò a lei, e proprio perché la difese durante un litigio col marito, egli fu scaraventato giù dall’Olimpo su Lemmo, però questa volta per mano del padre. In seguito stanco per essere deriso per la sua goffaggine e per i continui tradimenti di Venere, decise di lasciare per sempre l’Olimpo e di rifugiarsi nelle viscere del monte Etna. Qui aiutato dai Ciclopi continuò la sua abilità di lavorare qualsiasi oggetto.
Fata Morgana e lo stretto di Messina

Fata Morgana e lo stretto di Messina

La leggenda ci tramanda che, dopo aver condotto suo fratello Artù ai piedi dell'Etna, Morgana si trasferì nella zona dello Stretto di Messina, dove i marinai non si avvicinano a causa delle forti tempeste. Elegge questa zona come stabile dimora e si costruisce un palazzo di cristallo. Talora Morgana esce dall'acqua con un cocchio tirato da sette cavalli, per quanto abbia anche un vascello d'argento, e getta nell'acqua tre sassi, il mare prima si gonfia poi diventa di cristallo e riflette immagini di uomini,  città, palazzi e foreste. Grazie alle sue abilità, la Fata Morgana riesce ad ingannare il navigante che, illuso dal movimento e dalla vibrazione di tale visioni crede di approdare a Messina o a Reggio, ma in realtà naufraga nelle braccia della fata.
La Fata Morgana non è altro che un fenomeno ottico quello della Rifrangenza della luce che da origine al miraggio che è quel fenomeno che fa vedere oggetti e luoghi lontani come se fossero vicinissimi.
Mata e Grifone a Messina

Mata e Grifone a Messina

Una leggenda la più popolare per ogni messinese che racconta narra che  quando la valorosa Messina era uno dei pochi baluardi siciliani che resisteva all'occupazione saracena, un gigantesco invasore moro di nome Hassas Ibn-Hammar, sbarcò in città e  durante uno dei tanti  saccheggi  vide la bella cammarota Marta che in dialetto si trasforma in Matta o Mata figlia di re Cosimo II da Casteluccio. Il possente saraceno  se ne innamora e la chiede in sposa ma ottiene un rifiuto. Ciò provocò l'ira del pirata antropofago che uccise e saccheggiò più di prima. I genitori, preoccupati, nascosero Marta, ma il moro riuscì a rapirla con la speranza di convincerla a sposarlo. Il pirata  ottenne l’amore della bianca e austera  fanciulla solo dopo la sua conversione al cristianesimo e il suo nome da Hassan si trasformò in  Grifo anzi Grifone per la sua mole. I due innamorati prosperarono ed ebbero numerosi figli: i messinesi appunto.
Mata e Grifone sono  due statue gigantesche che, nel corso dei secoli, sono state identificate con varie figure della mitologia: Kronos e Rhea, Saturno e Cibele,  Cam e Rea, Zanclo e Rea, Mata e Grifone.
Il gigante Tifeo

Il gigante Tifeo

Dopo la sconfitta dei Giganti, la Madre Terra si unisce col Tartaro per generare Tifone o Tifeo, che la vendichi. Costui é un mostro spaventoso, altissimo, dalle immense braccia e ali, con mani che sono tante teste di serpenti e le gambe pure costituite da grovigli di serpi. Sputa fuoco dagli occhi e dalla bocca. Tifone si scaglia contro l'Olimpo, ma dopo un iniziale successo su Zeus ha la peggio e viene precipitato e imprigionato sotto la Sicilia. Narra la leggenda che la Sicilia è sorretta da questo gigante chiamato Tifeo, che per aver osato impadronirsi della sede del cielo venne condannato a questo supplizio.
Orione

Monte scuderi e la truvatura

Monte Scuderi, Monti Peloritani, e si eleva fino  a 1253 metri. Una piccola sella lo congiunge alla cresta che da Dinnammare va a Monte Polverello e a Monte Cavallo dei monti Peloritani.
La vetta quasi un pianoro, lisciato dai venti e dalle piogge,  forma una sorta di grande terrazza naturale alla quale si accede mediante due ingressi siti dalla parte  Est e Ovest dello stesso. Dalla sommità lo sguardo può spaziare  dall'Etna a capo Peloro e spingersi ancora  oltre verso il Tirreno.
La leggenda ci tramanda  che una giovane principessa, figlia del sovrano che abitava sul Monte, fu messa dal padre a guardia del suo immenso tesoro e che in virtù di un incantesimo fu costretta a vegliare su di esso per l'eternità.
Pare che queste immense ricchezze fossero costituite da tre grossi cumuli di monete: uno d'oro, uno d'argento e uno di rame; farebbero parte di esso anche una chioccia e ventuno pulcini d'oro che corrono qua e là come pulcini veri, pigolano e saltellano tanto da rendere impossibile la cattura a chiunque vi si cimenti. Del tesoro fanno parte anche  ceste colme di collane e bracciali, brillanti e rubini, perle e pietre preziose. Questo tesoro può essere recuperato ma soltanto a determinate condizioni e superando determinate prove. La prima condizione è che della spedizione dei cercatori faccia parte un prete e una vergine. La spedizione deve avvenire in una notte di luna piena. In quella stessa notte una parte del gruppo deve filare, torcere e biancheggiare il filo così da tessere la tela necessaria per fare un tovagliolo. Un’altra parte del gruppo deve invece pescare nello specchio di mare davanti al Monte, vale a dire presso Itala Marina, dei pesci da portare velocemente sul Monte in modo che vi giungano ancora vivi. Appena arrivati lassù i pesci devono essere cotti sul fuoco di eriche del Monte, davanti all'ingresso della Grotta, e mangiati sul tovagliolo tessuto. E’ importantissimo che tutte queste operazioni vengano fatte prima  sorga il sole dalle prospicienti montagne calabresi.
Fatto tutto ciò e finita la colazione bisogna addentrarsi nella grotta, in fondo alla quale si incontrerà un gran serpente che si attorciglierà attorno a tutti i componenti il gruppo e così ad uno dopo l'altro gli leccherà  il viso. I cercatori della truvatura non dovranno manifestare alcun timore , nè provare disgusto, nè tantomeno raccomandarsi ai Santi, poichè basta mostrare timore o avere una minima titubanza per annullare tutti gli sforzi fatti fin lì e ritrovarsi scaraventati lontanissimi dalla grotta.  Superata  anche questa  prova apparirà la bella custode del tesoro. A questo punto  il sacerdote che fa parte del gruppo dovrà leggere speciali liturgie per spezzare l'incantesimo. Se le formule lette sono quelle giuste i cercatori vedranno in lontananza il tesoro, dal quali però sono ancora divisi da un grande lago che è impossibile attraversare. A questo punto superando degli indovinelli posti dalla bella principessa si dovrà trovare la barchetta con la quale si potrà attraversare il lago. Sulla barca potrà prendere posto solo una persona insieme alla  vergine che si trova nel gruppo e questa dovrà traghettare tutti i componenti sulla sponda dove si trova il tesoro. Mentre avviene tutto ciò il Monte comincerà a tremare fra scoppi e ululati lontani e il fondo della grotta diventerà rosso, e il lago sarà percorso da ondate gigantesche  Superata anche questa prova, sull'atra sponda del lago, il gruppo verrà assalito da un cavallo enorme, inferocito, che girerà intorno al tesoro impedendo di accostarsi ad esso. A questo punto bisogna contare "13 volte 13" rimanendo uniti ancora una volta senza avere paura. Solo a questo punto la fattura si scioglierà  la bella principessa sarà liberata dall'incantesimo e il fondo della grotta si aprirà dando la possibilità ai cercatori di raggiungere il tesoro, quindi la sorgente del torrente Itala e di scendere a valle.

La Leggenda di Aci e Galatea

All’ombra dell’Etna, la fertilità del terreno e le abbondanti piogge fanno crescere grandi distese d’erba, in cui numerosi greggi trovano il loro nutrimento.
Un tempo, uno dei greggi più numerosi era quello di Aci, figlio del Dio Fauno e della ninfa Simete. Aci era un pastore di cuore tenero, snello di fisico, biondo e attraente, che trascorreva le sue giornate ad accudire il proprio gregge, facendo attenzione a non dar fastidio ai Ciclopi, che abitavano nelle caverne del vulcano.
Un giorno, per rinfrescarsi dall’arsura del sole di Sicilia, si avvicinò ad una fonte per rinfrescarsi: in questa, vide il riflesso di una bellissima fanciulla.
Si voltò, cercando la ragazza, ma non vide nessuno. Riguardò dentro la fonte, e sembrò di rivedere la ragazza, ma intorno a lui non vi erano persone. Rimase perplesso e torno nella sua dimora dopo che le sue pecore finirono il pasto.
Quella notte non riuscì a prendere sonno e decise di avventurarsi in quello stesso sentiero quando ancora non erano spuntate le prime ore del giorno insieme al suo gregge. Con grande stupore, trovò in quella collina tante altre pecore, ma nessuno che le accudiva.
Gridò forte fino a quando una giovane fanciulla apparve improvvisamente. Aci rimase immobile, affascinato dalla sua bellezza e riconoscendo la ragazza che il giorno prima si era mostrata nella fonte. Era Galatea, la ninfa dell’Etna, che si era innamorata del giovane pastore. Ella era da tempo corteggiata da Polifemo, verso cui però non provava alcun sentimento.
I due si guardarono intensamente e iniziarono a baciarsi, unendosi nei verdi prati etnei. Quando i primi chiarori del giorni iniziarono a illuminare le vallate, l’Etna inizio a brontolare, lanciando lapilli e boati. Erano segnali di pericolo, ma i giovani non se ne curarono.
Presto, arrivò Polifemo, irato di gelosia e pronto a vendicare l’offesa subita. Afferrò Aci e lo lanciò lontano da Galatea. Quindi, prese un masso di immani dimensioni e finì Aci, schiacciandolo sotto la grande roccia. Il sangue del povero pastore iniziò a scorrere sempre più intensamente, in direzione del Mar Tirreno. Qui colorò di rosso l’intero mare e il sangue si tramutò in un corso d’acqua, ai piedi dell’Etnea, dove si tuffò la ninfa, rendendo eterno l’amore tra Aci e Galatea.

La Leggenda di Aretusa e Alfeo

La ninfa Aretusa era conosciuta in tutta la Grecia per la bellezza del suo corpo e la delicatezza dei suoi gesti.
Artemide, sorella di Apollo e divinità della caccia e delle fanciulle, se ne prese cura sin dalla tenera età, allenandola alla corsa e al nuoto, discipline in cui Aretusa divenne imbattibile.
Un giorno, dopo una lunga corsa nei boschi, Aretusa decise di rinfrescarsi in un bellissimo corso d’acqua immerso tra grandi piante. Tolte le vesti, Aretusa si concedette ad un bagno rilassante in questo luogo bellissimo: il cinguettio degli uccelli, il vento tra le foglie e il dolce scorrere della acque suonavano come una melodia.
Tutto ad un tratto però, calo un silenzio surreale, seguito da un sussurro che spaventò la ninfa. Uscita dall’acqua, inizio a correre veloce. Una voce però l’intimò di fermarsi: era Alfeo, la divinità del corso d’acqua, attratto dalla bellezza di Aretusa.
Alfeo iniziò a inseguire Aretusa, già stanca dalla precedente corsa. La ninfa, quando si senti ormai raggiunta, chiamò in aiuto Artemide. Questa avvolse in una nuvola Aretusa e soffiò forte in direzione della Sicilia, per mettere a riparo la ninfa che aveva accudito con tanto amore.
Arrivata nei pressi di Ortigia, la nuvola iniziò a lasciar cadere Aretusa, che si tramutò in una sorgente d’acqua dolce e fresca.
Alfeo, realmente innamorato di Aretusa, chiese aiuto al padre Oceano: questi, convinto dal sincero amore, aprì le acque dello Ionio e permise ad Alfeo di raggiungere la Sicilia.
Aretusa, convinta da tanto amore e insistenza, cedette alle richieste di Alfeo. Artemide, per suggellare il loro amore, scavo una caverna sotto la fonte, così da far correre per l’eternità le acque di Aretusa e Alfeo.

La Leggenda di Ciane e Anapo

La leggenda di Ciane e Anapo è strettamente legata con il ratto di Proserpina. Ciane era una ninfa, amica fidata di Proserpina, che assistette al rapimento della giovane Dea da parte di Ade.
La ninfa tentò di fermare la corsa del malvagio Dio, aggrappandosi al carro condotto da Ade. Per liberarsi di Ciane, Ade la trasformò in un corrente d’acqua, senza alcuna possibilità di poter tornare in sembianze umane.
Anapo, l’amato giovane di Ciane, decise allora di farsi tramutare anch’egli in corso d’acqua, per correre a fianco della sua amata e ricongiunsi per sempre nei pressi di Siracusa.

La Leggenda di Deli e Ade

In una terra misteriosa, bagnata da acque azzurrissime, una giovane, il suo nome era Deli.
Fu nascosta in quella terra lontana da sua madre, concepita dall’amore segreto con il Dio Ares.
La piccola Deli venne accolta dalle Driadi, le ninfe dei boschi, che le riservarono tanto amore nei suoi confronti. Deli crebbe sana e forte ma soprattutto bella, amata dai suoi amici animali e ben voluta da tutta il bosco. Il suo sorriso rendeva quei luoghi luminosi ed i suoi abitanti felici.
La bellezza di Deli divenne sempre più famosa, tanto da essere conosciuta fino agli Inferi, il regno di Plutone, che ne rimase affascinato. La crudele divinità decise allora di appostarsi sul Monte Erice, in attesa di scrutare la giovane.
Deli si era da poco distesa sotto una grande quercia, per godere della frescura che i folti rami rendevano possibile. Ade si avvicinò repentinamente e tentò in tutti i modi di ottenere con la forza la ragazza.
La pianta sotto cui si stava compiendo questo insano atto ritrasse i suoi rami, rendendo visibile agli Dei l’atto carnale che si stava consumando.
Scese presto una truppa di guerriglieri capeggiati da Ares, per punire Plutone. Tuttavia, la malefica divinità riuscì a difendersi dagli attacchi e sconfiggere l’intera armata, Ares compreso. Quei paesaggi verdi e incontaminati furono tinti di sangue e la bellissima Deli si rassegnò al suo destino.
Gli Dei dell’Olimpo alla vista della scena levarono un grido di dolore. Zeus trattenne l’anima di Deli mentre Eolo liberava il leggero Zeffiro, che risoffiò nel corpo della giovane un alito vitale.
Venere, scesa dal monte Ericino, presa il corpo di Deli e la portò al riparo dai desideri perversi di Plutonio, oltre le acque di Drapanon, (Trapani). La giovane fu trasformata in un isola e affidata alle cure delle Nereidi, le ninfe marine, che l’assistettero fino alla nascita dei semidei, Hiera e Pharbantia, frutto della violenza di Plutone.
La bellezza dei semidei è pari a quella della madre e ancora oggi ammirabile.
Favignana, a pochi kilometri da Trapani, guarda ogni giorno con attenzione le sue figlie, Marettimo e Levanzo.

La Leggenda di Polifemo

La leggenda del gigante Polifemo è narrata nell’Odissea di Omero.
Ulisse, dopo aver perduto la strada di ritorno ad Itaca, approda nella terra dei ciclopi, sproporzionati figure umane con un occhio solo.
Achille, a capo di 12 uomini decide di entrare nella grotta del ciclope, che nel frattempo teneva a bada il suo gregge nelle verdi vallate.
Gli achei iniziarono a divorare la gran quantità di cibo che trovarono all’interno della grotta, fino a quando il ciclope non tornò nella sua dimora. Trovati gli uomini seduti al suo banchetto, irato per il saccheggio, ne divorò due. Quindi chiuse gli altri nella caverna.
Ulisse, meditando vendetta, offrì in dono il vino che aveva portato con sé dalla nave: Polifemo accettò di buon grado la bevanda, gustandone in gran quantità. Ormai ubriaco, chiese ad Ulisse il suo nome, ed egli rispose: “il mio nome è Nessuno”. Quando il gigante si addormentò, Ulisse vendicò i suoi compagni accecandolo con una grande trave di legno incandescente.
Polifemo gridò come un pazzo e cercava senza riuscirci, a prendere qualche Acheo. Allora spostò il grande masso che chiudeva l’entrata, sicuro che Ulisse e i suoi uomini sarebbero scappati. Questi però si legarono sotto il ventre dei montoni che uscirono non appena Polifemo spostò la gigantesca pietra.
Ulisse e i suoi compagni corsero veloci verso le navi che ormeggiavano sulla costa e quando gli altri ciclopi accorsero in aiuto di Polifemo e chiesero chi compì il suo accecamento lui rispondeva: “Nessuno, è stato Nessuno”.
Viste le navi che prendevano il largo, gli altri ciclopi spiegarono a Polifemo della fuga di Ulisse. Il ciclope, furioso e rosso di ira, stacco dal terreno tre grossi massi e li scagliò verso il mare, nel tentativo, vano, di abbattere le navi greche.
Questi tre immensi massi, i faraglioni, sono rimasti immobili e immutati, ancora ammirabili  oggi  nelle acque che bagnano Aci Trezza.

La Leggenda del ratto di Persefone

Figlia di Zeus e Demetra (divinità della prosperità), Persefone era una tenera fanciulla, solita a giocare nei campi verdi di Sicilia insieme alle sue amiche. Ogni giorno che passava la giovane Dea diventava sempre più bella, tanto da attirare le attenzioni di molte divinità.
Un giorno, mentre giocava nei pressi di un bellissimo specchio d’acqua, la terrà iniziò a tremare, si squarciò in due ed apparve Ade, il Dio degli inferi. Perdutamente attratto da Persefone, Ade la rapì e la condusse con lui nel regno dei morti.
La madre, preoccupata per la scomparsa della figlia, vago per nove giorni alla ricerca di Persefone, fino a quando chiese ad Elios, Dio del sole che tutto vede, dove potesse trovarsi la sua amata figlia. Piena di odio, Demetra lasciò l’Olimpo, provocando sulla terra un periodo di grande carestia e siccità.
Zeus allora, per placare la sua ira, decise di recarsi da Ade, per far tornare nel mondo dei vivi Persefone. Il Dio dell’aldilà rifiutò nettamente poiché la giovane dea aveva mangiato un chicco di melograno, simbolo di unione eterna nella Grecia Antica.
Il compromesso fu allora raggiunto nell’accordo che prevedeva per Persefone sei mesi di vita terrastre e sei mesi di vita negli inferi: questa distinzione temporale rappresenta per molti l’allegoria del raccolta, che necessita di rimanere sotterrato per parecchio tempo prima di tornare a germogliare sempre più bello.
I posti ancora incantati dove Persefone trascorse gli anni della sua giovinezza rimangono ammirabili nel loro splendore presso il Lago di Pergusa, a poca distanza da Enna.

Il Lago di Pergusa

Un’altra leggenda particolarmente conosciuta, anche al di là dei confini della Sicilia, è quella legata al ratto di Proserpina, figlia di Demetra, amata da Ade, Dio degli Inferi. Il mito del rapimento, è il naturale prosieguo della leggenda della ninfa Ciane, che con lei si trovava nei pressi del Lago Pergusa.
Nonostante l’opposizione dunque delle fanciulle e della stessa Proserpina, Ade riesce lo stesso a portarla con sé negli Inferi.
La madre andò in soccorso alla figlia, cercandola senza posa per nove giorni e nove notti. Alla fine decise che non sarebbe salita più un cielo se non avesse ri-ottenuto la figlia. Demetra, dea della vegetazione e dell’agricoltura, lasciò dunque la terra sgombra, spoglia e arida. A questo punto, Zeus decise di offrire a Demetra un compromesso: Proserpina sarebbe rimasta nell’Ade per quattro mesi (quelli invernali), mentre per gli altri otto, sarebbe rimasta sulla terra, cosicché essa potesse dare fiori e frutti agli umani.

Il mito di Cocalo

Il mito di Cocalo è invece legato all’antica città sicana di Camico; alcuni pensano che sia da individuarsi presso il territorio occupato oggi dal comune di Sant’Angelo Muxaro.
Cocalo, figlio del ciclope Briareo, re dei Sicani, aiutò Dedalo a nascondersi da Minosse. Dedalo era infatti fuggito da Creta con suo figlio Icaro e trovò nella città di Camico, che l’amico gli fece costruire, la sua dimora inespugnabile. Minosse, venuto a conoscenza dell’arrivo di Dedalo in Sicilia, salpò verso l’Isola, ma non riuscì ad avvicinarglisi; Cocalo lo invitò infatti a mangiare, e subito dopo gli offrì un bagno con le tre figlie, che lo affogarono.

Il Castagno dei Cento Cavalli

La leggenda del Castagno dei Cento Cavalli, prende ispirazione da una storia legata a una Regina, che, sorpresa da un temporale durante una battuta di caccia, si fermò per tutto il giorno e per tutta la notte sotto un castagno, con il suo seguito di cento cavalieri e dame. Non si sa bene quale possa essere la regina, secondo alcuni si tratterebbe di Giovanna d’Aragona, secondo altri di Giovanna I d’Angiò.

Il pozzo di Gammazita

Altra leggenda popolare che riguarda gli Angiò, è quella del pozzo di Gammazita, nel centro storico di Catania, adiacente all’omonima cinta muraria. Gammazita era una bellissima e virtuosa fanciulla catanese. Di lei si invaghì un soldato francese, non ricambiato, perché Gammazita era già fidanzata. Proprio nel giorno del suo matrimonio, mentre Gammazita si recava a prendere l’acqua, il soldato la aggredì violentemente e la ragazza, non potendo scappare, preferì gettarsi nel pozzo piuttosto che tra le sue grinfie e disonorarsi.

Le Truvature

Per ‘truvaturi’ s’intendono tesori fatati protetti da ‘pircanti’, spiriti che li nascondono per non farli trovare ai passanti. Le diverse leggende, che sono legate per pertinenza a ogni specifico territorio, fanno tutte riferimento all’assunto storico per cui, con l’arrivo dei musulmani, molti dei siciliani decisero di seppellire i propri tesori, per non farseli rubare. Molti di questi pare siano stati nascosti sotto le pendici dell’Etna. Di tanto in tanto, i ‘truvaturi’ si mostrano a pastori e mendicanti: mucchi di monete d’oro, anelli sepolti e altri tesori, spesso nascosti in antri o grotte.
In connessione a questa leggenda, è nata quella de “Lu bancu di Disisa”.
Si dice che in una grotta presso il Feudo Disisa, nella frazione Grisì (territorio di Monreale), siano custoditi tesori immensi che potrebbero far ricca l’intera Sicilia; monete d’oro e d’argento, e poi altri tesori: oggetti preziosi e brillanti dappertutto, che sorprendono le persone che provano a entrare per volersene impadronire.
Il tesoro è custodito soltanto da piccoli spiritelli che giocano a bocce tra i cumuli di monete, oppure ancora a carte e a dadi tra i brillanti. Il tesoro è apparentemente alla mercè di chiunque; la leggenda narra infatti, che se si prova a uscire dalla grotta tentando di portare via anche solo una moneta, non se ne troverà la via. L’unico modo per sbancare il banco, è chiedere l’aiuto di tre persone, che arrivino da tre angoli diversi dell’Isola e che abbiano il nome di Santi Turrisi. Essi devono sventrare una giumenta bianca e mangiarne le interiora; solo così, il tesoro del Banco di Disisa potrà essere di tutti.

Fonte Aretusa

Aretusa era una bellissima ninfa greca, che era stata allevata da Artemide, la quale la rese imbattibile nella corsa e nel nuoto. Un giorno Aretusa, come di consueto, correva tra i boschi, e decise di rinfrescarsi in un bellissimo corso d’acqua; si spogliò e si gettò in acqua, rilassandosi nella natura. Ma ad un tratto sentì un sussurro, e spaventata, corse via. La voce era di Alfeo, dio del corso d’acqua, che la intimava di fermarsi, perchè attratto irresistibilmente dalla sua bellezza. Il dio la rincorreva, e quando Aretusa si sentì cedere, invocò l’aiuto di Artemide, che la circondò con una nuvola e soffiando la spinse in Sicilia. La ninfa arrivò ad Ortigia e iniziò a cadere, tramutandosi in una sorgente d’acqua. Alfeo però non mollò e chiese aiuto al padre Oceano, che aprì le acque dello Ionio. Alfeo raggiunse la Sicilia e Aretusa cedette alle sue richieste; così Artemide, volendo suggellare il loro amore, scavò una caverna sotto la fonte, dove le acque si uniscono. Per questo molte giovani coppie che oggi vanno a vedere il luogo, toccano l’acqua della fonte per rendere il loro amore eterno.

Le tre ninfe

Si dice che in un tempo remoto, vi fossero tre ninfe bellissime, che vagavano per tutto il mondo, danzando. Tra un passo e l’altro coglievano sassi, frutti e manciate di terra, dai terreni più fertili in assoluto. Ma un giorno una terra, per la sua bellezza e luminosità, le colpì in maniera davvero particolare: così le tre ninfe danzarono con grazia come mai avevano fatto prima, e lanciarono nel mare tutto quello che avevano raccolto nei loro viaggi. Così, da quelle acque, sorsero all’improvviso tre promontori, attraversati da un magnifico arcobaleno, che solidificandosi, andò a creare una straordinaria isola di forma triangolare: la nostra Sicilia, terra di luci, frutti e colori. I tre promontori che le tre semidivinità fecero sorgere oggi sono Capo Peloro, Capo Passero e Capo Lilibeo.

Il Castello di Caccamo

A dominare la vallata del fiume San Leonardo, si erige il Castello di Caccamo, simbolo del borgo ononimo, e uno dei più grandi, affascinanti e meglio conservati di tutta l’isola siciliana. All’inizio nacque come fortezza, verso il 480 a.C., mentre il primo proprietario si dice fu Matteo Bonello, intorno alla metà del XII secolo, acerrimo nemico del re Guglielmo I detto il Malo. Si dice che Bonello assassinò il consigliere del re, nascondendosi nel castello. Quando il re lo scoprì, fu catturato e torturato in una maniera atroce: gli vennero cavati gli occhi e recisi i tendini dei talloni e venne rinchiuso in una delle tue torri. Infatti si dice che il fantasma di Bonello si aggiri ancora per il castello di Caccamo in cerca di pace; alcuni lo descrivono come vestito con pantaloni e giacca di cuoio, che si muove lentamente con il volto sfigurato.

Ma il suo fantasma non è l’unico che si aggira nel castello: si dice che ci sia anche quello di una giovane monaca, figlia di uno dei tanti signori del castello. Si dice che la donna fosse innamorata di un soldato, ma il padre contrastava il loro amore: così uccise il giovane e rinchiuse la figlia in un convento, che per il dolore, morì subito dopo. Raccontano che il suo fantasma vaghi per le sale del castello e che nelle notti di luna piena, a mezzanotte, si manifesti vestita di bianco, donando a chi la vede un melograno: se la persona riuscirà a mangiarlo senza far cadere nemmeno un chicco, troverà un magnifico tesoro, altrimenti sarà condannata per l’eternità, proprio come lei.

La baronessa di Carini

La tragica vicenda di donna Laura e del fantasma della baronessa di Carini è stata tramandata per secoli da racconti popolari, cantastorie e sceneggiati televisivi.  C’è una drammatica storia vera oltre la leggenda di questa bellissima ragazza, terza figlia del barone Cesare Lanza di Trabia, nata il 7 ottobre 1529, che a soli 14 anni andò sposa, per volere del padre, al barone di Carini Vincenzo II La Grua.  A nulla servì implorare, protestare, riversare calde lacrime, Laura fu costretta ad accettare il matrimonio sbagliato, che fu celebrato domenica 21 Dicembre 1543, nella Cappella Palatina del Palazzo Reale di Palermo.
Ma, alla giovanissima moglie, il marito preferisce i suoi latifondi, lasciandola sola nelle grandi sale del castello. La trascuratezza spinse la baronessa a innamorarsi di Ludovico Vernagallo, che diviene l’amante.
Scoperti dal marito e dal padre, che furono avvisati dal frate di un convento nelle vicinanze, tale Antonio del Bosco, mentre trascorrevano un’altra notte di tenerezza, Laura e Ludovico vennero uccisi nel castello di Carini il 4 Dicembre 1563. A nulla valsero le disperate grida di pietà della figlia, l’onore della famiglia viene prima di tutto. Così la colpisce reiteratamente al petto e alle spalle. La Baronessa di Carini, in preda agli spasmi della morte, scivolò per terra lasciando l’impronta indelebile della sua mano insanguinata sul muro della stanza.

I due infelici amanti non ebbero nemmeno un funerale, esiste solo l’atto di morte “A dì 4 Dicembro vije Indictionis 1563.
Il Salomone Marino, nel secolo scorso, raccolse da un esaltatore questi versi in cui si fa rivivere l’efferatezza del delitto:
“Vju viniri ‘na cavalleria
chistu è mè patri chi veni pri mia!
Signuri patri, chi vinistivu a fari?
Signura figghia, vi vegnu a ‘mmazzari.
Signuri patri, aspettatimi un pocu
Quantu mi chiamu lu me cunfissuri.
Habi tant’anni ch’un t’ha confissatu,
ed ora vai circannu cunfissuri?
E, comu dici st’amari palori,
tira la spata e cassaci lu cori;
tira cumpagnu miu, nun la sgarràri,
l’appressu corpu chi cci hai di tirari!
Lu primu corpu la donna cadìu,
l’appressu corpu la donna muriu.”

Le possenti mura del maniero, da quasi cinquecento anni, custodiscono nelle loro sale il terribile segreto di una storia d’amore alla quale con la violenza si è posto un tragico fine. Da quel giorno, in molti giurano di aver sentito un leggero fruscio di vesti femminili e delle grida soffocate, il fantasma della Baronessa di Carini appare nelle ampie sale del castello. Lo spirito irrequieto di donna Laura, morta col desiderio di confessarsi e mettersi in grazia di Dio, nella fredda notte, torna in quei luoghi per implorare clemenza e pietà al burbero padre, che alla sua vita preferì l’onore.
Il viceré, appena venuto alla conoscenza dei delitti, immediatamente adottò per don Cesare Lanza ed il barone di Carini i provvedimenti previsti dalla legge; furono banditi ed i loro beni vennero sequestrati. Don Cesare Lanza ancora una volta si rivolse a re Filippo II; spiegò i motivi che lo avevano portato assieme al genero a trucidare i due amanti ed avvalendosi delle norme, in quel tempo in vigore, sulla flagranza dell’adulterio, chiese il perdono che fu accordato. Liberato da ogni molestia, don Cesare Lanza riebbe i suoi beni; ancora una volta la Giustizia non lo aveva neanche toccato e giustamente, come scrisse il Dentici, “l’aristocrazia del tempo era al di sopra delle leggi e della giustizia”. Anche il barone di Carini, marito di Laura, fu assolto con formula piena, e visse indebitato sino alla sua morte, dopo avere portato al Monte dei Pegni gli ultimi gioielli della sua famiglia.

Torre Manfria

La Torre di Manfria è un importante monumento sito in contrada Manfria, a quindici chilometri da Gela, è quel che rimane di una torre di avvistamento e difesa. Secondo alcune fonti, la torre risale al 1549, durante il vicereame di Juan de Vega, secondo altre, invece al 1583. Comunque sia stato, si sa di certo che dopo essere rimasta incompiuta, fu ripresa nel 1615 e completata ad opera del Viceré di Sicilia Pedro Tellez Giron y Guzman Duca di Ossuna su disegno del famoso architetto fiorentino Camillo Camilliani.
È una delle torri camilliane tra le più grandi, è infatti alta circa 15 metri con una base di circa metri 12,50.

La leggenda di Manfria
Nel crepuscolo della sera, quando i bimbi finivano i giochi per strada e tornavano a casa erano soliti farsi raccontare dalle nonne i racconti e le leggende che a loro piacevano.
E fra i racconti della sera non poteva, certamente, mancare la leggenda del Manfrino.
Chi era Manfrino?
Egli era un uomo tanto grande da identificarsi con il nome di Gigante, altri nomi non conosciamo di questo personaggio così grande ed anche  così buono.
Il Gigante aveva una sorella bella e splendente nella sua giovinezza e che per riservatezza non usciva mai dalla sua terra, tanto che nessuno sapeva il suo nome e quindi la chiamavano “la bella Castellana”.
La torre di Manfria aveva annesso un grande territorio che arrivava vicino al Castello di Falconara, suo confinante,  ed era un territorio bello e molto fertile tanto che ospitava: alberi, secolari, alberi da frutta, palme, campi da orto e una distesa di fiori che il Gigante aveva voluto coltivare per la gioia della sorella, “la Castellana”, a cui tanto piacevano.
Nel territorio di Manfria scorreva un fiume e tanti  piccoli ruscelli d’acqua purissima. Tutto questo ben di Dio lo avevano ereditato da un cavaliere di Malta di cui non si conosce il nome.
Il Manfrino, come lo chiamavano i suoi pari di Sicilia o, il Gigante, come lo chiamava il popolino, non stava mai fermo e con il suo cavallo era sempre in giro sia perché gli piaceva correre, sia perché così controllava tutto quello che accadeva nel suo territorio e nulla gli sfuggiva.
Un giorno, in una di quelle galoppate, vide in lontananza una bellissima figura di donna, aveva una folta chioma bionda, vestita con eleganza e si muoveva con una grazia che  lui non aveva mai visto in altre donne, essa si aggirava nei suoi campi come se si fosse perduta. Il nostro Gigante spronò il cavallo a tutta velocità per andarle incontro e conoscerla, ma allorquando arrivò nei pressi di lei, quella figura svanì nel nulla come per incanto. Di quella corsa forsennata restò come ricordo l’impronta di uno zoccolo del suo cavallo, impronta che è stata custodita fino a che sopra di essa  fu costruita una fontanella d’acqua.
Il Gigante da quel momento non ebbe più pace, anelava di poterla conoscere e scambiare con lei intere giornate d’amore, e questo pensiero non lo fece più dormire,  tanto che la notte invece di dormire scriveva lettere e poesie, al chiar di luna sotto il dolce rumore del mare che spiaggiava sotto la sua Torre, alla sua adorata visione.
Sua sorella, la Castellana, vedendo suo fratello che si distruggeva d’amore e che ogni giorno vagava alla sua ricerca inutilmente, pensò di dare una grande festa cosi da far ritornare la bella bionda e farla incontrare con suo fratello.
E così fu.
Si fece la festa e vennero principi e nobili da tutte le parti della Sicilia, e a festa già incominciata entrò furtiva e lieve quella figura di donna così bella e così cara ai suoi occhi da non considerare più tutti gli altri. Le sue attenzioni, i suoi pensieri erano solo per lei e non si accorgeva di quello che stava accadendo attorno a lui.
La torre  di Manfria con la sua tenuta era conosciuta e desiderata da tutti i nobili e per averla non si sarebbero fermati davanti a nulla, ma la presenza del Manfrino, metteva paura a chicchessia e nessuno si azzardava ad infastidirlo per paura di essere sconfitto.
Ma quella era la sera buona, involontariamente tutta la nobiltà che bramava quel possedimento era riunita proprio nella torre del Manfrino e si potevano fare alleanze contro di lui.
La bella bionda, l’amore sublime e infinito, come la descriveva il Manfrino nelle sue poesie, uscì dalla Torre per una passeggiata vicino alla riva del mare e ammirare la luna cha pallida nel cielo rischiarava la costa.
Il Manfrino, durante la festa si ricordò del vaticino di una vecchiarella, la quale gli aveva predetto che nel giorno più bello della sua vita egli sarebbe morto assieme alla sorella e che tutto quanto era in suo possesso sarebbe svanito nel nulla, la terra si sarebbe inaridita e l’acqua non sarebbe stata più così abbondante e pura come prima.
Il Manfrino non diede ascolto a quel ricordo ma era intenzionato a ricercare la donna a cui voleva svelare il suo amore e poterla fare sua consorte. Uscì quasi di corsa per incontrarla, ma il destino quella sera era contro di lui, infatti non si sa perché la bella fanciulla smise di passeggiare e si inoltrò nel mare aperto e non si fermò più finché l’acqua non la sommerse del tutto.
Il Manfrino cercò di buttarsi in mare per raggiungerla e salvarla ma una voce, anzi, un lamento di aiuto che aleggiava nell’aria, invece di spronarlo lo inchiodava sulla spiaggia causandogli dolori indicibili che gli paralizzavano i muscoli e la mente.
Nel frattempo alcuni principi invitati alla festa fecero complotto contro di lui e sprangata la porta di accesso alla Torre uccisero tutti gli invitati e per ultimo, per maggior crudeltà, uccisero la Castellana, poi uscirono fuori, si recarono alla spiaggia e vedendo il Manfrino fermo come paralizzato si presero di coraggio e tutti insieme lo uccisero.
Uccisero il Manfrino, il Gigante buono, ma non poterono uccidere il suo ricordo e quelle grida d’aiuto che ancora oggi nelle notti serene nella quiete silente del sito ad orecchie attente non possono sfuggire.

Le sorelle callipigie

Ateneo di Naucrati riporta la leggenda delle sorelle callipigie, due sorelle siracusane che si misero in gara per stabilire quale delle due fosse la più bella. A giudicarle era un giovane che dichiarò vincitrice la sorella maggiore, di cui s'innamorò. La fanciulla più giovane invece si fidanzò con il fratello del giudice. Le due sorelle, poi, per ringraziare la dea dell'Amore fondarono un tempio dedicato ad Afrodite Callipige.

Damone e Finzia

La leggenda di Damone e Finzia narra di due cari amici che si recano a Siracusa; qui, Finzia contesta il dominio tirannico di Dionisio e per questa ragione viene condannato a morte. Finzia chiede che gli sia permesso di fare ritorno per un'ultima volta a casa, per salutare la sua famiglia ma Dionisio rifiuta, convinto che Finzia ne approfitterebbe per fuggire. Damone quindi si offre di prendere il posto di Finzia mentre questi è via: Dionisio accetta, a condizione che, se Finzia non dovesse fare ritorno, Damone verrà giustiziato al suo posto. Finzia parte, ma non fa ritorno, così giunto il giorno dell'esecuzione, Dionisio dà il via ai preparativi per uccidere Damone, deridendolo per la sua eccessiva fiducia nell'amico. Ma prima che il boia esegua il suo compito, Finzia arriva sulla scena scusandosi con Damone per il ritardo, spiegando che la nave su cui si trovava per tornare a Siracusa era stata colta da una tempesta, e poi era stato aggredito da dei banditi. Stupito e per questa prova di lealtà, Dionisio decide di perdonarli entrambi e chiede anche di poter diventare a sua volta loro amico.

La leggenda della Pillirina

La leggenda della Pellegrina (Pillirina in siciliano) narra di una giovane donna che si innamorò di un marinaio. Ma il loro amore era contrastato dai genitori di lei che avrebbero preferito un uomo ben più facoltoso. Nascostamente nelle notti di plenilunio si incontravano della grotta della Pillirina e su di un tappeto di alghe trasportare dal mare sin all'interno i giovani si amavano. Ma nelle successive notti il mare fu parecchio agitato e il marinaio non poté venire all'appuntamento. La giovane donna attese sino alla bonaccia dei giorni successivi, ma il giovane non venne più. Così ferita nell'amore la donna decise di gettarsi in mare e togliersi la vita. Da allora, la i marinai raccontano che nelle notti di luna piena, quando i raggi di luce entrano nella grotta della Pillirina a causa di un foro superficiale, appare una donna che attende il suo amato.

L'elefante di Catania

L’origine dell’elefante di Catania nasce da una leggenda: quando Catania fu per la prima volta abitata, tutti gli animali feroci e pericolosi furono messi in fuga da un elefante, al quale i catanesi, in segno di ringraziamento, eressero una statua, da loro chiamata con il nome popolare di liotru, che è una correzione dialettale del nome di Elidoro, un dotto catanese dell’VIII secolo. Questi fu fatto bruciare vivo nel 778 dal vescovo di Catania San Leone II il Taumaturgo, perché Elidoro, non essendo riuscito a diventare vescovo della città, disturbava le funzioni sacre con varie magie, tra cui quella di far camminare l’elefante di pietra. Si raccontava infatti che lo avesse scolpito egli stesso, forgiandolo dalla lava dell'Etna, per poi cavalcarlo mentre compiva le sue magie. La tradizione popolare vuole che Eliodoro, dopo aver animato il suo elefante di pietra lavica, imperversasse per la città in sella all'animale magico, rendendo impossibile la vita dei suoi abitanti. Si narra che fosse in grado di acquistare qualsiasi mercanzia con pietre preziose e oro, che però diventavano normali sassi nelle mani dei poveri mercanti.

La leggenda delle teste di moro

I vasi in ceramica a forma di testa di moro sono così diffusi in Sicilia da essere divenuti uno dei simboli rappresentativi dell’isola.
Si narra che durante la dominazione araba nel 1100, a Palermo vivesse una bellissima fanciulla molto dedita alla cura delle piante del suo balcone. Un giorno sotto casa sua passò un moro (un arabo) e vedendola se ne innamorò perdutamente, tanto che decide di dichiarare il suo amore alla fanciulla.
Lei rimase molto colpita e ricambiò subito il sentimento. Un giorno però la fanciulla venne a sapere che il moro sarebbe presto tornato in Oriente dove lo attendevano moglie e figli, così sentendosi tradita, durante la notte tagliò la testa al moro e con questa fece un vaso nel quale piantò una pianta di basilico.  Infine lo mise in bella mostra fuori nel balcone e tutti gli abitanti del quartiere, presi dall’invidia, si fecero costruire dei vasi di terracotta a forma di testa di moro.

Senza vedere la Sicilia non e' possibile farsi un'idea dell'Italia. La Sicilia e' la chiave di tutto. - Johann Wolfgang Goethe da "Viaggio in Italia", 1787
Cosa vedere in Sicilia, così che la Sicilia vi lasci a bocca aperta, il viaggio comincia nel capoluogo della regione, Palermo, città di mercati alla vecchia maniera e delizioso street food, prosegue poi la riserva dello Zingaro e la poetica Scopello, per portaci alle rustiche ma con buon gusto Isole Egadi, alla deliziosa Erice, tra i templi di Segesta e di Agrigento, nelle acque della scala dei turchi e tra i gioielli di Pietra e del Barocco Siciliano, Ragusa, Noto, Modica, sulla costa est scopriamo la impeccabili Siracusa e poi Taormina la preziosa, una scalata tra i crateri del vulcano Etna più attivo d’Europa e conclusione nelle Isole Eolie.   continua .......


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