Le dominazioni in Sicilia: dai Bizantini ai giorni nostri

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Le dominazioni in Sicilia: dai Bizantini ai giorni nostri

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Pubblicato in Cultura e Società · 3 Gennaio 2024
Tags: dominazioniinSiciliaBizantinigiorninostririvoluzioniinsiciliastoriasiciliana

Le dominazioni in Sicilia: dai Bizantini ai giorni nostri

La Sicilia Bizantina (535 d.C. – 963 d.C.) Nel 535 d.C. il generale Belisario, mandato da Giustiniano Imperatore d’Oriente, conquista l’isola che dal 555 d.C. passa definitivamente sotto il dominio Bizantino.
Gli Arabi in Sicilia (827 d.C. – 1091) Nel 827 d.C. a Mazara del Vallo sbarcano gli Arabi che conquistano definitivamente la Sicilia intorno al 963 d.C. con Palermo capitale.
I Normanni in Sicilia (1061 – 1194) Nel 1061 sotto la guida di Roberto il Guiscardo e del fratello Ruggero d’Altavilla la Sicilia diventa Normanna con la caduta dell’ultima roccaforte araba di Noto nel 1091. Nel 1130 Ruggero II d’Altavilla fonda ufficialmente il Regno di Sicilia.
La Sicilia Sveva (1194 – 1266) Nel 1194 il Regno, dopo il matrimonio tra Costanza d’Altavilla e Enrico VI, passa sotto il controllo della dominazione Sveva che ha in Federico II uno dei sovrani più importanti della storia siciliana e non. Popolo di origine Germanico
Gli Angioini in Sicilia (1266 – 1282) Il Regno, dopo la morte di Federico II, passa in mano agli Angioini con Carlo I d’Angiò che viene incoronato Re dal Papa Clemente IV dopo la vittoria sui discendenti svevi Manfredi e Corradino. Popolo di origine Francese, il popolo era malcontento anche per il modo licenzioso con cui i francesi trattavano le donne siciliane: malcontento che scoppiò nell'insurrezione dei Vespri Siciliani, incominciata il 30 marzo 1282,
Vespri Siciliani (1282 – 1372) Nel 1282 a Palermo scoppia la rivolta dei Vespri Siciliani contro il malgoverno angioino che porta alle guerre del vespro tra Angioini e Aragonesi (Costanza, ultima discendente degli Svevi era la moglie di Pietro III d’Aragona). Con la pace di Caltabellotta (1302) la Sicilia continuò a rimanere indipendente, nel 1372, fu stipulata la pace che concluse definitivamente le guerre del Vespro.
Gli Aragonesi in Sicilia (1282 – 1410) Gli Aragonesi, dopo un primo tentativo di pace a Caltabellotta, firmarono nel 1372 il trattato di Avignone che ufficializzava il definitivo passaggio sotto il loro controllo già attuato almeno in parte. Popolo di origine Spagnolo
La Sicilia spagnola (1410 circa – 1713) Il Regno di Sicilia, dopo la fine della dinastia aragonese, passa sotto il controllo della Corona di Spagna diventando un viceregno.
La parentesi della Sicilia sabauda (1713 – 1720) Le dominazioni in Sicilia (sempre in ordine cronologico) proseguono nel 1713 con Filippo V Re di Spagna che, dopo il trattato di Utrecht, cede l’isola al duca di Savoia Vittorio Amedeo II. Popolo di origine Italiano
La parentesi della Sicilia austriaca (1720 – 1734) Nel 1720 Carlo VI d’Austria diventa Re di Sicilia cedendo in cambio la Sardegna ai Savoia. Popolo di origine Austriaco
I Borbone in Sicilia (1734 – 1860) La Spagna, attraverso la dinastia dei Borbone, riconquista i territori persi precedentemente e nel 1735 Carlo III di Borbone viene incoronato Re di Sicilia. Popolo di origine Francese
La Sicilia e l’Unità d’Italia (dal 1860) Nel 1860 a Marsala sbarcano i Mille di Garibaldi con la popolazione che per acclamazione decide di unirsi al Regno d’Italia. La storia prosegue e, dopo i tentennamenti indipendentisti post seconda guerra mondiale, nel 1946 la Sicilia ottiene l’Autonomia.

Il parlamento siciliano viene considerato uno dei più antichi del mondo. Nel 1097 ci fu la prima assise a Mazara del Vallo convocata dal Gran Conte Ruggero I di Sicilia, di un parlamento inizialmente itinerante.
Ma fu nel 1130 con la convocazione delle Curiae generales da parte di Ruggero II a Palermo, nel Palazzo reale per la proclamazione del primo Re di Sicilia che si può parlare di primo parlamento in senso moderno. Il primo re di Sicilia ricevette infatti la dignità regia dalla sanzione del Parlamento, e l’evento impose il canone per cui tutti i successivi sovrani del Regno di Sicilia che si fossero avvicendati sul trono, dovessero conseguire l’assenso, più che l’approvazione, del Parlamento.
Il parlamento siciliano era costituito da tre "rami" il"feudale", "l’ecclesiastico" e "il demaniale"). Il ramo feudale era costituito dai nobili rappresentanti di contee e baronie, il ramo ecclesiastico era formato da arcivescovi, vescovi, abati e archimandriti, mentre il ramo demaniale era costituito dai rappresentanti delle 42 città demaniali della Sicilia.
I deputati erano scelti fra i nobili più potenti. Primo cambiamento radicale si ebbe con Federico II di Svevia, che permise l'accesso parziale anche alla società civile, come le città demaniali.
Durante la sollevazione, nel 1282, venne adottata la bandiera gialla e rossa con la Triscele, ancora bandiera siciliana, la bandiera venne formata dal giallo di Palermo e dal rosso di Corleone a seguito di un atto di confederazione stipulato da 29 rappresentanti delle due città. Antudo fu scritto anche nel vessillo, una parola d'ordine usata dagli esponenti della rivolta Antudo che è l'acronimo per le parole latine "Animus Tuus Dominus" e che vuol dire "il coraggio è il tuo Signore". In quegli anni il parlamento era composto principalmente da feudatari, sindaci, conti e baroni. Era il re a convocarlo e presiederlo, si conclude con la Pace di Caltabellotta.
Nel 1297 rafforzò il proprio ruolo centrale. In quest'epoca il parlamento, che era composto prevalentemente da feudatari, sindaci delle città, dai conti e dai baroni, era presieduto e convocato dal re.
Nel 1410 il parlamento siciliano tenne al Palazzo Corvaja di Taormina, alla presenza della regina Bianca di Navarra, una storica seduta per l'elezione del re di Sicilia.
Ferdinando III, nel 1810, riunì il Parlamento siciliano domandando personalmente aiuti adeguati per la salvaguardia del regno minacciato dai Francesi, ma la rivolta esplose nell'isola. Lord William Bentinck, il comandante delle truppe britanniche nell'isola, lo costrinse a nominare reggente del regno il figlio Francesco il 16 gennaio 1812, e un nuovo governo fu insediato con i notabili siciliani.
A Palermo, il 19 luglio 1812, il Parlamento siciliano, riunito in seduta straordinaria, dichiarò abolito il regime feudale, promulgò la costituzione siciliana del 1812, decretò l'abolizione della feudalità in Sicilia e approvò una radicale riforma degli apparati statali. Provvedimenti legislativi, attuati tra il 1806 e il 1808, con i quali Giuseppe Bonaparte, re di Napoli e fratello di Napoleone, abolì la feudalità nel Regno di Napoli durante il cosiddetto Decennio francese. La feudalità era abolita, ma tutti i possedimenti feudali, con il termine feudo si indicavano i beni ricevuti in "concessione regia" dietro prestazione di un giuramento di fedeltà, il c.d. "omaggio feudale, si trasformavano in "piena proprietà" o in proprietà allodiale, nel medioevo l'allodio era utilizzato per indicare i beni e le terre che si possedevano in piena proprietà in opposizione a feudo o beneficio. Nella Costituzione fu inserito un grande omaggio: i baroni siciliani da feudatari diventavano "pieni proprietari" di beni e terreni prima ricevuti ed amministrati in regime di "concessione". Il tutto era frutto della rivoluzione francese, il 4 agosto del 1789 che abolì il feudalesimo, i contadini dovranno riscattare in denaro i loro obblighi.
La Costituzione prevedeva un parlamento bicamerale, formato da una Camera dei comuni, composta da rappresentanti del popolo, con carica elettiva, e una Camera dei pari, costituita da ecclesiastici, militari ed aristocratici con carica vitalizia e di nomina regia.
In esito al Congresso di Vienna del 1815 Ferdinando III tornò a Napoli, disapplicando in effetti la costituzione, e nel dicembre 1816 riunificò formalmente i due regni nell'unico regno delle Due Sicilie, assumendo il nome di Ferdinando I delle Due Sicilie, e così provocando la decadenza, anche giuridica, di costituzione e parlamento siciliani.
Con i Borbone-Due Sicilie la Sicilia, dopo secoli di indipendenza, si ritrovò governata da Napoli e la ricostituzione del parlamento si riebbe durante i moti del giugno 1820 quando fu riaperto il parlamento, ripristinata la costituzione siciliana del 1812 e venne proclamato un governo che durò pochi mesi, fino a quando fu inviato da Napoli un esercito che riconquistò l'isola.
Con la cacciata dei Borboni, durante la dittatura di Garibaldi, vennero indetti nel 1860 aveva i collegi elettorali, "per eleggere i rispettivi loro deputati" e con un decreto la convocazione di un'Assemblea di rappresentanti del popolo, a Palermo, il parlamento siciliano sarebbe tornato così di fatto in vita.
Ma una serie di pressioni, dibattiti e contrasti, lo indussero a modificare il decreto e ad annunciare che in quella data si sarebbe svolto solo il plebiscito per sancire l'annessione con il Regno d'Italia
Camillo Benso conte di Cavour, primo ministro del regno di Sardegna, aveva formulato a suo tempo la teoria della «libera Chiesa in libero Stato», in una proposta di legge esaminata da una commissione parlamentare e presentata alla Camera il 20 febbraio 1855. La netta separazione del potere spirituale attribuito alla Chiesa, dal temporale di competenza dello Stato, concluse che a quest’ultimo spettasse istituire e sopprimere la personalità giuridica degli enti ecclesiastici, oltre che appropriarsi dei beni materiali, se non utili al culto divino, unica facoltà riconosciuta alla Chiesa.
Il tutto per fronteggiare la grave situazione finanziaria, il Regio Decreto 3036 del 7 luglio 1866 definì la soppressione degli ordini religiosi e delle congregazioni e l’anno successivo una seconda legge dispose la confisca dei beni degli enti religiosi. Fu proibita la vita religiosa, cioè la vita comunitaria di coabitazione negli istituti religiosi, che si svuotarono dai preti, frati, suore, monache e in questo modo, lo Stato si appropriò del patrimonio ecclesiastico, venne presa la decisione d’incamerare i beni degli ordini religiosi a favore del demanio statale. L’esecuzione della vendita dei latifondi ecclesiastici fu affidata ai Comuni.
Se l’intento delle confische e liquidazione dei beni, era fare cassa per appianare il disavanzo di bilancio dello Stato sabaudo. Si dovettero però adottare misure correttive quando la situazione sfuggì di mano al demanio, ovvero ci si rese conto che il patrimonio artistico si stava perdendo.



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