Gratteri da Crater, Coppa, Graal, sulle tracce della Gratteri Medievale

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Gratteri da Crater, Coppa, Graal, sulle tracce della Gratteri Medievale

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Pubblicato in Cultura e Società · Mercoledì 26 Apr 2023
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Gratteri da Crater, Coppa, Graal, sulle tracce della Gratteri Medievale

Grattèri comune della Città Metropolitana di Palermo, 657 m s.m., patrono San Giacomo 8 e 9 settembre. Centro situato sul versante settentrionale del pizzo Dipilo, nel Parco Regionale delle Madonie.
Gratteri è uno dei borghi medievali più suggestivi e misteriosi della Sicilia.
Situata alle prime falde delle Madonie e sovrastata dal massiccio di Pizzo di Pilo, Gratteri è nota come la terrazza sul Tirreno: il suo centro centro urbano, disposto ad anfiteatro, gode di un meraviglioso panorama, fino al mare.
E' una terra dalle antiche origini, ricca di bellezze paesaggistiche e monumentali: fu abitata fin dall’età del bronzo e i Normanni, tra il XI e il XII secolo, vi costruirono numerose chiese.
Il termine graal, scritto talora anche gral, designa in francese antico una coppa o un piatto e probabilmente deriva dal latino medievale gradalis, con il significato di “piatto”, o dal greco κρατήρ “vaso”. In particolare, secondo la tradizione medievale, il Sacro Graal, o Santo Graal, è la coppa con la quale Gesù celebrò l’Ultima Cena e nella quale Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Cristo dopo la sua crocifissione.
Il termine graal fu usato dallo scrittore francese Chretien de Troyes che scrisse un romanzo intitolato Perceval. L’autore morì nel 1190 d.C. prima di completare l’opera. In essa, un giovane cavaliere visita il castello del Re Pescatore dove vede una strana processione nella quale è presente un piatto d’oro incastonato di gemme e chiamato “graal”.  Dopo la morte dell’autore. Continuano il testo numerosi autori, tra cui Robert de Boron e nel 1200 Wolfram von Eschenbach che compone “Parzifal”. A quest’ultimo autore si rifà nel 1845 Richard Wagner nel suo “Parsifal” che narra la vicenda di Parsifal, «puro folle» e del Graal, tra riti d’ iniziazione, religione e magia.
Questa vicenda si svolge nella rocca dei custodi del Graal, e del castello incantato di Kingsor che sarebbe, secondo alcuni, proprio il castello di Caltabellotta, abitato dal mago Klingsor.
Ma non è finita qui, il Santo Graal è legato ad altri luoghi in Sicilia tra questi il Castello di Pietrarossa luogo in cui, secondo una leggenda, la sera dell’epifania fu vista il calice d’oro del Santo Graal portato da tre templari che scomparirono due giorni dopo.
Ed il Castello di Caltabellotta, ma è un'altra storia.
Di certo quello del Graal è uno degli archetipi più profondi e vitali dell’immaginario medievale.
A tal proposito, esiste un borgo medievale siciliano, Gratteri, dove la fantasia popolare legata a tesori nascosti e insoliti forestieri nei pressi di una abbazia di epoca normanna. Si parla del sacro calice usato da Gesù nell’Ultima Cena.
Per tale motivo, molte narrazioni su quella dell’abbazia di San Giorgio, è una storia affascinante anche perché da sempre collegata alla suggestione popolare.
Questi ultimi, secondo le credenze popolari, praticavano singolari incantesimi attraverso antiche conoscenze alchemiche al fine di ammaliare le giovani spose del villaggio, così, per difendersi da tale maleficio, le mogli del villaggio allevavano un gatto, detto “mammone”, e conoscevano delle particolari formule apotropaiche tramandate ancora oggi dalle nonne: “Tri stizzi di sangu e Gesù in agonia, tri fila di capiddi di Maria, ncatinati e liati a cu vo mali a mia”.
Questa giaculatoria era seguita dal corrispettivo sciogli-incantesimo, oltre ad un tesoro nascosto dagli eremiti, prima di abbandonare l’abbazia di fretta, in una gelida notte d’inverno, scacciati dagli stessi villani che lavarono col sangue l’onta di donne disonorate, attraversando il bosco con fiaccole di ampelodesma e tamburi per allontanarne i lupi. È questa una delle leggende note in paese sulla distruzione del cenobio.
Ma c’è anche un insolita profezia tramandata fino ad oggi: tre persone dovranno sognare il luogo del tesoro e mangiare una intera focaccia sul posto senza farne cadere le briciole.
Furono tanti nei secoli che cercarono quelle ricchezze ed i reiterati tentativi di scavo, che hanno in parte distrutto quello che rimaneva della originaria pavimentazione della chiesa. Perché tanto accanimento nei confronti di un monastero, ornato da figure mostruose, completamente raso al suolo e di una basilica normanna di cui rimangono oggi solamente le mura perimetrali.
Andiamo alla ricerca di quegli indizi che farebbero di Gratteri un luogo unico nel suo genere:
Uno dei primi indizi che accosterebbero la parola Graal a Gratteri, sarebbe proprio la stessa origine etimologica del toponimo: Gratteri dal greco κρατήρ (cratere, coppa, calice) per indicare probabilmente la geomorfologia del territorio, “una conca delimitata da occidente a settentrione dalle rupi di S. Vito e S. Emiliano che sono a picco sulle contrade Difesa, Mancipa, Marcatello e Carbone, e si ergono come contrafforti del centro abitato, chiudendo in un’angusta e profonda gola, “ucca d’infiernu” (bocca d’inferno) “il torrente Piletto”.
Tuttavia, l’origine del toponimo sarebbe anche da ricollegare al cratere lapideo esistente in una grotta sovrastante il centro abitato – la Grotta Grattara – dal perenne stillicidio dell’acqua.
La seconda ipotesi è quella della leggenda del Sacro Graal che è da sempre stata accostata ai Cavalieri Templari che traggono ispirazione dall’ordine dei monaci Cistercensi e alla loro figura più rappresentativa, Bernardo di Chiaravalle. L’origine dell’ordine monastico militare dei Templari risale agli anni 1118-1120, successivamente alla prima crociata (1096), quando la maggior parte dei cavalieri era tornata in Europa e le esigue milizie cristiane rimaste erano arroccate nei pochi centri abitati.
Le strade della Terrasanta erano quindi infestate da predoni e Ugo di Payns, originario dell’omonima cittadina francese della Champagne, insieme al suo compagno d’armi Goffredo di Saint-Omer e ad altri cavalieri, fondarono il nucleo originario dei Templari, dandosi il compito di assicurare l’incolumità dei numerosi pellegrini europei che visitavano Gerusalemme dopo la sua conquista.
Da un documento significativo, il diploma di Lucio III del 1182 permette di stabilire come in quella data si erano già insediati nel sito dei canonici dell’ordine francese dei Premostratensi, che in Sicilia ebbero la loro unica dimora.
A tal proposito, come spiega la studiosa della materia graelica, Angela Cerinotti, “i Templari come anche i monaci dell’Ordine monastico cistercense a cui San Bernardo era appartenuto erano grandi costruttori.
Secondo le leggende medievali, i Cavalieri Templari avrebbero lasciato tracce della loro presenza con simboli magici dell’antico sapere alchemico e immagini allegoriche ricche di segreti iniziatici rimaste incise tra le mura dei templi, nelle icone e nella stessa architettura dei Cistercensi.
Abbiamo precedentemente detto che restano solo pochi ruderi, oggetto di un recente restauro: qualche elemento decorativo e i muri perimetrali della chiesa, a pianta basilicale e a tre navate, con tre absidi sul lato di fondo orientale, di cui solo quella centrale sporgeva all'esterno, con una decorazione a lesene simile a quella del duomo di Cefalù.
Per quanto riguarda il caso di Gratteri, un significativo reperto è stato rinvenuto negli anni ’80, fuori dalla chiesa: “Il manufatto presenta le caratteristiche scultoree del periodo fondativo. Scolpito a rilievo, un drago avvolge con la coda le colonne e porta tra le zampe un disco diviso in otto parti da una croce e una X sovrapposte.
In realtà, potrebbe trattarsi di una croce ottagona, utilizzata sin dalle prime crociate, come quelle annoverate tra i gruppi dei simboli templari: la “Croce delle Otto Beatitudini”. Essa, presenta otto punte, o cuspidi, comune anche all’ordine di San Lazzaro e a quello degli Ospitalieri, rimasta oggi come emblema ufficiale dei Cavalieri di Malta.
Tra gli elementi recuperati “un bel capitello con decorazione vegetale, a grandi foglie rese naturalisticamente, uno con due rosette, uno con figure di quadrupedi fantastici ed una base di colonnina binata cui si attorciglia un serpente”.
Gli ultimi scavi del 2020 hanno riportato alla luce alcuni importanti reperti del monastero: capitelli ornati da figure fantastiche quali draghi e in particolare avvoltoi, rapaci che, nel Medioevo, venivano accostati a simboli divinatori di antichi alchimisti. In realtà, proprio questi ultimi ritrovamenti, testimonierebbero importanti influenze dello stile gotico nordico, molto più marcate rispetto a quelle presenti nella coeva cattedrale di Cefalù.
Secondo tradizione, il cenobio di Gratteri venne dedicato a San Giorgio in ricordo della battaglia di Cerami (1063) durante la campagna di conquista dell’isola, in mano agli arabi, da parte dei normanni. A seguito di questa battaglia, i Normanni incrementarono in Sicilia il culto dei due Santi che schiacciano il drago, simbolo del demonio: San Giorgio e San Michele Arcangelo.
La leggenda racconta che il Conte Ruggero, prima dell’inizio della battaglia, fece recitare dei versi del vangelo ai suoi soldati. Durante la prima parte della battaglia i saraceni ebbero la meglio, il Conte, vistosi in difficoltà, invocò l’aiuto dei Santi Michele e Giorgio, i quali, all’improvviso, apparvero sul campo di battaglia.
I soldati, alla vista dei Santi, furono presi dall’entusiasmo e con vigore contrattaccarono, cogliendo una schiacciante vittoria.
Secondo la leggenda, San Giorgio si sarebbe mostrato ai combattenti cristiani in una miracolosa apparizione, tra bandiere in cui campeggiavano croci rosse in campo bianco. Per tal ragioni il martire divenne uno dei due Santi protettori dei Templari; dell’Ordine Teutonico e, più in generale, di tutti i cavalieri cristiani.
L’altro patrono dei Templari è considerato San Michele Arcangelo. Il nome Michele deriva dall’espressione Mi-ka-El che significa “chi è come Dio?”.
San Michele Arcangelo l’espressione del guaritore, accompagnatore di anime, nelle rappresentazioni iconografiche è rappresentato in forma di guerriero e tiene Satana sotto i suoi piedi, minacciato dalla spada-croce che rappresenta la potente liberazione e unica in grado di separare il bene dal male. Il culto di San Michele Arcangelo in Gratteri pare debba essere molto antico visto che il Santo risulta essere già titolare della Vecchia Matrice ubicata nell’area del castello.
Oggi il culto sembrerebbe quasi estinto, ma in passato, come spiegano le più anziane, una piccola immagine del Santo veniva ancora recata in processione la notte del Venerdì Santo, A Sulità, per il fatto di tenere in mano la pisside o calice della passione, in quanto l’angelo apparve a consolare Gesù nell’orto di Getsemani.
Questa tradizionale processione che si svolge annualmente la sera del venerdì Santo, a due ore di notte, meriterebbe d'essere descritta per la sua peculiarità religiosa, sia per il suo alto interesse folcloristico.
Sarebbe una pura coincidenza che questi due Santi siano i titolari della Vecchia Matrice (San Michele) e del cenobio (San Giorgio) di Gratteri o ci sarebbe un possibile filo conduttore che li lega?
Nel 1300 la chiesa di San Giorgio e il suo feudo passarono ai Cavalieri Ospedalieri di San Giovanni, un ordine religioso militare cavalleresco, nato in funzione delle crociate che, assieme ai Cavalieri Templari, erano considerati ereditari di antichi tesori provenienti da Gerusalemme.
Quello degli “Ospedalieri” chiamati anche “Giovanniti” era un ordine formato da una minoranza di frates milites che si dedicavano alla difesa dei luoghi santi e da altri confratelli che risiedevano in precettorie, conosciute anche come commende.
Queste ultime ebbero una funzione anche economica, quella di produrre reddito in forma di tasse da inviare in Terra Santa per il sostegno delle loro attività. L’Ordine, infatti, aveva come compito principale quello di assistere i “viaggiatori di Dio”, malati o bisognosi. A tal fine era stato fondato un ospedale a Gerusalemme dedicato a San Giovanni Battista e fu per tale motivo che i membri dell’Ordine presero anche il nome di “Gerosolimitani e Ospedalieri”.
Gratteri viene inclusa nella Commenda di San Giovanni Battista di Modica-Randazzo, una delle più importanti e cospicue di Sicilia. Tuttavia, dalla visita nel 1628 del commendatore don Joseph Caravella si evince che già in quell’anno l’Abbazia risultava “ruinata molt’anni or sono”.
Ad esempio, grazie alla consultazione dei Riveli dell’Archivio di Stato di Palermo, sappiamo che, già nel sec. XVI, esistesse a Gratteri uno hospitali – ovvero un locale adibito ad accogliere poveri e pellegrini.
Dal punto di vista spirituale invece, un altro significativo lascito potrebbe essere il culto di San Giovanni Battista, (Santo a cui gli Ospitalieri si ispiravano) oggi a Gratteri quasi completamente scomparso, ma in passato particolarmente nutrito, tanto che il nome personale Giovanni e Giovanna risulterebbe al primo posto tra i nomi di battesimo più utilizzati almeno fino al XVII secolo.
Infine, un ultimo retaggio da ricondurre agli Ospitalieri, potrebbe essere proprio il culto dell’Apostolo Giacomo il Maggiore (il Santo Protettore dei pellegrini), oggi Patrono della comunità gratterese.
Di recente è stato rinvenuto presso l’Archivio di Stato di Palermo, un antico timbro dell’Universitas terrae Gratterii in un volume del 1625. Il sigillo rappresenta un’aquila che avvinghia un blasone con in basso proprio una coppa, a rimarcare probabilmente l’origine del toponimo Gratteri, dal greco “cratere, coppa, calice”.
Con il termine Universitatates, dal latino universitas, si designavano generalmente i comuni dell’Italia meridionale, sorti già sotto la dominazione longobarda e successivamente infeudati con le conquiste dei Normanni.
L’Universitas di Gratteri aveva un ruolo di spicco nel passato, basti pensare che nell’ordinamento politico normanno prima ed aragonese poi, il Barone di Gratteri occupava il IX posto nel Parlamento di Sicilia. Il suo motto era “Prae millibus unus” (Uno in paragone a mille).
Dal punto di vista religioso Gratteri detiene un tesoro d’inestimabile valore: all’interno della Chiesa Madre in una cappella laterale sono custodite in una sontuosa custodia del 1648 – voluta da Lorenzo Ventimiglia e dalla consorte Maria Filangeri – delle miracolose reliquie giunte da Gerusalemme. Una di questa è particolarmente venerata dalla popolazione gratterese fin dal tardo Medioevo. Stiamo parlando di un reliquario d’argento che custodisce quattro delle spine (di cui una spezzata) che si presume appartenessero alla Corona santa che per ordine di Ponzio Pilato cinse il capo divino di Gesù.
Tuttavia, all’interno della stessa cappella, oltre alle spine, vengono custodite anche altre preziose reliquie: una scheggia del legno della Croce; un ritaglio della clamide insanguinata di Cristo; un lembo del velo di Maria; un osso del costato di San Giacomo Apostolo, un reliquario di San Giovanni Battista, ed altre già citate in diversi documenti d’archivio.
Ritornando alle reliquie di Gratteri, alcuni storici del passato asseriscono che esse venivano custodite nella chiesa dedicata a San Michele, denominata oggi Matrice Vecchia per distinguerla dalla Nuova.
Queste sante reliquie sono tutte quante conservate religiosamente in reliquiari d’argento, per la venerazione dei fedeli, molte reliquie di santi, sono state messe a disposizione, da don Pietro Ventimiglia, barone di Gratteri e di S. Stefano di Quisquina, quella che si trova nei presi di Bivona.
Tuttavia, vuole la tradizione che le Spine che si venerano a Gratteri fossero state portate in occidente dal conte di Sicilia, Ruggero d’Altavilla, che con il padre Tancredi prese parte alla prima crociata (1096-99) e che fossero state donate alla sua chiesa prediletta, che era appunto la cattedrale di Cefalù.
Così afferma B. Carandino, sacerdote e storico vissuto a Cefalù intorno al 1570, una generazione prima che nascesse il Passafiume, e che ebbe modo, quindi, di vedere tali sante reliquie. Egli anzi aggiunge che “di esse tre furono in seguito derubate e trasportate nella terra di Gratteri dove se ne aggiunse una quarta, non intera, regalata nell’anno 1580 al barone di Gratteri, don Pietro Ventimiglia, dall’allora vescovo di Cefalù, Francesco Gonzaga”.
Si narra di un segreto a cui era venuto a conoscenza nel 1500 un umile frate di Gratteri, Padre Sebastiano Maio (1504-1580), a cui era apparso tante volte il volto di Gesù durante la celebrazione dell’eucarestia, fra Sebastiano, fu un uomo di grandi virtù evangeliche, mistico, nonché fondatore del celebre santuario di Gibilmanna.
Di recente, dalla consultazione dei Riveli che si conservano all’Archivio di Stato di Palermo, si è venuti a conoscenza di un antico culto a Gratteri verso San Lazzaro e Santa Maria Maddalena come si evince dalla presenza di un altare dedicato a detti Santi all’interno della Vecchia Matrice almeno fino agli inizi del sec. XVIII.
Detto culto, oggi è del tutto scomparso, ma sono diversi i documenti che ne parlano, oggi distrutto.
Presso la Vecchia Matrice, costruita verso la prima metà del sec. XIV accanto all’antico castello dei principi Ventimiglia. Nell’altare maggiore oggi troneggia la Madonna col bambino, opera di scuola gaginiana e proveniente dalla chiesetta normanna del Rosario. Nell’antica abside retrostante, si trovano due interessanti monumenti funebri in marmi mischi all’interno dei quali riposano le spoglie di Maria Filangeri, moglie di Lorenzo Ventimiglia (†1650), e del nipote Gaetano, principe di Belmonte (†1744).
Torre dell’Orologio, uno degli edifici più importanti del paese;
Casa dei Mille Anni
Questa particolarissima abitazione dalle influenze arabe è visitabile all’interno del Quartiere dei Saraceni, qui vi costruirono delle particolari abitazioni arabe in roccia dalla curiosa struttura circolare di cui oggi ne rimangono ancora pochissimi esemplari visibili che prendono il nome di “Casa dei Mille Anni”.
Grotta Gràttara a 1.000 metri s.l.m. che le credenze popolari indicano come la casa della befana, “a vecchia strina”



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